giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo dieci.




Capitolo dieci.

Mi chiusi velocemente la porta alle spalle e mi gettai a terra.
Avevo ancora la sua felpa addosso, odorava di mare e di pioggia assieme, ma soprattutto odorava di lui.
Le lacrime presero il sopravvento nel mio viso, scivolando veloci lungo le mie guance bruciacchiate dal sole e percorrendo una traiettoria invisibile sul mio volto.
Sentivo una forte sensazione di bruciore dentro, partiva dalla gola ed arrivava al centro del petto.
Da sempre ero stata quel tipo di ragazza che cerca in tutti i modi di sfuggire ai legami affettivi quasi fossero una pestilenza; il tutto si basava su tre semplici punti.
a)       Captare il prima possibile lo svolazzare delle farfalle nel proprio stomaco ed ucciderle con una dose abbondante di insetticida;
b)       Evitare il più possibile qualsiasi tipo di contatto fisico –vedi sfioramenti indesiderati di mani, abbracci e, soprattutto, baci;
c)       Troncare l’amicizia non appena le cose iniziano a diventare più intime.
E così, come con una lunga fila di persone in precedenza, anche con Andrea ero riuscita a rovinare tutto ciò che ci legava.
Era la prima volta che però, sentivo crescere in me quel bruciore intenso, che fra un singhiozzo e l’altro, cresceva a dismisura.
Chissà, forse era proprio il rimorso che covava dentro al mio petto, o forse era già la mancanza di Andrea, o forse ancora era il mio cuore che aveva deciso di non voler smettere di soffrire per colpa mia e si era dato fuoco.
Sfiorai le mie labbra bagnate con due dita, rivivendo le emozioni di quel bacio, ricordando il sapore salato delle sue mentre si fondevano alle mie.
Poi, mentre asciugavo il mio viso con la manica della felpa, capii che non era l’assenza di Andrea a farmi male, ma la sua costante presenza nella mia mente.
Il mio corpo invidiava la mia testa, perché solo lei poteva rivivere i bei momenti con lui.
Fu così che il corpo si ribellò alla mente.
Senza pensare, afferrai d’istinto il pomello della porta e lo tirai con forza, uscendo fuori casa nuovamente, sotto ala pioggia pungente.
Iniziai a correre, diretta verso quella che un tempo, chiacchierando, mi aveva detto essere casa sua.
La sua felpa ci mise ben poco ad inzupparsi, e con solo quel vestitino da mare addosso stavo letteralmente gelando.
Arrivata al portone di casa sua, iniziai a bussare violentemente, quasi volessi buttar giù la porta.
“Si può sapere che diavolo sta succ..” fece per sbraitare lui, sceso ad aprire a petto nudo.
Non lasciai che completasse, mi avvinai al suo collo e voracemente mi impossessai delle sue labbra, un po’ salate e un po’ dolciastre per via della pioggia insistente, sotto alla quale ormai ci stavamo amando. 

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