giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo otto - Intollerante alle emozioni.




Capitolo otto – Intollerante alle emozioni.

Erano appena le sette del pomeriggio quando, imboccando l’autostrada, l’auto-rottame di Andrea sfrecciò verso una meta a me ignota.
“Dove accidenti mi stai portando?” domandai dopo una mezz’oretta di strada, cercando di mantenere il broncio.
“In un covo di satanisti, aspetteremo mezzanotte e ti massacreremo in nome del diavolo” scherzò lui, disinvoltamente.
“Interessante, con un pugnale o cosa?”
“Una cosa simile” tagliò corto lui.
“Dai, smettila di fare il cretino, Andrè! Dove stiamo andando?”
“Riesci a placare la tua curiosità per, diciamo” guardò l’orologio “altri 20 minuti?”
“Non credo” sentenziai.
“Dovrai arrangiarti allora” concluse lui, infastidito forse, ma con un sorriso soddisfatto sulle labbra.
Cercai di mantenere il broncio –ed il silenzio- fino a destinazione, mentre la radio passava uno dei suoi classici pezzi anni ’80.
-          Karma, karma, karma, karma, karma, chameleon.-
“you come and go, you come and go” attaccai a canticchiare distrattamente, incalzata dalla melodia.
“Ti è tornato il buon’umore allora” constatò, sorridendo.
“No. Ma mi potrebbe tornare se mi dicessi dove diavolo andiamo” insistei.
“Come se non l’avessi capito, eh? È una spiaggetta semi-deserta dove andavo spesso quando avevo voglia di stare da solo. Non ci sta mai nessuno, forse perché l’acqua è particolarmente fredda e la spiaggia è costellata da parecchie rocce. Contenta ora? Su, preparati a scendere, che devo parcheggiare per forza qui vicino.”
Non del tutto allettata dall’idea un po’ equivoca di Andrea, lo seguii titubante mentre mi guidava giù per una stradina sterrata, piantando bene i piedi a terra per non scivolare su di lui.
Stavo per pentirmi di avergli consentito di portarmi là, quando davanti a me si aprì uno spettacolo mozzafiato.
Era una piccolissima spiaggetta a gomito, attorniata da grandi scogli scuri, che dava su un mare molto più blu e cristallino di quello della spiaggia di prima.
“Oh mamma mia!” esclamai, meravigliata.
“Hai ancora intenzione di restare sotto l’ombrellone imbacuccata come prima o vieni a fare un bagno con me?” disse lui, sfilandosi la maglietta e lanciandola dove gli capitava.
Si, quella spiaggia era solo nostra, riservata a noi.
Un po’ goffamente, slacciai la mia casacca da mare, restando così in bikini un po’ imbarazzata.
Sperando che lui non mi avesse vista, iniziai a correre e mi buttai in acqua, ghiacciata come non mai.
“MERDA!” esclamai, pietrificata.
“Te l’avevo detto che è gelida” rispose lui, iniziando a ridere.
Iniziai a schizzarlo, contenta come una bambina che finalmente si leva il broncio.
Si, Andrea aveva la capacità immensa di farmi star bene con me stessa e con l’intero pianeta, anche solo respirando. Se lui era al mio fianco, tutto era prefetto.
Iniziai a correre verso la riva, scappando da lui che bramava vendetta; ma proprio appena iniziai ad avere l’acqua alle ginocchia, la sua mano afferrò saldamente la mia, facendomi cadere lunga e distesa sul bagnasciuga.
“No, lasciami!” iniziai ad urlare ridacchiando, mentre lui cercava di afferrarmi per la vita –probabilmente per ributtarmi in acqua, pensavo.
E invece, alzò il mio corpo quel po’ che bastava per far entrare in contatto il mio petto con il suo, freddo come le goccioline d’acqua di cui era ricoperto.
Era la prima volta che lo vedevo così, con quello sguardo indecifrabile, ed era anche  la prima volta che i suoi occhi neri, sempre trasparenti, non mi permettevano di leggere i suoi pensieri.
Avvenne tutto troppo velocemente perché potessi capire cosa stava succedendo.
Le sue labbra presuntuose intrappolarono le mie in una morsa fatale, mentre il suo braccio mi teneva attaccata a lui in quella scomoda posizione.
E rieccole, le farfalle nello stomaco che si erano accese per la prima volta circa un mese fa, dopo quella nostra prima uscita, e che io avevo pensato bene di uccidere con una tonnellata di insetticida.
-Dannazione, Andrea! I patti erano chiari anche senza bisogno di dirlo; non possiamo rischiare di rovinare tutto così.- pensai, mentre lo tiravo giù sopra di me e mi avvinghiavo inevitabilmente al suo collo.
Era un bacio al sapor d’acqua salata, un bacio dal sapor dolce e proibito, un bacio al sapor di desiderio; quando lo sciolse però, mi lasciò in bocca un sapore amaro: il rimorso.
No Andrea, non dovevi!
“Scusa, ma dovevo” disse lui non appena le sue labbra lasciarono le mie, quasi avesse sentito i miei pensieri.
Sorrisi, non sapendo cosa rispondere.
Ecco, l’effetto collaterale numero uno di quel bacio: per la prima volta non sapevo cosa dire ad Andrea, la persona con cui mi ero sempre sentita libera e incondizionata.
Mi poggiò un braccio attorno alle spalle, dirigendomi verso la parte di spiaggia asciutta; si stese, tirandomi giù con lui e abbracciandomi stretta, con lo sguardo rivolto verso al cielo, stranamente nebuloso come ai miei pensieri.
“Sta per metter su un bel temporale estivo mi sa” constatò lui, indicando un nuvolone sopra di noi.
“Forse è meglio andare” azzardai io, desiderosa di evadere da quella ambigua situazione.
Effetto collaterale numero due: per l’ennesima volta sentivo la realtà attorno a me troppo stretta e il desiderio di fuga ricresceva in me.
E anche se, assurdamente, la fotografia è l’arte di cogliere le emozioni sotto ogni loro forma, la mia anima si era rivelata totalmente intollerante a queste.

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