giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo quattro.




Capitolo quattro.

È sconvolgente la capacità di alcune persone di stravolgerti l’esistenza.
Avete presente quel tipo di persone che, incondizionatamente e senza far nulla, con ogni loro atto involontario, respirare, camminare, mangiare, battere le ciglia, o semplicemente vivendo, riescono a rendere splendido ogni vostro giorno (?)
Bene, una di queste persone era Andrea.
Quel giorno ancora non lo sapevo, ma di lì a poco, Andrea sarebbe diventato indispensabile per la mia vita, la boccata d’aria fresca che ti serve dopo un’ora d’apnea, il raggio di sole che schiarisce le tue giornate.
E quel pomeriggio, avrei iniziato a scoprirlo, ma annebbiata dai miei mille pensieri, lo omisi a me stessa.
“Non so, pensavo che si poteva andare fuori stasera” disse lui, e la sua voce ritornò indietro con un eco, probabilmente perché teneva la cornetta incastrata fra spalla e orecchio.
“E cosa pensavi di fare fuori?” domandai io, incuriosita dalla sua proposta.
Andrea mi era sembrato un ragazzo per bene, simpatico, e la sua compagnia quella sera mi avrebbe fatto davvero piacere.
Lo sentivo un po’ come un appiglio al mio passato, ma con il quale volevo guardare insieme verso il futuro.
“Tu dimmi si e ti passo a prendere alle otto.” ribatté lui, forse provando goffamente a fare il misterioso. Quel ruolo non gli addiceva per niente, Andrea era un ragazzo lindo e pulito, trasparente e naturale; forse era proprio per questo che mi piaceva.
“Otto e mezza. Abito al viale, mi faccio trovare di fronte Menza. Cià.”
“Va bene, sarò quello con i capelli” scherzò “Cià.”
Risi dopo aver riagganciato. Sarebbe stata una bella serata, ne ero certa.
Mi lasciai i vestiti che avevo –un jeans un po’ strappato ed un semplice maglia scollata nera, con tanto di anfibi fuori moda e invecchiti– perché curare troppo il mio aspetto mi dava l’aria di stare per andare ad un appuntamento –ma perché, non lo era (?)– e, senza pensarci due volte, uscii di casa e mi incamminai al luogo dell’incontro.
Sollevata dal fatto che anche lui aveva preso la cosa molto alla leggera, mi ritrovai a doverlo aspettare per qualche minuto, fino a quando una decadente Alfa Romeo blu notte mi si piazzò davanti.
Anche volendo sembrare gentile, non potei fare a meno che scoppiare a ridere.
“Che ti aspettavi, una limousine? Sali e piantala” rispose lui facendo l’offeso, ma ridendo anche lui sotto ai baffi.
“Qua a Catania non è mica come a Leni, o tieni un cobra in auto per non fartela fregare o giri con un rottame. Io ho scelto la seconda, e fino ad ora ha funzionato” scherzò, al posto di salutarmi.
“Dove mi porti, Ricci?” domandai, ridacchiando.
“Boh.” rispose, ingranando sonoramente la marcia.
“Come boh?”
“Oh, e piantala! Non la smetti mai di fare domande tu eh?” sbottò.
Per tutta risposta, gli feci le linguaccia.
Sembrava conoscesse ogni singola strada a memoria –per quanto il gran numero di vie e viuzze mi facesse credere che la cosa fosse impossibile– dal modo in cui imboccava le diverse traverse con totale tranquillità.
Ci mettemmo un bel po’, prima di arrivare davanti ad un imponente palazzo sul cui tetto lampeggiava la scritta WOK –nonostante la W si fosse mezza fulminata–.
“Ma che cavolo…” feci per dire.
“Shh” mi azzittì, giocosamente.
Varcato l’ingresso, mi accorsi inorridita di dove mi aveva portata: un ristorante cinese, e per di più, un ristorante cinese di lusso.
Una non più giovane donna dagli occhi a mandorla ci accolse, salutando confidenzialmente lui e quasi inchinandosi col capo a me.
Ricambiai goffamente il saluto, mentre Andrea mi trascinava per il polso verso un tavolo –forse il suo solito tavolo- messo un po’ più appartato.
“Andrea, io non…” feci per dire, interrotta però da una bella ragazza asiatica che era arrivata per servirci.
“Ciao Andrea” disse, con un italiano quasi perfetto.
“Ciao Cho, facciamo noi, tranquilla” rispose lui, facendole l’occhiolino. “Torno subito, fidati di me.” disse a me, alzandosi.
Lo vidi intrufolarsi nel buffet e tornare con in mano diversi piatti.
“Andrea a me non piace proprio il sushi!” confessai, imbarazzata.
“L’hai mai assaggiato?” domandò, consapevole che mangiare cinese a Leni era una cosa improbabile.
“No, ma è pesce crudo e..”
“Allora non puoi dire che non ti piace. Male che vada, nel buffet ci sono anche patatine fritte e pollo impanato” disse, facendomi l’occhiolino.
“No Andrea, davvero io non…” ma non riuscii a finire la frase che lui mi infilò uno strano involtino nero in bocca.
“Manda giù ora” disse, compiaciuto.
Masticai quasi inorridita quella cosa, guardando con odio profondo la faccia sorridente di Andrea.
Poi, quando ingoiai, scoprii con mio piacere di andarne matta.
“Ma è buono!” esclamai, sorpresa.
“Te l’ho detto, devi imparare a fidarti di me, Rossi.” rispose lui, addentando fiero di sé un involtino primavera.

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