martedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo ventiquattro.



Capitolo ventiquattro.

Quella settimana fu infernale, nel vero senso della parola, e mi sembrò che la mia nuova vita fosse destinata a cadere a pezzi. Eva si era catapultata nella mia vita senza invito, stravolgendo la tranquillità e la sicurezza che solo dopo settimane e settimane ero riuscita a costruire e, come se non bastasse, da ogni poro presente sulla sua pelle abbronzata spruzzava odio nei miei confronti.
Trascorsi il pomeriggio a sistemarmi nella mia nuova camera, quella doppia che avrei dovuto dividere con l’altra coinquilina, non ancora arrivata. Passai ore a maledire quell’Eva gambe-lunghe e quella sua asfissiante sfacciataggine, prima di scoprire che quella sua frettolosa decisione aveva migliorato il mio alloggio.
La nuova camera era in fondo all’appartamento, separata dal resto della casa prima da un lungo corridoio e poi da un secondo, più piccolo e trasversale al primo, era più grande della precedente perché, si, doveva contenere due letti ed essere abitabile per due persone, ma come avevo saputo da mio padre prima di trasferirmi, l’altra mia coinquilina era una donna sulla trentina che lavorava nel campo del giornalismo e che era sempre in viaggio per lavoro: la camera era praticamente solo mia. Nonostante ciò, accumulai tutte le mie cose nella mia metà, trovando sufficiente spazio per tutto, e mi impossessai del lato più luminoso della camera.
Quella sera stavo per ritrovare il buon’umore, quando però, intorno all’ora di cena, un sms di Andrea mi avvisò che quella sera avrebbe dovuto aiutare Carlo in pizzeria e non sarebbe potuto passare a prendermi per uscire.
Tutta la settimana passò lenta, perché Andrea si ritrovò tanto occupato da trovare a malapena il tempo di farmi una telefonata la sera prima di andare a dormire.
I rapporti con quell’arpia della mia nuova coinquilina si mantennero tesi, non ci fu il minimo tentativo da parte di nessuna delle due di riavvicinarsi, ne ve ne fu l’occasione dal momento in cui lei conduceva una vita tanto mondana da tenerla fuori casa durante la gran parte della giornata.
Quella settimana sembrò non voler finire mai, trascorse lenta e monotona, i giorni si seguirono uno uguale all’altro, senza novità.
Si, perché quella maledetta lettera di ammissione sembrava non volere arrivare mai, tenendomi sempre più sulle spine e scoraggiandomi.
Accumulai un tale stress che arrivata a sabato, non appena Andrea bussò alla mia porta e si presentò di sorpresa con un mazzo di giunchiglie in mano, scoppiai in un pianto isterico.
Fu imbarazzante quando lui, sorpreso quanto sconvolto dalla mia reazione, si lasciò cadere dalle i fiori, che piombarono al suolo inondando la camera del loro profumo, e si precipitò ad abbracciarmi con forza. Rimanemmo in piedi dieci minuti buoni, senza che quei fiotti di lacrime smettessero si sgorgare dai miei occhi. Aspettò che mi riprendessi per allentare l’abbraccio, sollevarmi di peso e portarmi in camera mia, quella sbagliata, perché avevo dimenticato di dirgli durante le nostre brevi telefonate quanto fosse stata odiosa Eva.
Aprì la porta goffamente, con me in braccio ed il mazzo di fiori che penzolava da una mano, e si fiondò nella stanza senza notare che era occupata.
“Eva esci, per favore” disse, palesemente infastidito dalla sua presenza.
Lei, che era impegnata a smaltarsi le unghia dei piedi, in mutandine e canotta, guardò la scena basita, fece scorrere quei grandi occhi ghiaccio lungo la figura di Andrea, si soffermò su di me, stretta dalle sue braccia e avvinghiata a lui come un koala, e sulle giunchiglie, fiore simbolo del desiderio.
“Questa è camera mia” squittì, acida “Non vedo il motivo per cui dovrei uscire.”
Andrea era sul punto di risponderle, probabilmente in maniera non proprio cortese dal momento in cui le vene del suo collo pulsavano ardenti sotto alla pelle, ma io glielo impedii, singhiozzando in un sussurro: “Andiamo, ti prego”
Lo guidai a parole fino alla nuova camera e mi lasciai adagiare dolcemente sul mio letto. Lui posò le giunchiglie sul mio comodino e si sedette accanto a me, prendendo ad accarezzarmi i capelli.
“Che ti è successo, bella fanciulla?” domandò lui, cercando di sdrammatizzare.
“E’ successo che quell’arpia si è impossessata della mia camera, ha continuato ad infastidirmi per tutta la settimana e che quella dannata lettera non è ancora arrivata. E’ successo che tu non c’eri e che mi sei mancato, dannazione” esplosi io.
Andrea si soffermò a guardarmi, probabilmente intenerito dal mio stato pietoso, si sdraiò accanto a me e mi abbracciò con dolcezza.
“Tutto questo stress non ti fa per niente bene, amore. Cerca di rilassarti” e così dicendo mi sfilò la maglietta con delicatezza e mi fece stendere a pancia in giù per massaggiarmi la schiena.
Le sue mani calde iniziarono ad accarezzarmi, le sue diva affondavano dolcemente sulla mia pelle, allentavano ogni contrattura dei miei muscoli, riuscendo così in poco tempo a farmi rilassare. Stavo per abbandonare il mio corpo nelle sue mani, quando slacciò il mio reggiseno.
Di colpo mi irrigidii, presa alla sprovvista da quel gesto presuntuoso.
“Che c’è?” mi domandò, notando il mio dissenso.
“Non mi va, Andrea” risposi fredda, mentre le sue parole rimbombavano nella mia testa.
“Hai detto che ti ero mancato, non hai sentito la nostalgia anche di altro?” insisté lui, iniziando a baciarmi la pelle nuda con fare sensuale.
“Smettila” singhiozzai.
Obbedì immediatamente, alzandosi a sedere preoccupato dalla mia reazione.
“Ora dimmi tutto, Giulia.”
“Niente, è solo che  non riesco a non pensare a quello che hai detto di Eva settimana scorsa.”
“Cioè?
“Era solo scopare, niente più. L’ho avuta ormai, non mi importa più niente di lei” dissi, imitando il suo tono di voce. “Ho paura di essere anche io solo una scopata, Andrea. Ho paura che ora che hai avuto anche me a breve potrei anch’io essere nulla di importante.”
Lui mi guardo sconcertato, forse fin troppo basito dalla mia affermazione. Mi abbracciò nuovamente con decisione e mi accarezzò la schiena nuda.
“Ti basta se ti dico che sei la prima donna che credo di amare così tanto?” mi sussurrò.
Quella sera facemmo nuovamente l’amore, incuranti di Eva che origliava furiosa nella stanza accanto, corrodendosi dentro dall’invidia.
Aveva intenzione di passare una serata tranquilla in casa, ma solo sentire trapelare dalle mura tutto l’amore che io e Andrea ci stavamo scambiando  la innervosì a tal punto che in quattro e quattr’otto si preparò per uscire.
Stava per varcare la soglia di casa quando, in terra, vide che una lettera era stata fatta passare da qualche abitante del palazzo sotto la porta.
La raccolse con i suoi lunghi artigli appena smaltati di rosso e lesse:

Giulia Rossi.
Viale Mario Rapisardi 163
Modulo di iscrizione a SASF, Scuola di Arti Sceniche e Fotografiche.

Il suo cuore di pietra si infuocò in un lampo, non appena il suo cervello riuscì a collegare cosa aveva fra le mani. Lesse scalpitante la lettera e il suo cuore ebbe un altro sussulto quando scoprì che la lettere, una volta arrivata, doveva essere rispedita compilata.
Il mio destino era nelle sue mani e lei scelse di fare ciò che più era prevedibile: mandarlo in fumo, bruciando quella lettera con l’accendino.

10 commenti:

  1. un'altro capitolo fantastico!! avevi ragione Eva è veramente sorprendente ha fatto veramente una CAROGNATA!!come si è permessa,che carogna! cmq serve a amare ancora di più Giulia è assolutamente fantastica. daltronde come chi ha creato la storia ;) complimentiiii!!! <3

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    1. Irene sei uno zucchero, davvero. <3

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    2. di sicuro tu non sei da meno!

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  2. io quella troia la uccidoooooooo!!!! ke stronzaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!! -.-'''' odio profondo verso Eva!
    Giulia invece diventa sempre + dolce dopo ogni singolo capitolo *-*

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    1. sono dalla tua parte!!che ne dici se le facciamo un attentato?? xD

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    2. ah ah ah, ora vi coalizzate pure? xD

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    3. certooooo!!!! xD ahahahah ;)

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  3. povera Giulia :( anyway bellissimo come sempre! (Buon compleanno!!)

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