giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo; Capitolo uno.





Capitolo uno.

Penso che ci sia un determinato periodo della tua vita in cui senti che tutto cambia, da un momento all’altro.
Che tu ti trovi a cantare sotto alla doccia o davanti ad una commissione di esaminatori, poco importa, lo senti come se un lampo di attraversasse la testa.
Così, ti ritrovi mezza imbambolata a pensare alla tua vita e al tuo futuro, quando invece dovresti cercare di sembrare la tipica ragazza con la testa sulle spalle.
Ma la mia è in aria, fra le nuvole più alte nel cielo, che vaga fra tutti i sogni che una ragazza di vent’anni come me può avere, anche mentre dovrebbe restare concentrata sulla sua tesina e parlare di Freud. No, neanche lui riuscirebbe a capire cosa mi passa per la mente.
“Quindi, signorina Rossi?” mi esortò a tornare fra noi la mia prof di Storia e Filosofia.
Quindi. Quindi vorrei dirgli che non mi frega un bel niente di tutta questa messa in scena, che so alla perfezione come vanno queste cose e che il mio voto è già stato scritto da qualche parte il primo giorno che ho messo piede in quello stupido liceo per ordine dei miei genitori, ma sto zitta perché ripetere ancora una volta l’anno non mi va proprio e continuo ad esporre quelle quattro scemenze che ormai sapranno a memoria.
Si, è stato in quel momento che ho percepito che per la prima volta tutti quelli che mi circondavano iniziavano a pretendere qualcosa da me. E per la prima volta, nella mia testa una voce urlava a squarcia gola il suo desiderio di libertà ed indipendenza.
Forse fu proprio quel giorno che, alla vista del mio 72 un po’ sottovalutato, sentii per la prima volta il bisogno di andarmene dal mio paesino di provincia.
“Cosa pensi di fare con un misero 72?” mi rimproverò mio padre, presuntuoso commissario della polizia locale, quando gli annunciai che avevo intenzione di andare a continuare gli studi in città.
“Ho già mandato i miei dati ad un corso di fotografia, allegandogli alcune mie foto. Mi prenderanno, ne sono certa.” risposi, buttando fuori tutto il mio orgoglio.
“Tu e la tua stupida fissazione per la fotografia. Non hai capito che non ti servirà a niente tutto questo?”
“Ti sbagli” risposi io, serrando i denti dal nervosismo.
“Giulia, mi dispiace. Non ho alcuna intenzione di mantenerti per anni mentre tu sprechi il tuo tempo a rincorrere uno stupido sogno.”
Mia madre, cercando di passare inosservata, gli mollò una gomitata sotto al tavolo e lo guardò con ferocia negli occhi.
“Non preoccuparti Giulia, fino a quando non troverai un lavoretto ti aiuteremo noi con l’affitto.”
Mia madre, casalinga superconvinta del suo lavoro di donna di casa, aveva uno strano modo di dimostrare il suo affetto. Beh, diciamo che quella che aveva appena fatto era una gran prova d’amore.
“Grazie.” mi limitai a dirle, evitando lo sguardo contrariato di mio padre.

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