venerdì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo diciannove.





Capitolo diciannove.

“Era marzo del 2004 quando sono andato via da Leni, ricordi? Avevo undici anni o poco più. Mia madre mi portò via a forza di casa, per venire a vivere qua, in modo che le voci di ciò che era successo non arrivassero a Leni.”
Parlava con aria assente, mentre con una mano continuava ad accarezzarmi i capelli ed io lo abbracciavo dolcemente, cercando di dargli sostegno.
“Ero un ragazzino come tanti altri, uno di quelli grassottelli e foruncolosi che in classe vengono un po’ snobbati da tutti, ma non mi lamentavo. Avevo una famiglia che mi amava, ogni domenica mamma e papà mi portavano in giro, fuori da Leni, a vedere come fosse bello il mondo che mi aspettava una volta andato via di casa per studiare. Una volta a mare, un’altra in montagna, un’altra ancora in qualche prato verde frequentato da loro quando erano giovani. Mi mostravano quanto meravigliosa potesse essere la vita con qualcuno che ti ama davvero accanto, qualcuno che ti completa come era successo con loro due.
Mamma era ben dodici anni più giovane di papà, che portava bene i suoi quarantotto anni, nascondendo i primi cedimenti dell’addome in abbondanti vestiti da cerimonia che usava per lavoro. Era un importante uomo d’affari, che viaggiava molto in cerca di nuovi acquirenti per la sua azienda, ma senza mai trascurare me o mia madre, una gran bella donna dalle mani paffute e la pelle che odorava di pesca, che lo aspettava ansiosa guardando fuori dalla finestra ogni venerdì notte. E lui tornava con una rosa per lei ed una nuova macchinina per me, il loro unigenito.
Ricordo ancora il profumo della crema al limone con cui mamma farciva le sue torte, le preferite di papà, un odore forte che aleggiava in tutta la casa per almeno due giorni. Ricordo anche come la mangiavamo tutti assieme, sabato mattina a colazione, un rituale quasi sacro per noi.
La vita aveva un sapore agrodolce, fra le quattro mura di quella casa spaziosa in riva al mare, fino a quando..”
Un nodo alla gola interruppe la narrazione di Andrea, che chiuse gli occhi e si porto una mano in fronte. Mi tirai un po’ su, cercando di arrivare all’altezza delle sue labbra, che baciai dolcemente, e presi delicatamente il suo volto fra le mie mani, per confortarlo.
“Ehi, non devi se non vuoi..” feci per dire, prima di essere interrotta da un suo –no- singhiozzato.
Prese fiato, cercando di ritrovare il controllo del suo corpo, mi abbracciò nuovamente e ricominciò a raccontare quella -a quanto pare- straziante storia.
“Una sera, poco dopo essermi messo a letto, sentii mia madre, la cui voce era sempre dolce e pacata, iniziare ad urlare, quasi impazzita. Era furiosa, continuava a sbraitare contro mio padre senza che io sapessi il perché, -come hai potuto- diceva, incredula. Mio padre, stremato da tutti quegli anni di silenzio, le aveva rivelato ciò che da tempo lo logorava: la sua omosessualità. Amava un altro uomo, un orientale conosciuto per lavoro, e questa storia andava ormai avanti da anni e anni. Hai presente quei fachiri, che ingoiano coltelli affilati e concentrandosi riescono a non tagliarsi? Era quello che cercava di fare mio padre, che nonostante tutto, amava devotamente anche me e mia madre; teneva dentro di sé tutto quello che provava, il dispiacere di aver tradito la sua famiglia, il suo senso di inadeguatezza e il desiderio di rivelare ciò che realmente era, ma questi col tempo erano riusciti a deteriorarlo, a farlo ammalare.
Soffriva in silenzio, non riusciva più a guardare negli occhi mia madre, che quella sera riuscì a farlo parlare.
Lei  corse nella mia stanza, ordinandomi di svegliarmi e darle una mano a preparare le valigie. Iniziai a porgergli a malincuore tutti i miei effetti personali, che gelosamente custodivo sotto al letto, mentre lei li gettava alla rinfusa in un borsone nero.
Non capivo cosa fosse successo, continuavo a domandarle –perché dobbiamo andarcene?- e a guardarla un po’ imbronciato.
Fu mentre io tenevo in mano l’ultima macchinina che mi aveva regalato papà che sentimmo uno sparo ed un tonfo.
La macchinina scivolò dalla mia mano, cadendo sul pavimento e rompendosi.
Ricordo perfettamente quella sensazione di vuoto avvolgermi e immobilizzarmi, rendermi inerme di fronte a mia madre che, urlando e piangendo, si precipitava giù per le scale fino a raggiungere il corpo morto di mio padre, immerso in una pozza di sangue.
Nessuno sentì nulla, nessuno senti lo sparo o le urla di mia madre, che baciava le labbra insanguinate di mio padre, nessuno sentì i miei singhiozzi muti, mentre guardavo la scena da dietro la porta.”
La mia testa, che in quel momento era appoggiata al suo petto caldo, premeva contro quel suo cuore martellante, che lottava contro Andrea per non soffrire più di quel terribile ricordo che aveva segnato la sua esistenza.
“Mia madre da quel giorno non fu più quella di un tempo. Iniziò ad urlare nel cuore della notte ogni qual volta riusciva a chiudere occhio, a scoppiare in lacrime da un momento all’altro, iniziò a trascurare se stessa e me, fino a quando non mi portarono via da lei, ritenuta ormai incapace di badare al suo unico figlio.
Ricordo ancora i suoi occhi vuoti, spenti, mentre mi diceva addio, augurandomi il meglio dalla vita. Si arrese senza lottare, forse consapevole che non sarei sopravvissuto alla sua pazzia.
È morta un po’ di anni fa, il giorno del mio quindicesimo compleanno guarda caso, e mi stupisce tutt’oggi che sia riuscita a vivere così a lungo dato la depressione in cui cadde, senza contare la sua totale follia. Il pensiero che abbia lottato per tutti quei giorni con la voglia di farla finita mi fa impazzire quasi quanto lei, perché so che l’unico motivo che l’ha spinta ad andare avanti era quello di non voler finire come lui.
Ma alla fine anche lei ha ceduto, l’hanno ritrovata a letto, con un rosario in mano, una lettera per me e tre pacchi vuoti di medicinali sul comodino.”
Lo sguardo di Andrea era perso nel vuoto mentre parlava, guardava fisso oltre un punto distante ed irreale, mentre faceva leggermente segno di no con la testa.
“Era una brava donna, dopotutto. Non meritava di finire così.” disse, sospirando.
“Cosa c’era scritto nella lettera?”
Sorrise sentendo la mia domanda, uno di quei sorrisi fiochi ma pieni d’amore e nostalgia.
“C’era scritto che mi amava e che non avrebbe mai voluto questo per me, che si odiava per non aver trovato la forza di lottare e che sapeva che sarei diventato un uomo migliore stando lontano da quel brutto ricordo che lei e mio padre rappresentavano per me.”
Mi guardò dolcemente negli occhi, con aria sognante, e non potei fare a meno di notare, oltre che i suoi occhi trasparenti erano tornati più sereni, che il suo sorriso si era allargato compiaciuto.
“C’era scritto anche: Ti auguro di trovare una donna capace di amarti quanto io amavo te e tuo padre, figlio mio” aggiunse, con una lacrima nostalgica in volto.
Arrossii, intimidita dall’incarico troppo importante che inconsapevolmente Andrea mi stava dando, e lui sfiorò le mie guancia colorite con un dito, provocandomi un leggero brivido alla schiena.
“Questa è la mia storia, Giulia, e sei la prima a cui la racconto.”
Lo abbracciai un po’ più forte, con in me un crescente desiderio di proteggerlo dal resto del mondo –pur consapevole che, più probabilmente, l’avrei dovuto proteggere da me stessa- che già troppo l’aveva fatto soffrire.
“Giulia, grazie.”
“E di cosa, sentiamo.”
“Sei riuscita a mandare a pezzi il muro che mi ero costruito addosso. Ora sto meglio”
Sorrisi, felice.
Se io avevo buttato giù quel peso che si portava dietro da una vita, lui era riuscito a sciogliere il mio cuore di ghiaccio e ad uccidere la mia misantropia.
“Posso chiederti una cosa?” domandai.
“Dimmi.”
“Ti va di andare a trovare tua madre al cimitero, domani?”
Inizialmente rimase in silenzio, a pesare attento la mia proposta, forse un po’ azzardata.
“Non lo faccio da tempo ormai, mi sento quasi in colpa.” disse un po’ titubante.
“Ma si, ci andremo. Glielo devo dopotutto.” aggiunse, baciandomi la fronte.
Mi accoccolai sul suo petto, assopendomi presto grazie al calore emanato dal suo corpo che avvolgeva il mio. Mi stavo abbandonando alle braccia di Morfeo, quando Andrea parlò di nuovo.
“Giulia?”
“Dimmi.”
“Ero serio prima, penso davvero di amarti.” disse, accarezzandomi la testa.
L’orologio di fronte stavolta segnava le 23:15, ma io non volevo più scappare.

18 commenti:

  1. Sono l'amministratrice di "E' colui che provoca il mio sorriso". Questo capitolo è veramente bello, mi aspettavo una storia (mi riferisco alla storia di Andrea) con colpi di scena, ma tu hai cambiato tutte le mie aspettative. Hai scritto una storia veramente straordinaria che nessuno si sarebbe mai aspettato.

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    1. ah no, non immaginavi una storia così?

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    2. Mi immaginavo che lui fosse stato abbandonato dai genitori, un mio pensiero troppo banale proprio perchè leggendo la storia che hai creato tu su Andrea mi hai colpito, mi sono emozionata e mi hai fatto capire ancora una volta come sei geniale quando scrivi. Quasi non trattenevo le lacrime sei riuscita a trasmettermi le emozioni di Andrea, il suo dolore e le sue lacrime. Non immaginavo una storia cosi emozionante perchè so che quando scrivi lo fai col cuore e ogni tuo testo è stupendo, ma in questo hai superato te stessa. Brava. <3

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    3. Eli, ora fai piangere me però T__T

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    4. Ohh *-* come sei tenera! <3

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  2. l'ho divorato! mi veniva da piangere a leggerlo! povero andrea! nn vedo l'ora di leggere il prossimo :)
    sempre + brava Je <3

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  3. Grazie mille ragazze, siete sempre gentilissime <3

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  4. è a dir poco stupendo jenny! l'ho letto tutto di un fiato! il tuo modo di scrivere è meraviglioso... sono sicura che andrai lontano se continui così :) davvero è fantastico! <3

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    1. Io non so come ringraziarti, davvero. <3
      Lo spero anche io, e sentirlo dire a voi mi riempie il cuore <3

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  5. E' scritto benissimo!! bellissimo come sempre!! complimenti!! si fa sempre più intrigante! è molto avvincente! non vedo l'ora che continui! perchè è impossibile smettere di leggerti!! <3 <3

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  6. nièèèèè, senza parole...è stupendo non riesco a non piangere, sai entrare davvero nel cuore delle persone...sei una ragazza fantastica e credo anche che se provassi a pubblicare un libro sarebbe molto venduto... ancora complimenti ** baci <3

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    1. Oddio, grazie di cuore :3
      Sia per pensare (che già è una cosa impossibile, anche lontanamente) che io sia una ragazza fantastica, sia per tutti i complimenti per ciò che scrivo, sei gentilissima. :)

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  7. sai,sei assolutamente fantastica mai letto niente di più bello e travolgente!! non so se ti ricordi ma sono quella rompiscatole di irene che su facebook commentava ogni volta (probabilmente rompendo le scatole,come mio solito fare..=|)

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    1. Non rompi proprio, tranquilla :)
      Ti ringrazio davvero di cuore, ne sono onorata :)

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