giovedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo cinque.



Capitolo cinque.
Fiducia. Fiducia  alla lettera –prese come sacre le parole di wikipedia- significa aspettarsi un atteggiamento positivo nei confronti di qualcuno per cui si prova un sentimento d’affetto.
Fiducia, nel mio dizionario mentale, significa prepararsi a ricevere una delusione.
Fiducia.
Andrea meritava la mia fiducia? Era davvero il ragazzo per cui si spacciava?
Che mi era saltato per la mente, accettare l’invito di un quasi-perfetto sconosciuto di cui sapevo poco e niente.
Forse avrei fatto bene a scappare non appena lui avesse deviato lo sguardo, a cambiare numero e casa.
Forse. O forse mi stavo solo lasciando trasportare dai miei film mentali. O forse ancora non volevo ammettere a me stessa che con lui stavo bene, ero felice.
Lo guardavo di nascosto mentre lui guidava verso casa –o almeno così supponevo- con lo sguardo fisso verso la strada.
I suoi occhi, neri come la pece, brillavano quasi ,sotto il riflesso della luce dei lampioni; le labbra sottili erano rilassate, quasi curvate in un timido sorriso.
Ma proprio mentre stavo ammirando la pieghetta che divideva il suo labbro superiore, lui si voltò a guardarmi.
Notò la traiettoria del mio sguardo e, riportando lo sguardo alla strada, rise di cuore.
“Che c’è?” domandai, infastidita.
“Mi stavi fissando le labbra.” constatò, ridacchiando col fare di uno che ha appena beccato una ragazza a sbavargli dietro.
“Ma non è assolutamente vero!” esclamai sulla difensiva “stavo solo notando che sei sporco di salsa di soia” mentii.
Lui, per pulire quella fantomatica macchia, si passò lentamente la lingua sull’angolo destro delle labbra.
“Tolto?” domandò, guardandomi con aria beffarda, dopo aver probabilmente constatato che sulle sue labbra non c’era alcuna traccia di salsa.
“Adesso si” mentii, tornando a guardare fisso davanti a me.
Lo sentii sorridere, mentre anche lui tornava a guardare la strada.
“Sai” iniziò “ho letto da qualche parte che se una donna ti fissa le labbra, non fa altro che desiderare di baciarle.”
“Che cazzate.” esclamai fredda –e forse un po’ acida-, facendolo ridacchiare di nuovo.
“Come dici tu” concluse lui, con un’espressione trionfante in viso.
“Come mai sei andato via da Leni?” domandai prontamente, per cambiare discorso.
Sinceramente, rimasi un po’ sorpresa dalla sua reazione.
La sua espressione, da rilassata e divertita, passo a dure e seria.
Le sue labbra sottili si serrarono, mettendo in risalto la mascella contratta, le narici si allargarono leggermente, mentre gli occhi si riducevano a fessure e i pugni si stringevano sullo sterzo.
Se avevo detto qualcosa di sbagliato, Andrea non era di certo riuscito a nasconderlo.
“Scusami Giulia, non mi va di parlarne.” rispose freddo, mentre si passava una mano fra i capelli.
Come può una sola domanda mandare a puttane un’intera serata passata nel migliore dei modi?
Come può una sola domanda suscitare una tale reazione nelle persone?
Andrea mi accompagnò velocemente a casa, senza spiccicare una sola parola.
“Siamo arrivati, puoi anche lasciarmi qua.” dissi triste, indicando la vetrina di Menza, il famoso locale di ristorazione della mia zona.
“Casa tua dov’è di preciso?” domandò impassibile.
“Un po’ più sotto, ma tranquillo lasciami pure qui.” Insistetti.
“Pur quanto questa possa essere una zona tranquilla, non voglio che tu te ne vada in giro da sola a quest’ora. Andiamo, ti accompagno fino sotto casa.” e così dicendo, parcheggiò distrattamente.
Passeggiammo lungo il viale, senza spiccicare una parola, lui con le mani in tasca, io con le braccia incrociate per tener fermo il giubbotto, fino a quando non arrivammo davanti casa mia.
“Grazie per avermi accompagnata” dissi impacciata.
“Grazie a te per la bella serata” rispose lui, ancora un po’ teso.
“Beh allora.. c-ciao, Andrea.” balbettai aprendo la porta.
“Ciao Giulia.”

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