martedì

Raccontando emozioni.


Era autunno, uno di quei mesi in cui le prime foglie rosse iniziano a cadere e in cui l'aria si riempe sempre più di quel forte odore di fieno portato dalla pioggia.
Non stavamo assieme io e lui, o almeno non ancora, ma si era instaurato uno strano rapporto fra noi, uno di quelli he non puoi limitare con una definizione.
E quella sera, come avevamo fatto per molte altre prima d'allora, decidemmo di passarla assieme.
Era facile stare in pace col mondo mentre passeggiavo al suo fianco, avvolti dall'aria pesante, carica d'umidità.
Erano le dieci, o meglio, le ventidue, per dirla giusta, e il cielo ormai era divantato un'enorme cupola nera, coperto da uno sottile strato di nebbia.
"Non si vedono neanche le stelle stasera." commentai guardando all'insù.
Alzò anche lui la testa verso il cielo, mostrandomi il suo collo perfetto, prima leggermente avvolto da una sciarpa grigia, puntando distrattamente lo sguardo da qualche parte dell'universo.
"Conosco un posto dove i venti soffiano in maniera strana, tanto da non far creare mai nebbia o umidità. Sali in macchina, ti ci porto."
Pochi minuti di strada, pochi minuti di silenzio, pochi minuti di curiosità. Insomma, pochi minuti di ansia ed arrivammo, ma dove arrivammo non mi era ancora chiaro.
"Cos'è quella faccia, non ti fidi di me?" domandò, guardandomi scendere dall'auto titubante.
"Dove mi hai portata?"
"Dietro quella siepe c'è un'ampia distesa d'erba, un prato sotto le stelle. Tranquilla, non mordo mica" rispose, facendomi l'occhiolino.
Così, prendendomi la mano, mi aiutò a raggiungere quel piccolo prato incantato.
"Uao!" esclamai, guardando in alto.
"Questo posto fa sempre un certo effetto" disse, stendendosi in terra.
Non aggiunsi altro, lui mi tirò giù, facendomi sdraiare accanto a sè, stretta al suo petto.
Il calore del suo corpo, il luccichio di quei puntini luminosi in cielo, il continuo palpitare del mio cuore, quasi coordinato al suo; fu percependo tutti questi piccoli particolari che mi abbandonai a Morfeo.


Freddo, una pungente sensazione di freddo mi travolse, mentre ancora tenevo gli occhi chiusi.
"Alice? Alice svegliati, ci sta piovendo addosso!" esclamò lui, scuotendomi.
Ci impiegai poco a riconnettere il cervello, facilitata dalla grande quantità d'acqua che mi stava cadendo in faccia.
Iniziammo a correre, fra le pungenti frecce di pioggia che ci fiondavano addosso, fino a raggiungere la sua auto, entrambi col fiatone.
"Oddio, siamo fradici, Samu!" esclamai, guardando i miei vestiti gocciolanti.
Chissà perchè, proprio quel giorno il fato aveva deciso di giocare una carta ambigua per me, facendomi indossare una comunissima magliettina bianca, ma senza reggiseno, da momento in cui il mio seno piccolo, ma ben sodo, me lo permetteva.
"Alice ho una brutta notizia da darti, non parte la macchina" disse lui, continuando a girare la chiave, ma invano.
"No, non può essere, riprova!"
Rigirò la chiave, ma niente.
"Mi sa che dobbiamo aspettare che finisca di piovere, Ali."
"Ma guardami, sono zuppa! Mi prenderò la febbre se mi tengo ancora per molto questi vestiti" sbraitai, scazzata.
"Alice, non iniziare, sono anch'io nella tua stessa situazione, non credere che mi piaccia!" mi urlò contro, esasperato.
Io, per tutta risposta, dopo averlo guardato con aria furiosa, ma al contempo delusa, mi girai dall'altro lato, dandogli le spalle.
Restammo così, senza rivolgerci la parola per almeno dieci minuti, con l'aria carica di tensione.
"Scusami, non dovevo risponderti così, tu non hai colpa." disse all'improvviso, con tono di voce basso.
Restai in silenzio, imbronciata.
"Mi perdoni?" azzardò lui, insistente..
Ancora silenzio.
Fu così che, afferrandomi per i fianchi, mi mise a sedere su di lui, faccia contro faccia.
"Scusa." ripeté, guardandomi negli occhi.
Abbassò lo sguardo, notando per la prima volta i miei seni quasi nudi, coperti solo dalla sottile stoffa bagnata, e i miei capezzoli inturgiditi dal freddo.
Tornò a guardarmi negli occhi, il suo sguardo dentro al mio, le nostre labbra troppo vicine.
Fu così che le sue labbra presuntuose si impossessarono delle mie, intrappolandole nel nostro primo bacio.
Dolce, passionale, liberatorio, magico, folle; non è ancora stato inventato un aggettivo capace di raggruppare assieme il significato e l'intensità di quel bacio.
Fatto sta che, quando le nostre labbra si schiusero, nacque in me il forte bisogno di rimpossessarmene.
"Piove ancora?" mi domandò, spiazzandomi.
Insomma, io avevo appena ricevuto una carica d'adrenalina immensa da quel bacio, e a lui era stato così indifferente da scioglierlo per informarsi sul tempo? 
"Pioviggina, ma è leggero." risposi, scazzata.
Soddisfatto inspiegabilmente dalla mia risposta, aprì sorridendo la portiera, aiutandomi a scendere dall'auto.
"Non ho mai fatto l'amore sotto la pioggia, e la tua pelle ne ha persino preso il sapore" mi sussurrò, quasi baciandomi, mentre indietreggiavamo verso al prato.
Mi stese dolcemente in terra, mettendosi su di me mentre continuava a baciarmi le labbra.
E non so, sarà stata la pioggia leggera che cadeva su di noi, sarà stata l'aria aperta, o il terriccio sotto ai nostri corpi, ma quella volta, la nostra prima volta, fu indimenticabile.
Mentre le sue labbra erano ancora fisse sulle mie, le sue grandi mani sfilarono abilmente la mia maglietta bagnata, così che potesse baciare anche il mio petto nudo.
Le sue labbra calde sulla mia pelle fredda e bagnata, in suo respiro pesante mentre mi abbassava i jeans, ricordo nitidamente anche i suoi occhi nocciola dentro ai miei mentre, con decisione, entrava per la prima volta in me.


©Fantasia

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