giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo sette.






Capitolo sette.

Mare, mare, mare.
Cosa c’è di più bello dell’acqua salata fra le labbra, la sabbia sulla pelle ed il sole pungente che ti riscalda il corpo?
Dopo aver passato quasi tutte le vacanze estive alle prese con la maturità, quest’anno, a differenza degli altri, ero stata solo poche ore  in spiaggia, non godendo a pieno dello splendore del mare del mio paese.
Leni, per quanto odioso fosse quel paesino, essendo su un’isoletta godeva di una vasta scelta di spiaggette calme e indisturbate, dove, oltre a qualche pescatore solitario, spesso non stava nessuno.
Fu per questo che, cercando inutilmente di nasconderlo ad Andrea, non mi sentii a mio agio per più di mezza giornata.
“Giulia smettila, che c’è che non va?” mi domandò lui dopo che, per l’ennesima volta, sbuffai incondizionatamente sotto l’ombrellone.
Mi ero rintanata in angolino fra borse e borsoni all’ombra, con un telo poggiato sopra alle ginocchia per nascondere il mio corpo, che non riuscivo a mostrare senza preoccupazioni in pubblico.
“Non c’è niente che non va, mi sto divertendo” cercai di mentire infilando il naso in mezzo al libro.
“Cazzate, non hai nemmeno fatto il bagno oggi. Si può sapere che hai o è una questione di Stato dalla massima segretezza? Hai a che fare con l’FBI?”
“Non fare lo stupido Andrea, su!” squittii, inacidita.
Si alzò, abbandonando il suo posto al sole palesemente scazzato, e si sedette vicino a me, direttamente sulla sabbia.
“Allora, sto aspettando una risposta logica.” disse, sfilandomi dalle mani il libro in modo che potessi guadare solo lui.
“Allora c’è che non vado matta per questo posto.” sentenziai svelta, quasi a levarmi un peso di dosso.
“Come non t piace? È la spiaggia più frequentata di tutta Catania!” puntualizzò lui, guardandosi attorno.
“Appunto, è questo il problema” risposi con un filo di voce, tornando a guardare basso.
Lui mi fissò per un attimo, accigliato, notò forse per la prima volta l’asciugamano che mi copriva gran parte del corpo e scoppiò a ridere.
“Che c’è ora?” sbottai, irritata.
“Non vuoi farti vedere in costume?” domandò sgranando gli occhi per sottolineare l’assurdità della cosa.
“Diciamo che non godo di un bel rapporto col mio corpo” risposi acida, cercando di mantenere nel mio viso un’espressione dignitosa.
Rise ancora una volta, più sguaiatamente e fastidiosamente.
“Fottiti, Andrea!” esclamai arrabbiata, acciuffando nuovamente il mio libro e rinfilandoci il naso in mezzo.
Lui, goffamente, dopo essersi ripreso a stento dalla sua frenetica risata, bussò contro la copertina insabbiata del libro, abbassandola poi con l’indice.
“Scusami” disse, improvvisando gli occhi dolci da cucciolo.
“Non attacca, Andrea.” risposi scontrosa.
“E se ti porto in un altro posto, meno mondano?”
“Uhmm, forse.”
L’idea mi allettava parecchio. Avevo passato l’intera mattinata sotto a quello stupido ombrellone mentre guardavo –o meglio, cercavo di non guardare- lui prendere il sole o farsi un bagno nell’acqua cristallina.
Iniziò a smontare l’ombrellone, mentre io rimettevo velocemente il mio vestitino da spiaggia.

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