sabato

Ritratto in seppia, frasi e spezzoni dolciosi.


Eliza e Tao Chi'en.

"Entrò nella camera e, alla luce di una candela collocata sul tavolo, lo vide seduto, con le gambe incrociate sul letto, vestito con la tunica e i pantaloni di cotone bianco, lì ad aspettarla. Eliza non riuscì
nemmeno a chiedersi quante notti lui poteva aver trascorso così, attento al rumore dei passi in corridoio, perché era stordita dalla sua stessa audacia e tremava per la timidezza e per ciò che la attendeva. Tao Chi’en non le diede il tempo di ripensarci. Le andò incontro, a braccia aperte, e lei avanzò alla cieca fino a sbattere contro il petto in cui sprofondò il viso per aspirare l’aroma a lei così noto, un profumo salino d’acqua di mare, le mani aggrappate alla sua tunica perché le ginocchia le cedevano, mentre un fiume di spiegazioni le sgorgava incontenibile dalle labbra e si mescolava alle parole d’amore che lui sussurrava in cinese. Sentì le braccia che la sollevavano da terra e la depositavano con tenerezza sul letto, sentì il suo respiro tiepido sul collo e le mani che la sostenevano, e allora un’incontenibile angoscia la invase e iniziò a tremare, pentita e spaventata.
Da quando era morta la moglie a Hong Kong, Tao Chi’en si era consolato di tanto in tanto con gli abbracci precipitosi di qualche donna a pagamento. Non faceva l’amore con amore da più di sei anni, ma non permise alla fretta di fargli perdere il controllo.
Aveva percorso mentalmente il corpo di Eliza così tante volte e la conosceva talmente bene, che avanzare per i suoi morbidi avvallamenti e le piccole colline fu come procedere con una mappa. Lei credeva di aver conosciuto l’amore tra le braccia del suo primo amante, ma l’intimità con Tao Chi’en mise in evidenza le dimensioni della sua ignoranza."
. . .
"La notte in cui Eliza era entrata nella camera di Tao Chi’en le cose andarono diversamente rispetto agli abbracci clandestini e frettolosi del suo primo amante in Cile. Quella notte scoprì alcune delle molteplici possibilità del piacere e fu iniziata alla profondità di un amore che sarebbe rimasto l’unico per il resto della sua vita. Con infinita pazienza Tao Chi’en la spogliò a poco a poco degli strati di timore accumulati e degli inutili ricordi, la accarezzò con infaticabile perseveranza fino a quando lei smise di tremare e aprì gli occhi, fino a quando si rilassò sotto le sue dita esperte, fino a quando la sentì fluttuare, aprirsi, illuminarsi; la sentì gemere, chiamarlo, supplicarlo; la vide arresa e umida, disposta a consegnarsi e a riceverlo con pienezza: fino a quando nessuno dei due fu più in grado di sapere dove si trovava, chi era, dove finiva uno e cominciava l’altra. Tao Chi’en la condusse oltre l’orgasmo, in una dimensione misteriosa in cui l’amore e la morte si assomigliano. Sentirono che i loro spiriti si espandevano, che i desideri e la memoria scomparivano, che si abbandonavano in un’unica immensa chiarità. Si abbracciarono in quello spazio straordinario riconoscendosi, perché forse erano già stati lì insieme nelle vite precedenti e ci sarebbero tornati più e più volte nelle vite future, come aveva suggerito Tao Chi’en. Erano amanti eterni, continuare a cercarsi e ritrovarsi era il loro karma, disse emozionato; ma Eliza replicò ridendo che non si trattava di niente di tanto solenne come il karma, quanto di semplice desiderio di fornicare e che, a onor del vero, erano parecchi anni che moriva dalla voglia di farlo con lui e che sperava che da quel momento in poi a Tao non venisse meno l’entusiasmo, perché questa era diventata una priorità nella sua vita. Se la spassarono tutta la notte e buona parte del giorno dopo, fino a quando la fame e la sete non li obbligarono a uscire incespicando dalla camera, ebbri e felici, continuando a tenersi per mano per paura di risvegliarsi all’improvviso e scoprire che avevano vagato persi in un’allucinazione.
La passione che da quella notte li unì e che alimentavano con straordinaria dedizione li sostenne e li protesse negli inevitabili momenti di fortuna avversa. Con il tempo quel furore si adattò alla tenerezza e al riso, smisero di esplorare i duecentoventidue modi di fare l’amore perché con tre o quattro ne avevano abbastanza e non c’era più bisogno di sorprendersi reciprocamente. A mano a mano che si conoscevano, cresceva anche l’armonia che li legava. Da quella prima notte d’amore, dormirono avvinghiati in un nodo, respirando la stessa aria e sognando le stesse cose; le loro vite, tuttavia, non erano facili, vivevano insieme da trent’anni in un mondo che non offriva spazi a una coppia
come loro."


Lynn e Matìas.


"Rimasto solo con lei, Matías la fece sedere sulle sue ginocchia e iniziò a cullarla come un neonato, chiedendole scusa mentalmente perché era incapace di formulare le parole, mentre la ragazza continuava a piangere in silenzio. Alla fine la guidò con dolcezza dietro il paravento, verso il letto, e si sdraiò insieme a lei come un fratello, accarezzandole la testa, baciandola sulla fronte, turbato da un sentimento sconosciuto e potentissimo cui non sapeva dare un nome. Non la desiderava, voleva solo proteggerla e restituirle intatta la sua innocenza, ma l’inusitata morbidezza della pelle di Lynn, la sua
chioma viva che lo avvolgeva e il suo aroma di mela lo sconfissero. Quel corpo immacolato che gli si consegnava senza riserve aprendosi al contatto con le sue mani riuscì a incantarlo e, senza sapere come, si ritrovò a esplorarla, a baciarla con una trepidazione che mai nessuna donna gli aveva provocato, a introdurre la sua lingua nella bocca, nelle orecchie di lei, ovunque, schiacciandola, penetrandola in un baratro di passione irrefrenabile, cavalcandola senza pietà, accecato, sfrenato, fino a esplodere
dentro di lei in un orgasmo devastante. Per un brevissimo istante si trovarono in un’altra dimensione, privi di difese, nudi nel corpo e nello spirito. Matías riuscì a raggiungere la rivelazione di un’intimità che fino ad allora aveva evitato senza nemmeno sapere che fosse possibile, valicò una frontiera estrema e si ritrovò dall’altra parte, privo di volontà.
Tra donne e uomini, aveva avuto più amanti di quanto è opportuno ricordare, ma non aveva mai perso in quella maniera il controllo, l’ironia, la distanza, la nozione della sua intangibile individualità, per fondersi semplicemente con un altro essere umano. In un certo modo, anche lui in quell’abbraccio aveva consegnato la sua verginità. Il viaggio non era durato nemmeno un millesimo di secondo, ma era stato sufficiente a terrorizzarlo; ritornò al suo corpo esausto e immediatamente si barricò nell’armatura
dell’usuale sarcasmo. Quando Lynn aprì gli occhi, non era più l’uomo con cui aveva fatto l’amore, era tornato quello di prima, ma lei non aveva sufficiente esperienza per rendersene conto. Dolorante, insanguinata e felice, si abbandonò al gioco di specchi di un amore illusorio, mentre Matías continuava a tenerla abbracciata nonostante il suo spirito fosse già lontano. Rimasero così fino a quando la luce alla finestra non svanì completamente e lei realizzò che doveva tornare da sua madre. Matías la aiutò a vestirsi e la accompagnò fino quasi alla sala da tè. “Aspettami, domani verrò alla stessa ora,” gli sussurrò congedandosi."


Severo e Nìvea.

"“Chiederò il permesso ai miei genitori per sposarmi con te,” annunciò a Severo.
“Sto per morire, Nívea,” sospirò lui.
“Hai sempre qualche scusa pronta, Severo! L’agonia non è mai stato un impedimento per contrarre matrimonio.”
“Vuoi trasformarti in vedova senza essere stata moglie? Non voglio che ti capiti quello che è successo a me con Lynn.”
“Non resterò vedova perché non morirai. Potresti umilmente chiedere la mia mano, cugino? E dimmi, ad esempio, che sono la donna della tua vita, il tuo angelo, la tua musa o qualcosa del genere? Inventati qualcosa, insomma! Dimmi che non puoi vivere senza di me, almeno questo è vero, no? Devo ammettere che non è che mi piaccia così tanto fare la romantica da sola.”
“Sei pazza, Nívea. Non sono nemmeno un uomo intero, sono un misero invalido.”
“Ti manca qualcos’altro oltre a quel pezzo di gamba?” chiese lei allarmata.
“Ti sembra poco?”
“Se tutto il resto è al suo posto, non mi sembra che tu abbia perso granché,” rise lei.
“Allora sposami, per favore,” mormorò lui, con profondo sollievo e con un singhiozzo che gli moriva in gola, troppo debole per abbracciarla.
“Non piangere, cugino, baciami; per questo non hai bisogno della gamba,” replicò lei chinandosi sul letto nello stesso modo in cui lui l’aveva vista tante volte nel suo delirio.
Tre giorni dopo si sposarono con una breve cerimonia in uno dei bei saloni della residenza del ministro, alla presenza delle due famiglie. Viste le circostanze, fu un matrimonio privato, ma solo tra parenti intimi si riunirono in novantaquattro. Severo si presentò pallido e smunto, con un taglio di capelli alla Byron, le guance rasate e l’abito di gala, camicia dal colletto rigido, bottoni d’oro e cravatta di seta, su una sedia a rotelle. Non ci fu tempo per preparare un vestito da sposa né un corredo adatto per Nívea, ma sorelle e cugine riempirono due bauli con la biancheria da casa che avevano ricamato per anni per farne la loro dote. Nívea indossò un vestito di satin bianco e una tiara di perle e diamanti prestatale dalla moglie dello zio. Nella fotografia delle nozze appare radiosa in piedi, vicino alla sedia del marito. Quella sera ci fu una cena in famiglia alla quale Severo del Valle non partecipò perché le emozioni del giorno lo avevano sfinito. Dopo che gli invitati si furono ritirati, Nívea fu accompagnata dalla zia alla camera che
le avevano preparato. “Mi dispiace molto che la tua prima notte di nozze vada così...” balbettò la buona signora arrossendo. “Non si preoccupi, zia, mi consolerò recitando il rosario,” replicò la ragazza. Attese che la casa si addormentasse e quando fu certa che, salvo il vento salino del mare tra gli alberi del giardino, non c’erano altri segni di vita, Nívea si alzò e, percorrendo in camicia da notte i lunghi corridoi di quel palazzo estraneo, entrò nella camera di Severo. La suora incaricata di vegliare il sonno del malato, sprofondata in una poltrona, dormiva profondamente, ma Severo era sveglio e la stava aspettando. Lei si portò un dito alle labbra per indicargli di fare silenzio, spense le lampade a gas e si introdusse nel letto.
Nívea era stata educata dalle suore e proveniva da una famiglia all’antica, in cui non venivano mai menzionate le funzioni del corpo e men che meno quelle relative alla riproduzione, ma aveva vent’anni, un cuore appassionato e buona memoria. Ricordava molto bene i giochi clandestini con il cugino negli angoli bui, la forma del corpo di Severo, l’ansia del piacere sempre insoddisfatto, la fascinazione del peccato. A quell’epoca, il pudore e il senso di colpa li inibivano ed entrambi si allontanavano dagli
angoli proibiti tremando, estenuati e con la pelle in fiamme. Durante gli anni in cui erano stati lontani, Nívea aveva avuto tempo di ripassare ogni istante condiviso con il cugino e trasformare la curiosità dell’infanzia in un amore profondo. Inoltre aveva divorato da cima a fondo la biblioteca dello zio José Francisco Vergara, uomo dalla mente liberale e moderna, che non accettava limite alcuno alla sua curiosità intellettuale e ancor meno tollerava la censura religiosa. Mentre classificava i libri di scienze, arte e guerra, Nívea aveva casualmente scoperto il modo di aprire uno scomparto segreto in cui
aveva rinvenuto una raccolta di tutto rispetto di romanzi inclusi nella lista nera della Chiesa, di testi erotici e persino una divertente collezione di disegni giapponesi e cinesi con amanti a gambe all’aria, in posizioni anatomicamente impraticabili, e tuttavia in grado di ispirare anche il più ascetico lettore e a maggior ragione una persona fantasiosa come lei. I testi più istruttivi erano comunque i romanzi pornografici, pessimamente tradotti dall’inglese allo spagnolo, di una certa Dama Anonima, che la ragazza aveva trafugato a uno a uno nascosti nella borsa, letto attentamente e ricollocato con cautela
nel medesimo luogo, precauzione inutile, dal momento che lo zio era impegnato nella campagna bellica e nessun altro entrava nella biblioteca. Guidata da quei testi, aveva esplorato il proprio corpo, appreso i rudimenti dell’arte più antica dell’umanità e si era preparata per il giorno in cui avrebbe applicato la teoria alla pratica. Era cosciente, ovviamente, di commettere un orribile peccato – il godimento è sempre peccaminoso – ma si era astenuta dal discutere l’argomento con il suo confessore, avendo considerato che il piacere che provava e che avrebbe provato in futuro valevano il rischio dell’inferno. Pregava perché la morte non la cogliesse all’improvviso senza darle tempo, prima di esalare l’ultimo respiro, di confessare le ore di diletto che i libri le offrivano.
Non le era mai passato per la testa che quel solitario addestramento le sarebbe servito per restituire la vita all’uomo che amava e, men che meno, che si sarebbe cimentata in quell’impresa a tre metri da una suora addormentata. A partire da quella prima notte con Severo, quando andava a congedarsi dal marito, prima di dirigersi in camera sua, Nívea fece in modo di portare una tazza di cioccolata calda con dei biscotti alla monaca. La cioccolata conteneva una dose di valeriana in grado di addormentare un cammello. Severo del Valle non avrebbe mai potuto supporre che la casta cugina fosse in grado di misurarsi in tante e così straordinarie prodezze. La ferita alla gamba, che gli procurava fitte di dolore, la febbre e la debilitazione lo relegavano a un ruolo passivo, ma quel che mancava a lui in vigore metteva lei in intraprendenza ed erudizione. Severo non avrebbe mai immaginato che simili acrobazie fossero possibili ed era certo che non avessero nulla di cristiano, ma ciò non gli impedì di goderne con pienezza. Se non fosse stato per il fatto che conosceva Nívea dall’infanzia, avrebbe pensato che la cugina si fosse allenata in un serraglio turco, ma pur inquietandolo l’idea di come quella pulzella avesse appreso quei trucchi da meretrice, ebbe l’intelligenza di non domandarglielo. La seguì docilmente nel viaggio dei sensi fin dove il corpo glielo permise, consegnando lungo la strada fino all’ultimo spiraglio dell’anima. Sotto le lenzuola si cercarono secondo le descrizioni dei pornografi della biblioteca del rispettabile ministro della Guerra e in modi nuovi che inventarono di volta in volta spronati dal desiderio e dall’amore, se pur
limitati dal moncherino avvolto nelle bende e dalla suora che russava in poltrona. L’alba li sorprendeva palpitanti in un nodo di abbracci, con le bocche unite che respiravano all’unisono e non appena si insinuava il primo bagliore del giorno dalla finestra, lei scivolava via come un’ombra per tornare nella sua camera. I giochi dei vecchi tempi si erano trasformati in autentiche maratone di concupiscenza; si accarezzavano con appetito vorace, si baciavano, si leccavano e si penetravano ovunque, il tutto al buio e nel più completo silenzio, ingoiando i sospiri e mordendo i cuscini per soffocare la gioiosa lussuria che più e più volte li elevava alla gloria durante quelle notti troppo brevi. Il tempo volava: Nívea non faceva in tempo ad apparire nella camera come uno spirito per introdursi nel letto di Severo che già era mattina. Nessuno dei due chiudeva occhio, non potevano perdersi nemmeno un minuto di quei fausti incontri."


Diego e Susana.

"Avevano sistemato delle coperte su un covone di paglia, quasi un nido, su cui lei era distesa supina, protetta dal pesante cappotto slacciato sulla pelle nuda. Aveva braccia e gambe aperte, la testa inclinata verso una spalla, la chioma nera che le copriva il viso e la sua pelle brillava come legno chiaro nel delicato bagliore aranciato della lanterna. Diego, con indosso unicamente la camicia, era inginocchiato davanti a lei e le lambiva il sesso. Era così totale l’abbandono nell’atteggiamento di
Susana, e nei gesti di Diego c’era una tale contenuta passione, che compresi immediatamente quanto io fossi estranea a tutto ciò. In realtà, io neanche esistevo, come pure Eduardo o i tre bambini, non esisteva nessun altro, erano solo loro due e il loro ineluttabile amarsi. Mio marito non mi aveva mai accarezzata in quel modo. Era facile intuire che si erano ritrovati così altre migliaia di volte, che si amavano da anni; capii infine che Diego mi aveva sposato perché aveva bisogno di un paravento per mascherare i suoi amori con Susana."
. . .
"Non sembravano una coppia di amanti in un precipitoso incontro clandestino, ma sposi novelli alla seconda settimana di luna di miele, quando la passione è ancora intatta, ma esistono già la fiducia
e la conoscenza reciproca dei corpi. Io, certamente, non avevo mai sperimentato un’intimità simile con mio marito, e non sarei stata in grado di immaginarmela
nemmeno nelle più audaci fantasie. La lingua di Diego percorreva l’interno delle gambe di Susana salendo dalle caviglie, trattenendosi tra le cosce per poi scendere di nuovo, mentre le mani si arrampicavano lungo la sua vita e impastavano i suoi seni rotondi e opulenti, giocherellando con i capezzoli turgidi e lucenti come chicchi d’uva. Il corpo di Susana, morbido e dolce, sussultava e ondeggiava come un pesce nel fiume, la testa si muoveva da una parte all’altra nella disperazione del piacere, i capelli sempre sul volto, le labbra aperte in un lungo gemito, le mani alla ricerca di Diego da guidare lungo la splendida topografia del suo corpo, fino a che la lingua di lui la fece esplodere di
piacere. Susana inarcò la schiena all’indietro per quel godimento che la trafiggeva come un lampo e lanciò un grido roco che lui soffocò comprimendo la bocca contro la sua. Poi Diego la prese tra le braccia, la cullò, l’accarezzò come un gatto, sussurrandole all’orecchio una lunga serie di parole segrete, con una delicatezza e una dolcezza che non avrei mai creduto possibili in lui. A un certo punto lei si rizzò a sedere sulla paglia, si tolse il cappotto e iniziò a baciarlo, prima sulla fronte, poi sulle palpebre, le tempie,
lungamente la bocca, la lingua birichina che esplorava le orecchie di Diego, saltando sul pomo d’Adamo, sfiorando il collo, i denti che stuzzicavano i capezzoli virili, le dita impigliate nei peli del petto. Allora toccò a lui abbandonarsi completamente alle carezze, si distese a pancia in giù sulla coperta e lei gli si mise cavalcioni sulla schiena, morsicandogli la nuca e il collo, percorrendo le sue spalle con brevi baci giocosi, scendendo fino alle natiche, esplorandolo, annusandolo, assaporandolo e lasciandosi dietro una scia di saliva. Diego si girò e la bocca di lei avvolse il suo membro eretto e pulsante in un interminabile combattimento di piacere in cui davano e prendevano nella più recondita intimità, fino a quando lui non poté più resistere e si avventò su di lei, la penetrò e rotolarono come nemici in una trama di braccia, gambe e baci e rantoli e sospiri ed espressioni d’amore che non avevo mai sentito. Poi si appisolarono in un caldo abbraccio sotto le coperte e il cappotto di Susana, come due bambini innocenti."


Aurora e Ivàn.

"Fino a quel momento, la nostra era stata un’avventura della carne, un’esplorazione dei sensi, per me
fondamentale al fine di superare l’umiliazione di essere stata rifiutata da Diego e capire che come donna non ero un fallimento, come temevo. A ogni incontro con Iván Radovic andavo acquisendo sempre maggior confidenza, avevo vinto la timidezza e il pudore, ma non mi ero accorta che quella gloriosa intimità aveva ceduto il passo a un grande amore.
Quella sera ci abbracciammo con languida spossatezza per via del buon vino e delle fatiche del giorno, lentamente, come due saggi nonni che hanno fatto l’amore novecento volte e non possono più sorprendersi né defraudarsi. Che cosa accadde di tanto speciale per me? Niente, credo, se non che l’incetta di esperienze felici con Iván quella notte raggiunse il numero cruciale necessario per smantellare le mie difese. Successe che, di ritorno dall’orgasmo, stretta tra le forti braccia del mio amante, sentii un singulto scuotermi, e poi un altro e un altro ancora fino a quando una marea incontenibile di pianto accumulato mi trascinò con sé. Piansi e piansi, senza difese e completamente
abbandonata, sicura tra quelle braccia come non ricordavo di essermi mai sentita. Una diga mi si spezzò dentro e quell’antico dolore tracimò come neve sciolta. Iván non mi fece domande e non cercò di consolarmi, mi tenne stretta al suo petto, mi lasciò piangere fino a quando le lacrime non si esaurirono e quando cercai di dargli una spiegazione mi chiuse la bocca con un lungo bacio. Peraltro non avevo nessuna spiegazione al momento, avrei dovuto inventarmela, ma adesso so – perché è accaduto ancora in altre occasioni – che tutte le volte in cui mi sentivo assolutamente in salvo, protetta e al
sicuro, mi tornavano alla memoria i primi cinque anni della mia vita, gli anni che nonna Paulina e tutti gli altri avevano avvolto di una cappa di mistero. Per prima, in un bagliore di luminosità, rividi l’immagine del nonno Tao Chi’en che mormorava il mio nome in cinese, Lai Ming."


2 commenti:

  1. Ehi, grazie per il commento *-*
    Io sono Miriam, Mimi per gli amici (:

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    1. Ehi Mimì, figurati! Piacere di conoscerti, io sono Jenny :)

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