lunedì

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo ventisei.




Capitolo ventisei.

Hai presente quei momenti della tua vita in cui ti sembra che tutto vada storto, che tutto quello che hai sempre sperato, sognato, sia destinato ad andare in fumo?
Tipo quando da piccolo inizi ad andare in bicicletta, scopri che ti piace, scopri quant’è bella la sensazione del vento sul tuo viso mentre pedali, e poi cadi. Allora ti senti destinato a lasciare stare, ad abbandonare quella tua passione perché è dolorosa, ti fa stare male, brucia. Poi però, prima o poi ti rialzi, e riprendi a pedalare; inizi a pensare che sei stato uno stupido a lasciarti abbattere così, capisci che se vuoi davvero una cosa non importa quanto ti possa fare male o quanto possa essere difficile all’inizio, devi solo lottare per questa.
Io amo la fotografia, è l’asse attorno al quale orbita la mia vita, lo scopo di ogni mia azione. È questa la mia più grande passione.

Avevo trascorso ogni giorno a fotografare tutto ciò che in quei pochi mesi aveva segnato la mia nuova vita a Catania, ogni luogo legato ad un bel ricordo, come la spiaggetta dove Andrea mi aveva rubato il primo bacio.
Il ricordo di quel giorno sembrava così lontano, come se tutte le emozioni che avevo provato durante quegli istanti felici fossero ormai state cancellate dalla mia mente.
I miei sentimenti per lui continuavano a sembrarmi quasi sfioriti: un grandissimo affetto ci legava, una estenuante voglia di proteggerlo da me stessa e dal resto del mondo per la sua grandissima capacità di amare, ma non c’era più quella vorticosa passione che sembrava avermi invaso il petto durante le nostre prime avventure.
Mi ero legata al primo uomo che aveva dimostrato interesse per me e per i miei sentimenti, ma non l’avevo fatto perché realmente provavo qualcosa per lui, ma perché ero stata tentata dal misterioso gusto della novità. Tutto ormai aveva lasciato posto al terribile mostro dell’abitudine.
Facevamo l’amore con meno frequenza, cercando di stimolarci in maniera diversa per non cedere alla monotonia, ma ormai tutto sembrava banale e scontato ai miei occhi. Quello però era l’unico momento in cui io riuscivo a non pensare a nulla se non alle sue mani calde che percorrevano il mio corpo o al suo membro che mi donava quell’implacabile piacere. Stavo bene, ma quell’effetto non era a lungo termine, e dopo poco mi ritrovavo angosciata come prima.
A quel punto, non mi restava che lottare perché tutto ciò mi andasse bene comunque. Ed Andrea mi aiutava notevolmente, essendo molto meno presente di prima, impegnato col corso, e coccolandomi ed incoraggiandomi ogni qual volta eravamo assieme. Dopotutto continuavo a considerarlo la persona migliore a questo mondo, e sarebbe stato da ipocrita negarlo.
Quel lunedì sera era una di quelle passate assieme sul mio letto, abbracciati a guardare la tv e chiacchierare del più e del meno, senza che Eva ci disturbasse con le sue battutine pungenti come faceva spesso quando stavamo tutti in salone.
Non avevo ancora trovato il coraggio di rivelare ad Andrea le parole di mio padre, né tantomeno a dirgli che fra poche settimane sarei dovuta tornare a Leni per suo ordine. Ero terrorizzata all’idea di dover sostenere un rapporto a distanza con lui, certa che il mio amore si sarebbe affievolito ulteriormente, ma ancor più terrorizzata al pensiero di spezzargli il cuore. Così avevo taciuto fino ad allora, in cerca del momento giusto, tenendomi dentro quel terribile fardello che pian piano mi stava logorando l’animo.
“Giulia, sei strana” sentenziò lui dopo il mio ennesimo sospiro di quella sera “E’ come se tu abbia altro per la testa, e va avanti così da più di una settimana. Che succede?”
Quelle parole mi piombarono dritte dentro al cuore, perforandolo. Sentivo i fiotti di sangue che sgorgavano da quella dolorosa ferita, faceva male.
“Niente, cosa vuoi che succeda?” dissi, non troppo convinta.
“Non me la dai a bere, per niente. Cos’hai?”
“Smettila Andrea, non insistere.” risposi acida, girandomi dall’altra parte per nascondergli le lacrime.
Lui mi afferrò con decisione per i polsi e mi costrinse ad alzarmi a sedere e a guardarlo in faccia. Rimase in silenzio, in attesa di una risposta.
“Mio padre vuole che io torni a Leni entro Ottobre” singhiozzai.
Lui allentò la presa dei polsi, ormai paralizzato dalle mie parole. Mi guardò sconcertato, turbato da quell’orribile pensiero di doversi separare da me.
“Ci restano solo due settimane, Andrea” aggiunsi con voce tremolante, scoppiando a piangere.
Mi gettai su di lui, affondando il viso sul suo collo e stringendolo forte, mentre mi accarezzava i capelli con un gesto monotono, ancora sotto shock. Restammo in quella scomoda posizione per un tempo indefinibilmente lungo, non riuscendo nessuno dei due a dire una parola in più. Poi però, quando io alzai lo sguardo e i nostri occhi si incrociarono di nuovo, vidi come una scintilla nei suoi, e in men che non si dica le sue labbra stavano già baciando con forza ogni parte del mio corpo.
Quella notte facemmo l’amore con una passione violenta che non conoscevo in Andrea, carichi di rimorso e rabbia. Le sue mani non accarezzarono la mia pelle, ma afferrarono con decisione inaudita la carne dei miei fianchi per aiutarlo nei suoi movimenti, la sue labbra non sfiorarono neanche una volta le mie, erano troppo impegnate a succhiare avide i miei seni, ed i suoi occhi, peggio ancora, non vollero incontrare mai i miei durante tutto il rapporto, schivarono ogni mio sguardo e restarono sempre bassi, quasi fissi su un'altra dimensione.
Quando il suo orgasmo mi espose dentro, ormai eravamo entrambi talmente esausti da non riuscire più a dirci neanche una parola. Ci addormentammo così, vicini ma lontani.

L’argomento divenne un tabù, non lo accennammo neanche una volta, anche se eravamo entrambi consapevoli di quanto fosse vicina la data della nostra separazione.
Andrea, a differenza di quanto pensassi, mi aveva dato l’impressione di non voler continuare questo rapporto oltre mare, e questo, a differenza di quanto pensassi, invece di incoraggiarmi, mi aveva abbattuto. Era veramente deciso a mettere la parola fine alla nostra storia?
Con questo dubbio, iniziai a non mollarlo un attimo, a stargli sempre attaccata e a saltargli addosso ogni qual volta potevo, a non lasciarmi sfuggire un solo momento per stare con lui. Mancava poco più di una settimana, dopotutto.
E quel pomeriggio, come altri, l’avevo aspettato davanti al portone d’ingresso della sua scuola ed eravamo tornati a casa mia dopo una lunga passeggiata con un gelato in mano. Ma non appena varcammo la soglia di casa trovammo ad attenderci una sorpresa del tutto inaspettata.
“Mamma!” esclamai, riconoscendo la figura esile seduta sulla poltrona.
Le corsi incontro, quasi con le lacrime al volto per l’emozione, e l’abbracciai con forza.
“Giulia, mi stritoli così” disse lei, cercando di allontanarmi.
La lasciai andare e mi soffermai a guardarla. Era palesemente cambiata in quei pochi mesi, non era più la donna che avevo lasciato a Leni prima di andare a vivere lontano da loro. Mia madre era molto timida, riservata e schiva, portava sempre i capelli raccolti in un serio chignon ed indossava sempre abiti sobri, che non dessero mai all’occhio. Ora invece, la donna che mi appariva davanti, sembrava ringiovanita di almeno dieci anni, portava benissimo i suoi quarant’anni dimostrandone poco più di trenta, il suo viso era valorizzato da un elaborato trucco suoi toni del rosa, brillava attorniato dalla folta capigliatura ora piena di riflessi biondi. Il suo corpo esile era fasciato da un attillato tubino fucsia ed era slanciato da vertiginose decolté nere abbinate ad una piccola pochette che teneva in mano.
Accanto a lei, la figura minuta di mia sorella Giorgia ci guardava radiosa. Grandi occhioni verdi, ereditati da mia madre, erano caricati di rimmel ed eyeliner, segno dei suoi quattordici anni, ed una lunga treccia castana le cadeva sulla spalla destra, legata con un nastrino rosso come le sue labbra carnose, era sempre bassina e molto magra, ma nel complesso era di una bellezza pura e ammaliante.
Abbracciai calorosamente anche lei, ancor più contenta di vederle entrambe lì, simbolo di un cambio di programma.
“Ma che ci fate qua, eh?” domandai scalpitante.
“Non dovresti prima fare le presentazioni, Giulia?” mi interruppe, guardando curiosa Andrea.
Arrossii palesemente, maledicendo di essere stata catapultata in quella scomoda situazione proprio in quel momento.
“Piacere signora, sono il ragazzo di Giulia” rispose prontamente lui.
Lo guardai con gli occhi quasi fuori dalle orbite, inorridita. Come aveva potuto presentarsi in quel modo a mia madre? Era troppo presto perché incontrasse i miei ed io non ero per niente pronta all’idea di ricevere il loro giudizio. In quel momento pensai seriamente di strangolarlo.
“Non c’è bisogno di presentazioni, credo. Lui è Andrea, mamma, Andrea Ricci. Lo conosci benissimo, era il mio vecchio compagno di scuola, ricordi?” risposi, grattandomi nervosamente la nuca.
“Oh ma certo, Andrea!” esclamò lei, raggiante. Mi guardò con fare ammiccante, e si congratulò per “la scelta”.
Ci accomodammo sul grande divano del salone, tutti un po’ in palese imbarazzo; la mia grande curiosità, però, riuscì a passar sopra ogni forma di intralcio.
“Mamma, perché sei qua? È successo qualcosa?” le domandai nuovamente, ancora un po’ euforica.
“Certo che è successo qualcosa, bambina mia. Non ti hanno presa al corso, sbaglio?”
Quella sua affermazione mi arrivò addosso come un secchio d’acqua ghiacciata, facendomi restare senza parole. Era venuta fin lì solo per rimproverarmi anche lei.
“Giulia, non puoi lasciar andare via il tuo sogno così” aggiunse poi.
“Ma come mamma, papà vuole che io torni a Leni al più presto. Dice che sto perdendo la mia vita dietro ad una sciocchezza.”
“Oh Giulia, tuo padre è così composto che non penserebbe mai neanche di fare la pipì nella doccia, su” esplose, lasciando a bocca aperta me, mia sorella ed Andrea che non credevamo alle nostre orecchie “Lascia stare cosa ti dice, ci parlo io con lui. Un sogno è un sogno, sei giovane ed hai il pieno diritto di sognare. Non pensare ad altro Giulia, realizza solo il tuo sogno. Non tornerai a Leni, te lo prometto. Quel paese è una merda.”
Strabuzzai gli occhi, sconvolta dalle sue parole. Mia madre era diventata un’altra donna senza che io sapessi come, non aveva mai parlato così davanti me o mia sorella, o tanto meno detto “merda” davanti ad uno sconosciuto.
Nonostante ciò, però, non appena spalancò le braccia per invogliarmi ad abbracciarla, mi precipitai su di lei e mi feci avvolgere dal suo corpo ossuto.
Mia madre mi stava donando, per la seconda volta, la vita.

13 commenti:

  1. ho letto il capitolo tutto d'un fiato! è fantastico adoro la madre di Giulia le lascia vivere il suo sogno...è meravigliosa non vedo l'ora del continuo <3 alla prossima =)

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  2. La madre di Giulia è una rivelazione per lei stessa. Non era così prima, è sbocciata!

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  3. Bellissimo! semplicemente bellissimo! carico di amore e nuove occasioni! bello bello bello!

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  4. non c'è amore più grande di chi ti dona la vita.. la mamma ci sarà sempre =) che bello questo capitolo mi hai fatto venire i brividi =)

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    1. Waa stefy, sei dolcissima! Grazie ;)

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  5. JENNYYYY *-* CURIOSAAA *-*
    QUESTO CAPITOLO è UN OPERA D'ARTE
    TI AMOO <3 *-*

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  6. Bellissimo!!Speriamo che Giulia ritrovi tutta la sua voglia di affrontare la vita :)

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  7. Ragazze siete splendide, grazie :D

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  8. E' fantastico come tutti gli altri d'altronde! <3

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  9. Troppo dolce sua madree *_*

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