giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo nove, Andrea.



Capitolo nove, Andrea.

Piove ancora poco, frecce d’acqua appena percettibili vengono scoccate dall’arco del cielo, minacciose di un temporale.
I tergicristalli fanno sonoramente avanti e indietro sul parabrezza ancora poco bagnato, portando via le piccole goccioline di acqua che vi si erano posate.
La luce dei lampioni già accesi nell’oscurità della sera illumina a fasi alterne l’abitacolo, scintillando sui suoi orecchini lunghi.
Guido piano, perché quando c’è lei sento il bisogno di proteggerla, anche da me stesso.
Adesso dorme qui accanto a me, cullata dal ronzio costante della mia auto che percorre la strada di ritorno; il suo viso è appoggiato contro al finestrino –probabilmente si è addormentata guardando il paesaggio- ma una ciocca riccia di capelli scuri mi impedisce di guardarlo meglio.
Odora di mare e ha i segni della salsedine sulla pelle, che sembra diventata già un po’ più scura.
La guardo con la coda dell’occhio, la sento respirare pesantemente.
Giulia sogna, i suoi pensieri guizzano fra le vette più alte dei cieli, si nutre di desideri e ambizioni; sogna un futuro migliore, sogna la possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua passione, si condividere il suo talento col resto del mondo.
E mentre penso a questo mi vien da chiedermi se sta un po’ sognando anche me e quel bacio rubato sotto ai raggi fiochi del sole al tramonto.
Se solo potessi dirle cosa provo davvero per lei, ciò che sento dentro quando le sto accanto; vorrei descriverle le emozioni che mi attraversano quando la vedo sorridermi, o quando la colgo intenta a fissarmi e lei devia imbarazzata lo sguardo; vorrei dirle che quel bacio non gliel’ho dato perché “dovevo”, ma perché lo volevo da troppo; vorrei dirle che forse mi sto innamorando di lei, ma non posso.
Perché se lei non mi ricambiasse, avrei rovinato per sempre l’incantesimo che c’è fra noi, questo rapporto forte ed incondizionato che abbiamo creato.
E già quella paura un po’ mi assale, perché dopo che le nostre labbra si sono incontrate l’aria è diventata tesa, facendo calare il silenzio fra noi due.
Siamo già sotto casa sua e non vorrei svegliarla, non vorrei dirle che deve scendere e che la giornata è finita.
La mia mano si avvicina titubante alla sua spalla nuda ed inevitabilmente le mie dita la sfiorano, prendendo una leggera scossa.
“Giulia, siamo arrivati.” le dico piano, mentre la scuoto delicatamente.
Lei apre lentamente gli occhi, mette in ordine i pensieri nella testa e torna alla realtà; scosta il ciuffo riccio dal viso, buttandolo all’indietro e strofinandosi gli occhi.
È adorabile mentre si stiracchia intontita e torna a sedere diritta.
“Tieni la mia felpa, fuori piove forte.” e nonostante debba fare solo due/tre passi per arrivare alla porta di casa sua, le porgo la mia felpa.
“Uhmm, g-grazie.” balbetta lei, ancora un po’ intontita dal sonno.
Fa per avvicinarsi e salutarmi, probabilmente con un bacio sulla guancia, quindi mi giro un po’ per porgergliela, ma sbaglio lato, e per un pelo non ci baciamo di nuovo.
Si passa una mano fra i capelli e ributta indietro ancora una volta quel ciuffo ribelle, si guarda attorno, quasi a cercare le parole per evadere da quella situazione imbarazzante.
“Senti, Andrea..” inizia.
Ecco.
“..non vorrei mi fraintendessi, ma forse è meglio stare lontani per un po’, giusto per riordinare le idee” conclude, buttando giù le parole tutte d’un fiato.
“Come vuoi” cerco di dire in modo da sembrare disinvolto ed indifferente a quella non-domanda, anche se dentro faccio a pugni con me stesso, perché come pensavo ho rovinato tutto.
Sorride, ma la curva delle sue labbra è un po’ storta, più inarcata verso il basso che verso l’alto.
“B-bene, allora…” balbetta impacciata un ciao.
“Buona notte, Giulia.” dico io, mordendomi da dentro il labbro per mantenere seria e dura la mia espressione.
Si avvicina ancora una volta e mi bacia dolcemente la guancia, per poi sfuggire via da quella macchina troppo stretta, per fuggire via da me.

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