Allora prendimi per mano. ©



Trama:
"Allora prendimi per mano" è la storia di Alyson ed Oscar, due ragazzi cresciuti assieme fra piccoli e grandi momenti di gioia o di estrema tristezza. Fra liti e riappacificazioni riusciranno a leggersi dentro, a capire cosa li lega realmente. Ma una cosa è certa: nessuno dei due abbandonerà mai l'altro.


















































































Introduzione.

"Oscar, aspettami!"
"Oh Alyson sbrigati!"
"Oscar, ma io ho paura."
"Ti fidi di me?"
"Si, lo sai."
"Allora prendimi per mano"
E le mie piccole e paffute mani si strinsero nelle sue, appena più grandi.
Così, insieme, ci avventurammo in quello che, di li a poco, sarebbe diventato il nostro rifugio.
Era la vigilia di Natale del 1995.


Alyson Thompson. <3
Ha 17 anni, quasi 18.
I capelli color rosso vivo, con tutte le sfumature del sole.
Gli occhi grandi e verdi, ma di un verde acceso, innaturale.
Ha un carattere forte, a causa delle spiacevoli circostanze che hanno segnato la sua vita.
Non ha mai avuto un ragazzo in vita sua, l'unico a cui è da sempre legata è Oscar.
La loro amicizia va oltre ogni limite, sono due anime affini.




Oscar Johnson. <3

22 anni.

Capelli color oro ed occhi azzurro cielo.

Ha un fisico robusto, muscoloso.

A differenza di Alyson, lui ha avuto tutto dalla vita.

Ama l'arte, la buona musica e la lettura.

Passa interi pomeriggi con lei, è la sorellina minore che non ha mai avuto, sente il bisogno di proteggerla e di prendersene cura.
Phineas Thompson <3

27 anni.

Fratello di Alyson.

Era un bravo ragazzo, ma dopo la morte della madre iniziò a frequentare locali notturni pieni di spacciatori, con i quali iniziò ad avere rapporti.

Si droga da parecchi anni ormai, ha totalmente perso il controllo.
Charlie Stuart. <3
31 anni.
Capelli neri e occhi di un grigio glaciale.
E' molto giovanile, sembra una ragazzina.
D'altronde anche il suo corpo lo fa credere, è perfettamente scolpito.
Ha un carattere deciso, forte, ma è molto riservata e cupa.
Sente un gran bisogno d'essere amata, da un'altra donna però.
Si, è lesbica, ma non lo nasconde, anzi.
Perchè dovrebbe?

Axl Brown. <3

28 anni.
Capelli e occhi scuri, di un caldo color nocciola.
Alto e muscoloso, il suo corpo è avvolto da parecchi tatuaggi.
Sono la sua passione, dopotutto.
Nonostante sia vicino alla trentina, è ancora un ragazzino.
Sicuro di se ed orgoglioso, non è molto affidabile.


Monalize Johnson. <3
-Monalize, che secondo i miei calcoli doveva ormai avere poco più di 27 anni, era un’affascinante ragazza col fisico da modella, castana e con gli occhi dalle sfumature color miele.
Fin da piccola era stata ammaliata dal mondo della fotografia, tanto da trasferirsi in Francia per studiare in una delle migliori scuole- tratto dal capitolo 25.

Cristina Grandi/ Kirsten Johnson ♥
Biondissima, con grandi occhi cristallini.
E' un po' più grande di Oscar, sui 23 anni.
E' una ragazza che, dall'apparenza, giudicheresti semplice e spontanea, ma è tutt'altro.
Ha una doppia identità, di cui nessuno sospetta nulla.






Parte 1. <3


Undici anni dopo.

"Alyson scendi, devo dirti una cosa." diceva un sms di Oscar.
Ma cos'aveva mai da dirmi?
Erano le quattro di notte ed io ero già in pigiama.
La neve scendeva lenta fra il paesaggio della silenziosa periferia londinese ed i festeggiamenti del Natale appena arrivato si erano via via esauriti.
Odiavo il Natale.
Era una notte come quella, sei anni prima, quando guardai per l'ultima volta gli occhioni azzurri della mia mamma. La gente fuori esultava, gioiva, estranea di quanto succedeva dentro le quattro mura di quella grigia casa.
"Oscar, che è successo?" dissi io, aprendo la porta d'ingresso del mio palazzo.
Lui era li, a cavallo della sua luccicante moto buia come la notte.
"Sali, ti porto in un posto"
Misi il cappotto e, curiosa, saltai sù.
Il mezzo sfrecciava lungo le strade semideserte, uscendo ben presto da Londra e avventurandosi verso la campagna.
Sapevo dove mi stava portando.
Mi sembrava di rivivere gli attimi di quella devastante notte. Lui mi era sempre stato accanto, soprattutto in quel difficile momento. Pur avendo io all'epoca poco più di 10 anni, salii sul suo vecchio scooter, stringendolo più forte che potevo.
Ed oggi, come allora, mi stava portando li, alla vecchia stazione abbandonata.
Ci rifugiammo nel diroccato casolare, che un tempo corrispondeva alla sala comandi, e ci sdraiammo sulla brandina.
Avevamo messo a nuovo quel posto, arredandolo e rendendolo il più confortevole possibile. Oscar aveva pensato bene di ricostruire il tetto, lasciando al centro una grande finestra per ammirare le stelle.
"Allora, si può sapere che devi dirmi?" lo esortai io.
"Buon Natale Alyson. No, aspetta. So che odi il Natale, ma penso che questo ti farà tornare il sorriso" rispose, indicando un oggetto sconosciuto coperto da un telo messo nell'angolo.
Mi alzai di botto e, sfilando il sottile lenzuolo, restai a bocca aperta.
"Oscar!"
Un vecchio giradischi impolverato con un gran fiocco rosso al centro si trovava sotto al mio naso.
"Sorpresa. Ricordi quel mio zio che tempo fa mi aveva invitato a passare da lui? Ecco, lo teneva in soffita, doveva addirittura buttarlo perchè non funzionava. L'ho aggiustato e ha detto che potevo anche prendermelo. Beh, penso che questo sia il posto perfetto per un capolavoro del genere no?"
"Oddio Oscar, è meraviglioso!" esclamai.
"E guarda un po' qua, ho raccolto un bel po' di dischi in una bancarella a Camden Town" aggiunse, mostrandomi dei dischi in vinile nascosti sotto la brandina.
"Oscar, io ti adoro!" e così dicendo gettai le braccia attorno al suo collo e lo buttai sul lettino.
Il suo abbraccio era caldo, così protettivo.
"Non voglio tornare a casa" sbuffai io mentre mi stringevo sul suo petto.
Quando arrivava dicembre, fra le mura di quell'appartamento si veniva a creare un clima freddo, triste.
Mio padre non c'era quasi mai, viaggiava molto per lavoro, forse troppo.
"Dormiamo qua, che dici?" propose lui.
Oscar viveva già da solo. Dopo tutto a soli 20 anni si era già costruito a poco a poco la propria autonomia.
E così, attaccati l'uno all'altra, ci lasciammo cullare dalla dolce melodia del vecchio giradischi.





P a r t e 2 <3

Schiusi gli occhi, lentamente.
Non volevo alzarmi da li, no.
Oscar era accanto a me, che mi abbracciava e mi teneva stretta al suo petto.
Era così bello stare li, accidenti. In quel casolare il tempo sembrava non scorrere mai e i pensieri negativi venivano risucchiati via dalla mia caotica testa.
I raggi caldi del sole entravano dalla finestra, illuminando i contorni delle sue grandi spalle e facendo splendere le mille sfumature dei suoi perfetti capelli color oro.
I miei, di un rosso acceso, erano invece scompigliati ed arruffati a causa dell'umidità.
Avevo sempre odiato il mio corpo; i centimetri, le misure, avevano sempre influenzato la mia esistenza. E poi, a completare l'opera, quelle lentiggini sulle mie guance; Oscar diceva sempre che erano come tante stelle nel cielo, le stelle che noi amavamo osservare dalla stazione abbandonata.
Iniziai a fargli il solletico sul collo; era così buffo mentre si svegliava, infastidito.
"Buongiorno!" esclamai a bassa voce io.
"Buongiorno a lei" rispose lui, stiracchiandosi e sbadigliando. "Dormito bene?"
"Sai che qui dormo benissimo. E tu?"
"Scherzi? Non stai ferma un attimo neanche mentre dormi, ti giri, ti rigiri. Mai avuto un peluche che si muove tanto, orsacchiotta"
Arrossii.
"Che ore sono?" aggiunse lui.
"Non ho idea" risposi.
Mi alzai lentamente, sistemandomi il pigiama, e andai a prendere il cellulare.
Le 10:20.
"Oh cazzo, la scuola!" urlai.
"Ma che stai dicendo Alyson? Sei in vacanza. Hai già dimenticato che è Natale oggi?"
"Oh..." esclamai triste. Accidenti, la mia testa aveva ripreso a perdere colpi.
Mi sedetti sul bordo del letto, portandomi le mani al capo.
Oscar si avvicinò e mi abbracciò con forza.
"Che c'è scimmietta?"
"Di nuovo, Oscar"
Lui capì subito.
Oscar ed io eravamo cresciuti assieme, l'uno accanto all'altra, e nei momenti più difficili delle nostre vite ci eravamo sempre ritrovati lì, a confortarci l'uno con l'altra.
Conosceva tutto di me, come io sapevo ogni cosa di lui.
Due anime che si scrutano e si capiscono.
Iniziai a tremare leggermente.
Lui mi abbracciò con ancora più forza, tenendomi stretta a sè.
Sapeva cosa passavo in quei piccoli momenti.
"Quando hai la visita?" mi chiese.
"Settimana prossima, ma mi toccherà di nuovo andarci da sola"
"Ti sbagli, ti accompagno io stavolta"
Una gioia improvvisa mi travolse.
"Oh Oscar, grazie. Ti voglio bene!" esclamai.
"Te ne voglio tanto anch'io, scimmietta"





P a r t e 3 <3
Restammo li, fermi, a guardarci negli occhi.
I suoi erano di un azzurro intenso, avevano tutte le sfumature del cielo e variavano di colore a seconda del tempo e dell'umore. I miei, invece, erano verdi, verdissimi, diceva che assomigliavano a delle biglie di vetro colorate tanto erano innaturali.
D'improvviso un brontolio del mio stomaco le fece scoppiare a ridere.
"E che cos'hai la? Un orso?" scherzò.
"Sai, non tutti a Natale abbiamo la possibilità di fare un cenone come si deve!" risposi io.
Si ammutolì.
La mia famiglia viveva in povertà. I soldi che mio padre mandava a me e a mio fratello maggiore Phineas non bastavano mai.
Sapevo perchè, ma non volevo ammetterlo e tanto meno volevo parlarne più con Phin, dopo quella volta.
"Penso che debba portarti a fare colazione no? Andiamo, scimmietta"
Mi cambiai, indossando degli abiti che avevo lasciato la un tempo.
E così, mi strinsi forte a lui per non cadere giù dalla moto.
Passammo la mattinata assieme, fra le vie di Londra.
Stare con lui mi faceva sentire meglio, era il miglior amico che avessi potuto desiderare, anche se per me, da qualche anno, era più di un amico. Si, stavo iniziando a provare qualcos'altro per lui, qualcosa di più forte, per quanto non volessi ammetterlo.
"Bene, è quasi mezzogiorno. Ti riaccompagno?"
"Va bene, mangi da me oggi? Sai com'è Phin, probabilmente non sarà neanche a casa, e poi magari oggi pomeriggio ci guardiamo un dvd" proposi.
"Alyson, non posso proprio oggi" disse con mezzo sorrisetto.
"C'è qualcosa che devi dirmi?" lo esortai.
"Hai presente Cristina? Quella ragazza italiana nuova che lavora al bar con me? Ecco, è molto carina e mi ha chiesto di farle vedere le cose più belle di Londra. Chissà, magari ci sta" e mi fece l'occhiolino.
Restai immobile a guardarlo per qualche secondo.
"Bene, l'ennesima troia con cui andrai a letto" pensai.
Ma che pretendevo? Oscar era un ragazzo bellissimo e per quanto tenesse a me, lui mi vedeva solo come una sorellina.
"Sono felice per te, Oscar." dissi, fingendo entusiasmo.
Mi riaccompagnò a casa.
"A domani allora, ti racconto tutto" mi baciò la fronte e andò.
Scoppiai in lacrime.
Corsi in camera mia e mi gettai sul mio letto, per soffocare i pensieri sotto al cuscino; era così che facevo, fin da piccola.
Forse ero ancora rimasta piccola.
Insomma, nascondevo le mie curve sotto vestiti larghi e rosa, usavo ancora i pigiamoni e non mi truccavo neanche.
Avevo 17 anni, fra pochi mesi ne avrei compiuti 18, ma in me non c'era un minimo di femminilità.
Dovevo cambiare.
"Oh buon Natale Alyson!" dissi a me stessa.
Quel giorno era maledetto per me.
E con le guance zuppe di lacrime mi ripromisi di non festeggiarlo mai più.






P a r t e 4 <3
Sentii la porta aprirsi di botto e sbattersi contro il muro, provocando un grande boato. Di colpo mi svegliai impaurita da quel rumore assordante. Guardai l’orologio. Le lancette segnavano già le tre del mattino.
Mi ero addormentata in quello stato, senza mangiare un solo boccone.
Presi la mazza da Baseball che mio padre aveva regalato a mio fratello qualche anno prima e mi avventurai fra le scale.
Una sagoma barcollante stava venendo verso me, o meglio, stava salendo le scale cercando non so cosa.
Non sapendo cosa fare in preda al panico, accesi la luce. L’uomo davanti a me si coprì gli occhi, infastidito dal trauma agli alla vista appena subito.
“Phin, accidenti a te! Mi hai fatto prendere un colpo.” esclamai io.
Non rispose, appoggiando la testa al muro e muovendo le mani verso me, come a volermi cacciare.
Eccolo, di nuovo in quello stato; non potevo più tacere, non potevo più passare per la sciocca che non scorge la verità neanche quando questa si presenta ai suoi occhi.
“Phin, ma che cazzo combini? Sono stufa di vederti così, stai buttando la tua vita. E stai rovinando la mia!” urlai.
“Non urlare, mocciosa. Ho mal di testa! Io non ho fatto niente, sta calma.”
“Niente?” Scorsi pacchetto di nylon da dentro la tasca della sua felpa. “Questo me lo chiami niente?” esplosi, gettando a terra le pillole colorate d’ecstasy.
“Idiota!” disse dandomi uno schiaffo e prepicitandosi a terra per raccoglierle.
Restai immobile, con una mano sulla guancia, proprio dove la sua mi aveva colpito.
“Hai idea di quanto costano?”
Non risposi.
Corsi in camera mia, quasi inciampando fra i gradini per colpa della visuale appannata dalle lacrime, e iniziai a cercare di far entrare più cose possibile dentro la mia sacca da viaggio.
“Dove stai andando?” mi chiese lui, prima che potessi sbattergli con tutta la mia forza la porta in faccia.
Si accasciò a terra, a piangere; ma io questo non lo vidi.
Pioveva, come sempre.  Iniziai a correre, non so verso dove, giurando a me stessa che non avrei mai più messo un solo dito in quella casa infettata di brutti ricordi e sofferenze.
In poco tempo i miei capelli rosso fuoco si scurirono inzuppati dall’acqua, come il resto del mio corpo.
Avevo dimenticato il cappotto e l’ombrello a casa.
Ed eccolo, quel palazzo in cui ero entrata poche volte. Spinsi il portone d’ingresso con le poche forze che mi erano rimaste e salii tre rampe di scale, fino ad arrivare sull’uscio spoglio di casa sua.
Suonai, ma nessuno rispose.
“Bene, sarà a letto con quella troia” pensai fra me.
Sapevo che Oscar teneva una copia delle chiavi in una piantina poggiata sul davanzale della finestra, quindi iniziai a scavare con i polpastrelli il soffice ed umido terriccio, fino a toccare con la punta dell’indice un oggettino duro e freddo.
Dentro casa l’ambiente era caldo, accogliente.
Mi guardai intorno.  L’ingresso, la cucina, la sala da pranzo e il salotto erano un unico locale, o meglio, il salotto era separato dal resto da una grande porta a scrigno, in quel momento aperta. Era ben’arredata e, se si guardava attentamente, rispecchiava tutte le passioni di Oscar: le pareti erano piene di quadri astratti, forse qualcuno fatto da lui, e a queste erano addossate due grandissime librerie, una delle quali era piena di cd e dischi in vinile; curiosai nell’altra, quella piena di libri, cercando dei titoli conosciuti.
La mia gonna a falde, lunga al ginocchio, continuava a gocciolare, lasciando piccole pozzanghere d’acqua sul pavimento.
“Devo darmi una lavata” pensai.
Il bagno era grande, con una grande vasca sul fondo, nella quale mi immersi dopo essermi spogliata e aver preparato l’acqua; subito iniziò a diffondersi una sottile coltre di nebbia lungo tutta la stanza, a causa del calore, accompagnato dal dolce profumo dei sali da bagno  che avevo fatto sciogliere.
Mi rilassai, abbandonando i miei pensieri.
Non sapevo cosa mi sarebbe successo dopo, ne volevo saperlo; forse mi sarei trasferita alla stazione abbandonata, forse avrei vagabondato per Londra.
Ma una cosa era certa: non sarei tornata mai più in quella lugubre casa.
E così, allo stremo delle forze, mi addormentai sul suo letto, avvolta dal caldo piumino.






P a r t e 5 <3
“Alyson, Alyson?”  mi chiamò.
La voce rimbombava nella mia testa, ma la percepivo distante, lontana, tutto probabilmente a causa del sonno.
Una mano si poggiò sulla mia spalla scoperta,  tamburellando con delicatezza per non farmi del male.
Stavo iniziando a svegliarmi, infreddolita. La coperta era caduta per terra, ma non riuscivo a spiegarmi comunque quel freddo.
Poi la realtà mi si presentò davanti, con crudeltà.
“Oscar!” urlai, sgranando gli occhi di botto “Sono nuda, esci!”
Lui l’aveva notato, eccome. Facendo attenzione a non svegliarmi, si era seduto accanto a me, osservando ogni dettaglio del mio corpo e soffermandosi più volte sulle mie curve estremamente femminili.  La pelle bianca e candida, coperta di lentiggini, era completamente nuda, i miei boccoli, lenti e di un rosso acceso, cadevano dolcemente sulla mia spalla sinistra, coprendola e le mie braccia stringevano il cuscino in una morsa fatale.
Non mi aveva mai realmente visto come una donna, ero sempre stata la sorella minore che non aveva mai avuto, forse anche più; il nostro rapporto era sempre stato strano, andava oltre ogni legame.
Però, in quel preciso istante, qualcosa si scatenò in lui.
Peccato che non lo ammise, negando a se stesso.
Si voltò di colpo verso la finestra, impacciato.
Velocemente indossai la vestaglia di lino che era poggiata sulla sedia in mogano accanto al letto. Doveva essere di qualche sua amichetta, sentivo un ripugnante odore di vaniglia infettare l’aria.
Era molto corta e, pur avendo allacciato al meglio con un bel fiocco il laccio che mi stringeva la vita, lasciava scoperto gran parte del mio petto.
“Scusami Oscar, è che ero stanca e mi sono addormentata prima ancora che potessi mettere il pigiama” e la biancheria intima, pensai fra me e me.
“Sta tranquilla” rispose lui, ancora un po’ sconvolto.
Calò il silenzio per qualche secondo.
“Ma aspetta, piccola. Che ci fai qua?” aggiunse.
Piccola, di nuovo. Accidenti a lui.
“Phineas, c’ho litigato. Basta Oscar, non ce la facevo più, gli ho detto che so tutto, che so che è un tossico. Abbiamo litigato e..”
Iniziai a singhiozzare, in preda alla tristezza. Lui si avvicinò a me e mi abbracciò, stringendomi al petto.
“Su Alyson, calmati. E’ tutto passato, ci sono io ora a prendermi cura di te”
Quelle parole non mi furono molto di conforto, non volevo mi considerasse come un cagnolino da curare. Però stare li, avvolta dal suo abbraccio, mi faceva sentire comunque bene.
“Hai con te tutte le tue cose?” mi chiese.
“Diciamo di si, ho fatto entrare il più possibile nel borsone”
“Bene” aggiunse.
Aprì le ante di una grande cabina armadio e spostò energicamente tutti i suoi vestiti sulla sinistra, creando un po’ di spazio.
“Dov’è il borsone? Inizio a darti una mano a posare i tuoi, no?”
“Non hai niente da fare?” dissi io, alludendo a quella ragazza.
“Ma no scema, io e Cristina non facciamo mica coppia fissa; ma tu non puoi capire”
“Già, non posso. Anche se comunque non ci vuole un’arca di scienze per capire che andate a letto e basta”
“Non mi piace definirlo così, lo sai”
“Tu prendi tutto con troppa filosofia” risposi io, mettendomi in punta di piedi per posare un maglioncino sulla mensola.
Passammo il pomeriggio assieme, abbracciati sul divano e avvolti da un caldo plaid, guardando la tv e bevendo cioccolata calda.
E senza accorgercene, ci addormentammo assieme.






P a r t e 6 <3
Passarono i giorni, fra risate e coccole. Non mi aveva lasciata un attimo e di quella Cristina, o di qualsiasi altra ragazza, non c’era l’ombra.
Finalmente ero felice, come se per una volta la vita avesse deciso di sorridermi.
Il giorno prima aveva chiamato mio padre, chiedendomi di tornare a casa; sapeva, però, che io non ne avevo intenzione.
Era la notte del primo gennaio ed io ed Oscar eravamo sdraiati sul suo letto, stanchissimi dopo aver cenato fuori per festeggiare l’anno nuovo.
“Mi fanno male i piedi, accidenti!” sbottai io, massaggiandoli.
“Ma come, usi solo scarpe basse!” esclamò lui.
“Oh scusami se non sono una “femme fatale” come quella tue amichette” lo smontai io.
Saltò in ginocchio sul letto, di botto, e si mise a farmi il solletico; io iniziai a dimenarmi, provando a sciogliere quella morsa fatale e scongiurandolo di concedermi una tregua, ormai priva di respiro.
Si fermò, sorridendo, e si spostò sul bordo del letto, iniziando a massaggiarmi gambe e piedi, e guardandomi dritta negli occhi. I suoi sembravano volermi parlare, dirmi qualcosa che le parole non riuscivano ad esprimere.
“Che c’è?” lo esortai io.
“Nulla, è solo che…” si fermò un attimo, deviando lo sguardo verso la grande finestra coperta per metà dalla elegante tenda bordeaux. “ E’ solo che ultimamente i tuoi occhi mi rapiscono. Sono magnetici, non riesco a non osservarli in tutte le loro sfumature, in ogni singolo riflesso. Sono perfetti” aggiunse.
“L’hai sempre detto che ho gli occhi di un marziano” risposi io, facendogli l’occhiolino.
Sgranchii il piede, facendolo roteare su se stesso.
“Hai un piede da ballerina, guarda che collo. Da quanto tempo non balli, Alyson?”
“Oddio, ti ricordi ancora? Beh, da molto Oscar, saranno passati anni ed anni ormai”
“Non puoi lasciar perdere, lo sai. Sarebbe un talento sprecato”
“Già” tagliai corto io.
Non era un argomento di cui amavo parlare, mi ricordava mia madre; era stata lei, vecchia ballerina professionista, ad insegnarmi tutto durante quei pochi anni di vita.
Proveniva da una ricca famiglia di avvocati e aveva tutto dalla vita. Poi un giorno, imbarcandosi per l’America, conobbe mio padre, innamorandosene follemente e abbandonando la sua vita agiata e piena di lussi.
In quella camera da letto cadde il silenzio.
D’improvviso Oscar, alzandola leggermente, mi baciò la coscia, appena sopra al ginocchio, e mi disse:
“Vado a letto pulce, se hai bisogno di me, al solito, sono sul divano del salone. Buonanotte” e fece per baciarmi la fronte.
Lo allontanai.
“Dormi con me stanotte?” azzardai.
Mi guardò, confuso.
“Su, alla stazione abbiamo dormito tante volte assieme, che c’è che non va?” aggiunsi.
“Non so Alyson. Sai, in questo letto c’ho sempre dormito con ragazze che per me valevano poco; farlo qua con te mi sembra strano, tu sei diversa da quelle.”
“Oh accidenti a te Oscar, buonanotte!” sbottai io arrabbiata, girandomi a pancia in giù e stringendo energicamente il cuscino.
Scoppiò a ridere.
“Ride pure” borbottai io.
Stendendosi al mio fianco, mi strinse forte a sé e mi sussurrò:
“Buonanotte, sciocchina”

Un fascio di luce entrava spavaldo dalla finestra, illuminando la miriade di granelli di polvere che svolazzavano per la stanza; da piccola li rincorrevo, paragonandoli a delle microscopiche fatine che danzavano eleganti nel vuoto.
Dovevano essere circa le dieci del mattino quando iniziai a riprendere coscienza, dopo un sonno dolce come quello. Mossi la mano lungo il lenzuolo, lentamente, per non urtare il corpo di Oscar addormentato accanto a me.
Ma così non fu.
La mia mano scorse indisturbata lungo tutta la superficie del letto, non incontrando la sua pelle calda, ma un bigliettino di carta ruvida.
“Buongiorno Alyson, sono uscito con Cristina. Ci vediamo oggi pomeriggio. Un bacio”
Eccola, il mio incubo in tacchi a spillo tornava a perseguitarmi.
“Almeno si è ricordato della visita di oggi pomeriggio” dissi a me stessa, cercando di essere felice. Per la prima volta, in quella saletta buia del dottor Bennett, non sarei stata sola.






P a r t e 7 <3
La casa senza lui era estremamente silenziosa, vuota.
Il rumore dei miei passi, che si dirigevano verso la cucina, rimbombavano lungo le pareti.
Iniziai a frugare nella dispensa, alla ricerca di un pacco di cornflakes e di una tazza, presi una bottiglia di latte dal frigorifero e ne versai il contenuto nel recipiente, per poi affondarvi i cereali. Poggiai la scodella sul tavolo e mi sedetti sullo sgabello di fronte alla grande porta finestra che si affacciava sul terrazzo.
Aspettando che i cornflakes si ammorbidissero mi misi a guardare fuori; il sole splendeva, coperto da qualche nuvola, e i cumuli di neve ne riflettevano l’abbagliante luce.
Finito di fare colazione, cercai di ammazzare il tempo frugando fra la sua immensa libreria e ascoltando un po’ di musica.
L’appuntamento dal dottor Bennett era previsto per le 15:30 ed erano già le 14:30 quando, dopo essermi addormentata su quella poltrona di pelle rossa, guardai l’orologio.
Mi affrettai ad andare in bagno e a fare un bagno, lasciandomi avvolgere dal calore dell’acqua.
Afferrai il bagnoschiuma alle more che Oscar mi aveva comprato qualche giorno prima e provai ad aprirlo; le mie mani, però, iniziarono a tremare leggermente, perdendo la presa del recipiente e facendolo cadere a mollo, schizzando l’acqua nel pavimento.
Iniziai a piangere, confondendo le lacrime con l’umidità nella vasca.
Cosa accidenti mi stava succedendo?
Ripresi coraggio, smettendo di lagnarmi, e riprovai a svitare il tappo, concentrandomi un po’.
Il contenuto roseo scivolò lentamente sulla mia spugna, cosicché io riuscii a lavarmi.
Dopo aver sfilato il caldo asciugamano che mi ero avvolta attorno al corpo, indossai un lento vestitino rosso e uscii di casa, percorrendo il lungo marciapiedi che mi divideva da quello studio.
Ero in ritardo di pochi minuti e immaginavo di trovare Oscar già li ad aspettarmi, data la sua assurda puntualità.
Ma non fu così.
La sala d’attesa di quel cupo studio era vuota e il dottor Bennett mi aspettava dietro la porta.
“Benvenuta signorina Scott, come va?”
“Salve dottor Bennett, bene grazie” mentii, sorridendo.
Me l’aveva promesso, come aveva potuto non mantenerlo?
“Bene Alyson, come va? Si sono verificati altri tremori?”
“Giusto poco fa, stavo per svitare il tappo del bagnoschiuma e mi è caduto in acqua”
“Ci hai riprovato?”
“Solo concentrandomi un po’ ci sono riuscita”
“Capisco” disse, pensando fra sé e sé.
Continuò la visita, facendomi domande e prendendomi più volte la mano per controllare il tremore.
“Alyson purtroppo devi darti una brutta notizia. I miei sospetti dell’altra volta si sono dimostrati veri. Hai un leggero inizio di Parkinson giovanile.”
Il mondo mi cadde addosso.
“Pa-pa-pa-parkinson?” balbettai.
“Oh non preoccuparti, è ancora all’inizio. Sei in tempo per placare la sua avanzata”
“Non si può curare del tutto però, vero?”
“Purtroppo no”
Cadde il silenzio.
Bene, ero destinata a diventare un tremolio vivente.
Appuntò sulla sua agenda il prossimo appuntamento, una visita di controllo, e mi salutò.
“Buona fortuna Alyson, abbi cura di te”
Uscii quasi correndo da quello studio dalle mura opprimenti e mi precipitai a casa di Oscar a fare le valige.
Lui era li, con quella.
“Alyson, mi hai fatto preoccupare! Dove cazzo sei andata? Volevo presentarti Cristina.” Esclamò lui venendomi incontro.
Gli diedi uno schiaffo, facendolo restare di stucco.
“Andate a cagare tu e quella troia che ti scopi, io me ne vado!”
“Ehi, troia a chi?” esclamò lei, ma io le avevo già chiuso la porta in faccia.
Ed eccomi di nuova a riempire quel borsone blu con le lacrime agli occhi.
Stavolta, però, non sapevo dove andare. La stazione era troppo lontana.
Un’idea mi attraversò la mente.
Aprii il suo comodino, dove sapevo tenesse delle banconote per “le emergenze” e ne presi qualcuna.
Uscii di corsa dalla camera da letto, con il borsone in spalla; ma prima che potessi varcare la soglia di casa la sua mano afferrò il mio polso.
“Mi spieghi che ti è preso?” urlò.
“Mi è preso che ti odio, che non voglio più vedere quella faccia che ti trovi! Una volta mi hai chiesto se mi fidavo di te; si Oscar, io mi fidavo! Mi avevi promesso che non mi avresti più lasciata, che mi avresti accompagnata a fare quella fottuta visita da Bennett. A quanto pare preferisci fare altro, mi levo dalle palle. Ora c’è Lei.”
E così, rimanendo impietrito, allentò la presa.
Sfrecciai via, lasciandomi alle spalle quella casa accogliente e correndo lungo quelle rampe di scale, troppo luminose per il mio cuore buio.






P a r t e 8 <3
Il tempo su quel taxi scorreva lento, troppo per trattenere le lacrime che iniziarono a scendermi sul volto.
L’odio cresceva dentro me e non mi dava tregua, e mentre i giorni passavano i tremori aumentavano. Pian piano, non riuscii neanche a reggermi in piedi.
Mi ero abbandonata a me stessa, decidendo di lasciarmi morire su quel letto.
Dopo tre giorni, però, lui mi trovo, rimettendo in moto tutto ciò che era in me.
“Lasciami stare, sparisci!” urlai, spingendolo fuori con tutta la mia forza.
“Tu sei pazza, sono tre giorni che ti cerco. Ero già venuto qua, ma non c’eri!”
“Dovrò pur sopravvivere no? A piedi, per arrivare al supermarket più vicino, ci vuole mezz’ora”
“Torni a casa? Ti prego Alyson, non puoi farmi questo”
“La fai facile vero? Oscar sono stufa di te, dei tuoi capricci. Hai idea di cosa ho provato in questi anni, a sbavarti dietro come una stupida mentre tu andavi a letto con quelle puttane? No, non hai idea, tu pensi solo a te stesso e non provi a capire gli altri. Perché se solo ti fossi sforzato un po’ avresti visto cosa provo realmente per te.”
Resto in silenzio, per qualche secondo.
“Alyson, io sono innamorato di Cristina.”
“Oh, che novità. L’ennesima che credi d’amare? Bene, allora lasciami in pace e non farti più vedere!”
E così, guardandomi un’ultima volta negli occhi, montò sulla sua moto e sparì oltre l’orizzonte.

Le settimane passavano e dopo quell’avvenimento io iniziavo a riprendermi.
Passeggiando lungo il Camden Town, persa fra i miei pensieri, mi trovai davanti ad un negozietto dall’insegna a neon: Tatoo.
Non sapendo bene cosa stessi facendo entrai.
Davanti a me una bellissima ragazza con i capelli neri e la pelle ricoperta da disegni di ogni tipo mi guardò incuriosita.
“E tu che ci fai qui, bambolina?” esclamò.
Ma che mi era saltato in mente? Guardai il mio enorme vestito rosa, troppo da ragazzina.
“Oh, no mi scusi. Ho sbagliato… ho sbagliato tutto”
Stavo per uscire dal locale quando la ragazza mi fermò, afferrandomi per una spalla.
“Ferma” disse, iniziando a guardarmi le spalle “Hai mai pensato di fare un tatuaggio lungo tutta la schiena? Io guardo dentro l’anima, ragazzina. Tu nascondi un leone dentro questo vestitino rosa”
“Non ho un soldo con me” ammisi.
“Oh beh, allora forse proprio un leone lungo tutta la  schiena non posso fartelo” rispose, scostandomi i capelli e raccogliendoli in una ciocca “Aspetta, ma tu non hai neanche i buchi alle orecchie” aggiunse guardandomi, quasi sconvolta.
“Me li avevano fatti appena nata, ma non avevamo i soldi per comprare degli orecchini d’oro quindi si sono chiusi subito”
“Uhmm” mugugnò “Axl scendi un attimo, abbiamo un guaio da sistemare” urlò a qualcuno che stava al piano di sopra.
“Arrivo” rispose una voce proveniente da sopra quelle buie scale.
“No senti, sul serio, non ho un soldo!”
“Oh sta zitta su, se lavorassimo solo per denaro questo negozio non l’avremmo neanche aperto” disse il ragazzo di prima.
Era bello, alto sul metro e ottanta e con i capelli scuri; le sue braccia muscolose, lasciate scoperte dalla t-shirt nera, erano ricoperte da parecchi.
“Piacere, io sono Axl Brown” disse, porgendomi e facendomi l’occhiolino.
“Alyson, piacere mio” risposi timidamente.
Sorrise.
“Bene Charlie, cosa le facciamo?” aggiunse, rivolgendosi alla ragazza.
“Guardale il collo, è perfetto. Io direi di farle qualcosa in questa zona” e così dicendo mi toccò il sotto l’orecchio.
“Farà male?” chiesi io, preoccupata.
“Cercherò di fartene il meno possibile, baby”
E così, armato di penna, inizio a scarabocchiare quella parte di me che tra poco sarebbe stata coperta da una macchia indelebile.
Era l’inizio di una nuova Alyson.






P a r t e 9 <3
Tutto finì dopo poche ore. Ero indolenzita, ma felice.
Finalmente stavo per dare una svolta alla mia vita e quello ne era il segnale.
Un marchio indelebile sul mio collo.
“Come ti senti?” mi chiese Charlie.
Era stata seduta tutto il tempo accanto a me, ad osservare Axl che, accuratamente, dipingeva abile sulla mia pelle.
Durante l’operazione mi chiedevo spesso quale fosse il loro tipo di rapporto. Probabilmente stavano assieme, erano molto affiatati, si capivano con un solo sguardo.
Beh, ma questo succedeva anche fra me e Oscar e, purtroppo, noi non eravamo mai stati una coppia.
“Oh bene grazie, mi sento solo un po’ diversa” risposi io, sorridendo.
“Hai fatto comunque un ottima scelta. Ha un significato intenso.”
Mi ero fatta tatuare due piume, legate da un laccetto, a simboleggiare i periodi più brutti della mia vita: la morte di mia madre e quel momento lì, in cui ero rimasta del tutto sola, di nuovo. Ogni volta che mi sarei guardata allo specchio, vedendole, avrei ricordato che ormai le uniche due piume che non riuscivano a farmi volare le avevo tolte dalle mie ali, che ora potevano, finalmente, guidarmi dritta verso alla felicità.
“Ricorda però di idratare bene la pelle, di lavare la zona con del sapone poco aggressivo e di utilizzare della crema delicata” mi avvertì Axl.
Per tutta risposta, lo guardai con aria smarrita.
Dove li trovavo io sti prodotti particolari?
Lui sembrò leggermi nella mente; si diresse verso uno scafale, prese due flaconi e me li porse gentilmente.
“Posso chiederti una cosa?” aggiunse.
Annuii.
“Ma tu una casa ce l’hai?”
“Oh si!” esclamai. Mi fermai a riflettere, poi ammisi: “Oh no. O meglio… Accidenti, è una storia lunga”
“Raccontaci dai” si intromise Charlie.
Iniziai dai primi anni della mia vita, parlando di Oscar, del nostro strano e complicato rapporto e di come ero finita per innamorarmi di lui, di mia madre, della mia famiglia e della nostra situazione, del mio fratello drogato, del mio padre assente, della mia fuga, della mia malattia e di come, infine, mi ero ridotta a vivere in una stazione abbandonata a mezz’ora dal paese, senza un soldo e a chiedere l’elemosina davanti ad un supermarket.
“Oddio” fu l’unica cosa che riuscì a dire Charlie.
“Alyson, quanta forza nascondi dietro quest’aria da bambina che hai” commentò Axl.
“Aspetta, Axl abbiamo fatto una cazzata. Quanti anni hai Alyson? Ne potrebbe avere 13 e sembrare più grande” esclamò allarmata lei.
“Oh no tranquilla, ne ho 16, fra pochi mesi 17! Non sono una bambina, a differenza di quanto do a vedere nascondendomi dietro questo stupido vestito rosa” e così dicendo iniziai a tremare.
Charlie, accorgendosene, mi venne incontro e mi abbracciò forte.
Non capivo, ma nei suoi occhi intravedevo qualcosa in più che la spingeva a provare tutte queste attenzioni verso di me. Non era semplice affetto “materno”.
Si, perché Charlie era una donna matura, poteva benissimo essere mia madre, o quasi.
“D’ora in poi ci prenderemo cura noi di te, sta tranquilla.” disse.
“Ti prometto una cosa, riuscirò a far uscire fuori la vera Alyson” aggiunse Axl, facendomi l’occhiolino e accendendosi una sigaretta.
Quelle due persone, per un attimo, sembrarono l’unico accesso alla mia felicità.






P a r t e 10 <3
Le settimane passarono in fretta, seguite dai mesi.
Pur restando a vivere alla stazione, in realtà passavo la maggior parte del mio tempo in quel garage, nel negozio di tatuaggi e piercing di Charlie e Axl.
Erano diventati i miei genitori adottivi, si prendevano cura di me e sapevano tutto di me.
Ma io non sapevo nulla di loro; o meglio, Axl mi parlava spesso di se, delle sue avventure e disavventure, ma Charlie si manteneva molto più riservata.
“Axl, posso chiederti cosa c’è fra te e Charlie?”  azzardai a chiedere un pomeriggio, mentre lei era via.
Scoppio a ridere.
“Alyson, fra me e Charlie non c’è nulla e non potrà mai esserci, oltre ad un profondo rapporto d’amicizia”
“E perché mai?”
Ero confusa, non riuscivo a capire il motivo per cui la mia domanda era sembrata tanto ridicola ai suoi occhi.
“Perché Charlie è lesbica!” esclamò, continuando a ridacchiare.
Spalancai gli occhi, sbalordita.
Charlie lesbica? Ma come, come non ero riuscita a capirlo prima?
“E ti confesso” aggiunse “che penso abbia un debole per te, ma non ne sono sicuro eh, non allarmarti”
Dopo un po’ di shock iniziale, decisi che questo non avrebbe mai influenzato la mia amicizia con lei; anzi, più il tempo passava, più io mi affezionavo, a lei e a Axl.
Al primo tatuaggio ne seguì dopo poco un altro, giusto sul collo del piede, e un piccolo piercing al naso.
“Ehi, ma tu hai un piede da ballerina!” esclamò quando me lo scoprì per tatuarlo.
Mi ammutolii.
Dopo poche ore una piccola foglia d’edera s’arrampicava sulla mia caviglia.
E nel frattempo fuori, un fiore iniziava a sbocciare.
Era il 21 Marzo, inizio di primavera.

“Passami quel secchio, Alyson” mi disse Charlie, impegnata a pitturare di rosso una parete.
Avevamo deciso di rinnovare il locale, di renderlo più confortevole e luminoso. Axl era andato a comprare materiale ed io e Charlie eravamo rimaste a pitturare.
“Ecco, tieni” risposi io, porgendogli il secchio che mi aveva chiesto.
“Grazie pulce” e così dicendo mi sporcò il viso con il pennello.
“Ehi, stronza!” esclamai, mentre, per vendicarmi, immersi la mano in un recipiente pieno di vernice verde, e ricambiai il gesto.
Iniziammo a giocare così, finendo per rotolare a terra, entrambe impregnate di tintura.
La nostra risata collettiva finì pian piano; la sua mano destra afferrava il mio polso, tenendolo immobile, e il suo corpo si era delicatamente accasciato sul mio. I suoi occhi catturarono il mio sguardo, costringendomi a non deviarlo e ad osservarne le brillanti sfumature di grigio.
Poi, d’improvviso, avvicinò il suo volto al mio e, prima che potessi impedirglielo, poggiò le sue labbra alle mie.
Il mio cuore si fermò, come la mia mente del resto. Non fui in grado di compiere un solo gesto, di fare un solo movimento che potesse sciogliermi da quella morsa fatale.
Le sue labbra morbide si intrecciavano con le mie, senza che io trovassi la forza di metter fine a ciò.
Quello non era solo il primo bacio che mi dava una donna, era IL mio primo bacio.
“Ehm ehm” così ci interruppe Axl, appena rientrato.
Di colpo, Charlie sciolse la presa e si alzò.
Io rimasi immobile, in terra, per qualche secondo; poi, presa dalla vergogna, scappai al piano di sopra, arrampicandomi lungo le scale.
Ma cosa mi stava succedendo?  Avrei dovuto essere furiosa, arrabbiata a morte con Charlie, invece non lo ero. Il bacio mi era quasi piaciuto e l’adrenalina scorreva ancora lungo le mie vene.
Forse era proprio per questo che non avevo mai avuto un ragazzo finora, forse ero lesbica anch’io ma non me ne ero ancora accorta.
Non sapevo cosa mi stava succedendo, ma una cosa era certa: quel bacio aveva stravolto ogni mia certezza.






P a r t e 11 <3
Che mi stava succedendo, il cuore mi batteva forte, troppo forte.
Mi guardai allo specchio, quello posto sopra al lavabo dove, in quel momento, gravavano le mie mani tremolanti. 
Avevo il viso sporco di vernice, ma non era l’unica cosa sporca.
Avevo il cuore imbrattato di mille emozioni diverse: stupore, rabbia, eccitazione.
Un uragano emotivo stava attraversando il mio corpo.
“Tutto apposto?” intervenne Charlie, pronta ad interrompere la mia lunga collana di pensieri.
“Si, tranquilla” risposi io, fredda.
“Alyson, scusami. Io non dovevo farlo, lo so. E’ che…” non ebbe il tempo di terminare la frase.
Le mie labbra erano già sulle sue, decise. Non sapevo cosa stavo facendo, sentivo solo il bisogno di farlo.
“Ora siamo pari” risposi io, sciogliendo il bacio.
Axl guardava tutto dalla ringhiera, sbalordito.
Non sapevo cosa volevo, cosa mi stava succedendo. Forse era quello il mio destino, forse il mio destino era Charlie.

I giorno passarono, avvolti nel silenzio, e il mio pensiero era rivolto al mio passato. La mia nuova vita mi spaventava, mi intimoriva.
Non si discusse sul bacio, restava un tabù, ma era inutile negare che mi aveva confusa.
Pensavo ad Oscar, chissà cosa stava facendo in quel momento, e alla mia famiglia, e mentre pensavo provavo un senso di rimpianto.
“Che hai?” mi chiese Axl, seduto accanto a me mentre mi tatuava due piccole ali dietro al collo.
“Non so, penso e ripenso”
“Ti fa male pensare troppo” scherzò lui.
“E’ che sono confusa Axl, penso di essere lesbica anch’io.  Insomma ci sarà un motivo se il mio primo ed unico bacio l’ho dato ad una donna e mi è piaciuto”
“Alyson non pensarci per ora, ascoltami. Rilassati e sta tranquilla. Facciamo una cosa?”
“Cosa?” chiesi io incuriosita.
Finì di tatuarmi la pelle, mi prese in braccio e mi mise a sedere.
“Domani ti porto un po’ fuori, solo io e te, così ti svaghi un po’, va bene?”
“Massì dai, mi farà bene. Domani è anche il mio compleanno sai?”
“Perfetto allora”
E mi inondò con il suo ammaliante sorriso.






P a r t e 12 <3
Le lancette dell’orologio appeso alla parete ticchettavano segnando le 10:05. I raggi di quel caldo sole d’inizio aprile si diffondevano fiochi lungo tutto il casolare, riflessi dalle superfici lisce dei pochi mobili che lo arredavano.
Fu così che mi svegliai, abbagliata da quella luce intensa.
Axl sarebbe passato a prendermi intorno alle 10 e 30, avevo poco tempo per prepararmi.
Indossai un vestitino rosso, uno di quelli che mi aveva regalato Oscar, e delle semplici ballerine.
Non sapevo dove mi avrebbe portata, ma ero sicura che mi sarei divertita; Axl, nonostante i suoi ventott’anni, era ancora fresco e vivace come un ragazzino, mi faceva sempre ridere ed era in grado di non farmi pensare.
“Bee bee” suonò squillante il clacson della sua jeep.
Uscii, lasciando che il vento mi scompigliasse i capelli rossi lasciati sciolti.
Era una giornata fresca, a differenza di quanto dava a credere il sole splendente che, di li a poco, sarebbe stato coperto da una grande nuvola grigia che minacciava il cielo azzurro.
“Buongiorno tigre” esclamò lui, appena aprii lo sportello dell’auto.
“Buongiorno, dove andiamo?” domandai io, sporgendomi verso di lui e dandogli un bacio sulla guancia.
“Ti porto a vedere un paesino a meno di un’ora da qui, ti piacerà. Sei mai andata fuori Londra?”
“Ehm, no. A Charlie che hai detto?”
“Tranquilla, Charlie è il tipo che non se la prende se esci con me, non rischi di perderla” e mi fece l’occhiolino, accendendo il motore della vettura.
Restammo in silenzio per un po’.
Lo osservavo mentre guidava canticchiando una vecchia canzone degli Eagles; mi ero così persa nell’ammirare ogni singola nervatura del suo muscoloso braccio teso sul volante, che non mi accorsi neanche che lui stava ricambiando lo sguardo.
“Sei pensierosa” puntualizzò lui, riportando gli occhi sulla strada.
“Già, non riesco a capire cosa mi prende. Fino a qualche giorno fa ero certa almeno di una cosa, che mi piacessero i ragazzi. Ora, però, il bacio di Charlie mi ha stravolta, non so neanch’io cosa provo, cosa sento.”
“Non pensarci per oggi dai.” disse scompigliandomi i capelli in fronte. “Ah, quasi dimenticavo! Buon compleanno, diciottenne”
“Oh grazie Axl!”
E fra una risata e l’altra arrivammo nella cittadina di Staines, un piccolo agglomerato di case in tipico English style.
Passammo una mattinata tranquilla, girando fra i viottoli del centro storico del paesino; arrivata l’ora di pranzo mi portò nel ristorantino di un suo amico, dove mangiammo veramente bene.
Dopo, mi portò in un quartiere alquanto bizzarro, pieno di artisti di strada, ed infine in uno dei tanti parchi della zona.
Erano le 6 e 30, quasi il tramonto.
“E’ tardi, torniamo a Londra?” proposi io.
“Ma no scema, anzi facciamo una cosa, ti porto in un altro posto. Ti va?”
A casa non avevo nessuno ad aspettarmi dopo tutto.
“Massì, andiamo!” e così dicendo montammo di nuovo sulla sua jeep rossa.






P a r t e 13 <3
Stavo bene con lui, aveva l’innata dote di farmi rilassare ed essere spensierata.
Ci allontanammo un po’ dal centro, avventurandoci fra le verdi campagne inglesi che circondavano la zona. All’orizzonte si intravedeva un caldo sole, d’un arancio acceso, riflesso nell’acqua cristallina di un piccolo ruscello.
“E li che andiamo?” chiesi io, indicando quel piccolo corso d’acqua attorniato da qualche albero.
“Già, è un piccolo bosco, ma se si segue un sentiero si arriva ad una radura. Da li la vista è bellissima ed è un posto tranquillo”
Parcheggiò l’auto all’ingresso della riserva e mi invitò a scendere.
“Andiamo, facciamo una passeggiata. Vieni” e così dicendo iniziammo a camminare.
Dopo pochi minuti, come aveva detto lui, raggiungemmo la radura.
“È bellissimo qui!” esclamai io, guardandomi attorno.
Iniziai a camminare sulle punte fra le poche pietre  sulla riva.
“Più ti guardo più mi sembri una ballerina” disse lui, avvicinandosi a me.
Restai in silenzio, guardandolo dritto negli occhi.
Negli ultimi tempi avevo imparato ad essere più femminile, più sensuale.
Girai su me stessa, finendo a pochi centimetri da lui.
“Da bambina era il mio sogno, lasciar andare i miei movimenti seguendo le melodie di una canzone.”
Portò lentamente le mani sui miei fianchi, afferrandoli con decisione e alzando il mio corpo dal suolo. Mi fece roteare in aria, guardandomi dritta negli occhi; poi, mi accasciò delicatamente a terra, stendendosi accanto a me.
“Sai, a volte penso che Charlie abbia barato” disse lui, fissando il nulla.
“Cosa intendi dire?”
Si girò, portando il suo viso sopra al mio e portando una mano accanto al mio corpo per bloccarmi.
“Beh, ti ha confusa, facendoti credere di essere lesbica.” disse, scostando una ciocca di capelli dal mio viso e poggiando la sua grande mano sulla mia guancia.
Poi, avvicinandosi ancora di più, mi sussurrò: “Dammi l’occasione di dimostrarti che ti sbagli”
Prima che potessi elaborare bene la frase, sentii le sue labbra unirsi alle mie in un passionale bacio.
Le farfalle si dimenavano irrequiete nel mio stomaco, il mio respiro si faceva sempre più affaticato e il cuore mi batteva in gola.
In meno di un giorno Axl era riuscito a riportarmi alla realtà, a farmi capire che le mie erano semplici crisi adolescenziali, di un’adolescenza iniziata troppo tardi e finita troppo presto. In quel preciso istante lui mi aveva fatta diventare una donna. Sentivo le sue mani sul mio corpo, accarezzarmi i fianchi, il seno e le braccia.
Quel bacio durò molto, fu lento e sensuale, e quando le nostre labbra si sciolsero il sole era già sparito.
“Ti porto a casa, baby”
Si alzò e, porgendomi una mano, mi aiutò a tirarmi su, rubandomi un altro piccolo bacio.
Il viaggio di ritorno fu silenzioso; di tanto in tanto la sua mano sfiorava la mia, poggiata sulla mia gamba, e ci scambiavamo lunghi sguardi.
Arrivato a Londra, passammo il resto della serata assieme, mangiando cinese nel ristorante di un suo amico, vicino al negozio di tatoo.
Erano circa le 10 quando mi riaccompagnò alla stazione.
“Buonanotte Axl, grazie della splendida giornata” dissi io.
“Grazie a te, Alyson”
“E di cosa?”
“Di questo!” e mi rubò un altro bacio.
“Vacci piano, uomo” gli sussurrai io, scostandolo dolcemente dal mio viso.
“Sorry, buonanotte” e facendomi l’occhiolino ripartì verso casa sua.
Ero felice, rilassata; i brutti pensieri fluivano lontani dalla mia mente.
Poi, un sms mi riportò alla realtà.
“Buon compleanno, Alyson. Ci vediamo domani, devo dirti una cosa. Un bacio.”
Sul display spiccava il nome Charlie.
Dovevo chiarire quella situazione, non potevo illuderla così. Io non ero lesbica, e quello era stato solo un curioso equivoco.
Decisi di non pensarci, almeno per quella notte, per non concludere male una giornata andata così bene. Così, pensando ad Axl, mi addormentai abbracciata al cuscino.






P a r t e 14 <3
Un clacson suonò intorno al presto pomeriggio.
Era Charlie.
“Ciao Alyson” disse con tono abbattuto “devo parlarti”
“Charlie, che ti è successo?”
“Sali in macchina, ti porto ad Hyde Park”
Charlie aveva una piccola Smart azzurra, una di quelle a due posti.
Accese la radio, passavano una di quelle canzoni appena uscite, alla moda; insomma, una di quelle che io odiavo.
L’atmosfera era tesa, sembrava che da un momento all’altro l’auto stesse per esplodere.
Beh, diciamo che fu un po’ così.
“Oh, accidenti! Ti ho illusa!” urlammo all’unisono .
Ci guardammo, per pochi secondi, incredule.
“Cosa intendi dire?” domandai io, confusa.
Non rispose, parcheggiò l’auto e mi invitò a scendere.
Ci sedemmo su un muretto, una accanto all’altra.
“Ho rincontrato una mia vecchia amica italiana conosciuta durante una vacanza a Roma. Siamo state assieme per un mese, poi io sono dovuta tornare qua. Posso dire che è stato uno di quegli amori che ti segnano, che vorresti non finissero mai e che di notte ti continuano a tormentare durante i sogni, anche dopo anni. Una settimana prima che io ti baciassi, l’ho rivista seduta ad un tavolo a sorseggiare un cappuccino, raggiante più del sole, ed il mio cuore è andato in tilt. Abbiamo parlato, riso, scherzato e guardandoci negli occhi ci siamo ritrovate.  Ci siamo baciate, abbiamo fatto l’amore. Mi sono ritrovata innamorata di lei ancor più di prima. Poi, però, la sera prima del nostro bacio, mi ha detto che ora sta con un ragazzo. Capisci Alyson? Sono un’amante, una di quelle che rovina i rapporti degli altri. Non sai come mi sento.”
Iniziò così a piangere.
Strinsi il suo volto sul mio petto, per darle conforto.
Le accarezzai i setosi capelli neri, spostando le ciocche bagnate dalle lacrime che le coprivano il volto.
“Cos’hai intenzione di fare ora?” le chiesi io.
“Che posso fare Al? Io la amo, non riesco a starle lontana. Aspetterò, fino a quando lei troverà il coraggio di lasciarlo. Nel frattempo, continueremo a vederci di nascosto”
“Cerca di essere felice, Charlie.”
Sorrise.
“E tu, cosa dovevi dirmi?”
“Oh, preparati. Ieri io ed Axl siamo usciti assieme e…”
La guardai un attimo negli occhi, vedendo la curiosità crescere in lei velocemente.
“E mi ha baciata!”
“Aaaaah!” urlò lei, abbracciandomi. “Sono felicissima per te Alyson!”
“Grazie Charlie. Che dici, andiamo a mangiare qualcosa?”
“Ehm, no Alyson. Stasera mi vedo con Cristina, scusa”
“Con chi?” dissi, quasi urlando.
E per qualche secondo il mio cervello si svuotò.






P a r t e 15 <3
“Con Cristina, la ragazza di cui ti parlavo!” esclamò lei, con un’espressione dubbia, non capendo cosa ci fosse di strano.
“Cri-cri-cristina?” ripetei io incredula, a mia volta con un’espressione da interdetta.
No, non poteva essere la ragazza che credevo io, era certamente un’omonima.
Si, un’omonima proveniente dal suo stesso Paese.
“Cosa c’è che non va, Alyson?”
“Niente Charlie. Solo che anche la ragazza di Oscar si chiama Cristina”
“Qual è il suo cognome?”
“Mi sembra fosse qualcosa come “Grandi”.”
“Ecco vedi? Cristina si chiama Kirsten Johnson in realtà. E’ inglese d’origine, precisamente di Oxford. E’ un’altra ragazza!”
“Che coincidenza, ha pure lo stesso cognome di Oscar, viene persino dal sua stessa città d’origine”
“Alyson devi abbandonare questi spettri del passato, sei un’altra persona ora. Guardati! Si vede già dal tuo aspetto fisico, dal tuo look! Ti ho conosciuta che sembravi una ragazzina, ora sei una donna. E permettimi di aggiungere: e che donna! In pochi mesi sei cambiata un casino, Alyson. Ora devi cambiare anche vita, e sai bene quale sarà il tuo inizio”
Sorrisi, compiaciuta.
“Grazie Charlie. A proposito, vado a chiamare Axl un attimo. Te sistemati il trucco, sembri un panda!”
Scoppiò a ridere, mentre io mi allontanavo di qualche metro.
Mentre il telefono di Axl, chissà dove, squillava, io guardavo la mia immagine riflessa in una porta-finestra. Aveva ragione Charlie, ero cambiata parecchio in quei pochi mesi.
Le ciocche dei miei lunghi capelli rossi guizzavano come fiamme lungo la schiena, mossi dal vento, erano diventati davvero lunghi ormai. Portavo un maglioncino nero, molto attillato, così che le mie forme risaltassero al meglio, assieme al mio abbondante seno.
Si, mi sentivo più sicura di me adesso, non dovevo più nascondermi dietro quei lenti vestitini rosa da bimba.
“Pronto? Parla Axl.”
“Che modo formale di rispondere al proprio cellulare. Sono Al, ho pensato di mangiare un boccone  assieme, ti va?”
“Ma certo, finisco un attimo con un cliente e ti passo a prendere. Dove sei?”
“Stavo andando ad Hyde Parke con Charlie. Abbiamo chiarito tutto, sta tranquillo.”
“Bene, Charlie sa dov’è casa mia, fatti lasciare là. Fra una decina di minuti dovrei essere a casa.”
“Va bene, arrivo.” e agganciai.
Tornai da Charlie, che nel frattempo era risalita in macchina.
“C., mi accompagni da Axl prima di andare da Cristina?”
“Certo, cenetta romantica?”
“Macchè, scema!” esclamai ridacchiando.
E così, dopo pochi chilometri, mi ritrovai davanti la porta di un piccolo appartamentino all’ultimo piano di un antico palazzo inglese.
Ad accogliermi, bello come il sole, c’era lui, Axl.
“Ciao” disse a bassa voce con fare sensuale, avvicinandosi a me e baciandomi le labbra.
“Ma che bell’accoglienza!” sussurrai io, ricambiando il bacio.
“Vuoi restare sul pianerottolo o ti va di entrare?”
“Beh qua si sta bene tutto sommato” scherzai, varcando la soglia di quell’accogliente casa.
Mi fece accomodare in salone, su un comodo divano ad angolo.
“Torno subito!” disse, andando in un’altra stanza.
Era andato a prendere da bere, da vero gentleman. Con nonchalance mi porse un bicchiere e si sedette vicino alla finestra.
“Ti da fastidio se fumo?”
Faci segno di no con la testa.
“Sei bellissima, accidenti!”
“Sei il primo uomo che me lo dice, ma mi dispiace, Charlie t’ha preceduto”
“La terrò d’occhio allora” scherzò, facendomi l’occhiolino.
Restammo a chiacchierare, fino a quando venne fame ad entrambi.
“Vado a comprare una pizza?”
“Mannò, ci facciamo qualcosa noi!”
Andai nella stanza dove lui era entrato prima, intuendo fosse la cucina, e mi misi a frugare in frigo.
“Ti va un insalata di pollo? La mangiamo guardando un film magari”
“Non sapevo di essermi messo con una cuoca!” scherzò lui.
“Perché, stiamo assieme?” azzardai io, con sguardo profondo.
“Tu che dici?” rispose, rubandomi un bacio.
“Mmh, dico che fra un po’ diventerò dipendente da questi baci” e gliene diedi un altro a mia volta.
Cucinammo insieme, velocemente, per poi accoccolarci nel divano davanti alla tv.
Erano quasi le 23:30 quando finì il film.
“E’ tardi Axl, mi accompagni?”
“Avrei una proposta migliore da farti”
“E cioè?”
“Vuoi dormire da me?”





P a r t e 16 <3
Rimasi in silenzio, dubbiosa. Stavamo assieme da soli due giorni, dormire da lui mi sembrava esagerato.
“Non pensare che stiamo correndo troppo, Alyson. Non c’è nulla di male, dopotutto. Tra l’altro, stasera c’è molto vento, non credo dormiresti bene in stazione”
Aveva ragione, il forte ululato del vento, che spingeva contro le pareti, disturbava parecchio le mie notti. L’idea di dormire nel caldo letto di quell’accogliente casa mi allettava parecchio, tanto che, con un filo di imbarazzo in voce, riposi: “Hai un pigiama per me?”
Lui, scoppiando a ridere, mi scompigliò i capelli in fronte e mi baciò la guancia.
“Vediamo che si può fare, sciocchina”
Prendendomi per mano, mi accompagnò galantemente lungo uno stretto corridoio tappezzato di quadri astratti, facendomi varcare una piccola porta ad arco.
La camera da letto era parecchio confortevole, non molto piccola ed estremamente semplice. Un letto da una piazza e mezzo padroneggiava nella stanza, occupando gran parte dello spazio, sembrava davvero comodo, coperto da quella grande trapunta stellata; alla sua destra, un piccolo comò in legno, con giusto qualche libro e una sveglia su.
Aprì una imponente cassettiera in legno e dal secondo cassetto, dopo aver frugato per un po’, estrasse una sua maglietta bianco-rosa, figlia di qualche lavaggio mal riuscito.
“E’ abbastanza grande anche per me, dovrebbe arrivarti a metà coscia”
“Perfetto, dov’è il bagno?”
“Percorri il corridoio, prima camera a destra. Io nel frattempo sfaccio il letto.”
Camminai cauta sul parquet della stanza, per non strisciarlo con i tacchi appuntiti delle mie scarpe nuove, o meglio che Charlie mi aveva generosamente regalato.
“Tranquilla, è plastificato. Non si rovina mica con un tacco!” esclamò lui, ridacchiando.
Il bagno era un po’ piccolo, ma con una bella vasca da bagno un gradino più su degli altri servizi; rivestito da mattonelle azzurre, era giusto quel che bastava per una persona che vive da sola.
Mi spogliai velocemente, piagando a distrattamente i miei vestiti ed appoggiandoli su una vecchia cassapanca messa accanto al lavello, indossai l’enorme maglietta di Axl e, dopo essermi sciacquata il viso, tornai in camera. Lo trovai seduto sul bordo del letto ad aspettarmi, con una lenta tuta grigia ed una canotta azzurra. Mi chiesi se di solito dormisse così o se se avesse improvvisato un pigiama per non turbare il mio pudore. Comunque sia, apprezzai parecchio il fatto di non averlo trovato in boxer.
“Sei bellissima anche con solo una maglietta smessa addosso, wow!” esclamò, come estasiato.
Arrossii, tuffandomi fra le morbide coperte di quel letto, ma in pochi secondi, notai che quello delle mie rosee guancia non era il solo calore che avvertivo. Lui era già accanto a me, pronto ad avvolgermi con suo abbraccio.
“Buonanotte, testolina” mi sussurrò all’orecchio, spegnendo la lampada che illuminava con luce foca la stanza e i nostri corpi attaccati.
Sentivo di stare bene, di essere felice, sentivo le mie labbra curvarsi all’insù in uno spontaneo e sincero sorriso.







P a r t e 17 <3
Sentivo qualcuno accarezzarmi i capelli, arricciare qualche ciocca col dito, toccarmi con molta delicatezza, quasi fossi una bambola di porcellana, come fossi fragile.
Schiusi lentamente gli occhi, le ciglia un po’ incollate dall’eccessivo mascara, e mi ritrovai davanti il bellissimo ragazzo con cui avevo pigramente dormito l’intera notte.
“Non volevo svegliarti, scusami.” Disse lui con voce bassa e profonda.
“Scusa me per aver continuato a dormire come un ghiro”
“No, mi piace guardarti mentre dormi” e così dicendo, mi prese su di lui e mi baciò le labbra. “Buongiorno” aggiunse dolcemente.
“Buongiorno a lei” risposi io, ricambiando il bacio.
Sorrise, come se avessi detto qualcosa di buffo.
“Che c’è?” esclamai io, facendo il broncio.
“Sei molto carina, tutto qua.”
“E tu hai una bellissima voce di mattina” risposi io, notando le diverse tonalità di suono emesse dalle sue corde vocali.
Era bassa, calma, riusciva ad infondere nel mio animo un gran senso di serenità, mi sentivo in pace col mondo.
Di colpo, però, mi picchiettò col dito sul naso, chissà per quale ragione.
“Ehi!” esclamai io “mi hai fatto male!”
“Ops, scusi tanto!” e ripeté scioccamente in gesto.
“Che bambino pestifero!”
Iniziammo così a giocare su quel letto, un po’ come in una lotta. Ci strusciavamo fra le coperte, rotolavamo sui nostri stessi corpi, le sue dita solleticavano i miei fianchi. Arrivò il momento in cui ma mancò il fiato, fu lì che iniziai a tremare.
“Alyson, va tutto bene. Calmati, rilassati” disse lui, allarmato.
Mi riprese in braccio, tenendomi stratta al suo petto e cullandomi come un neonato che ha bisogno di parecchie attenzioni. Il lento dondolio mi rilassò in fretta, aiutato dal dolce suono della sua voce, che mi invitava a calmarmi.
“Mi hai fatto prendere un colpo, sciocchina”  disse lui sorridendomi, felice nel vedermi nuovamente tranquilla.
“Scusami, ti ho parlato della mia malattia”
“Si piccola, lo so. Dai, non pensiamoci!”
E così, delicatamente, portando le mani sui miei fianchi, mi mise a sedere su di lui, incrociando le mie gambe attorno al suo busto. Spostò una fiammeggiante ciocca di capelli dal mio pallido volto e ne accarezzò i lineamenti, prima di avvicinarlo al suo e legare le nostre labbra con un passionale e lungo bacio.
Mi strinse a se con foga e prese a baciarmi dappertutto, quasi volesse gustare a pieno ogni centimetro della mia pelle, quasi volesse sentire a pieno il mio corpo. Le sue mani si insinuarono violente sotto l’unico indumento che mi copriva, scoprendo con piacere che non portavo il reggiseno.  Iniziò a toccare il mio seno, desideroso di avermi. Sentivo la sua eccitazione crescere sotto di me, attraverso la leggera stoffa della tuta grigia con cui aveva dormito.
Poi, un rumore innaturale proveniente dal mio stomaco, spezzò quella magia.
Scoppiammo entrambi a ridere del mostro che ruggiva affamato dentro di me.
“Vestiti, ti porto a fare colazione fuori” e così mi rubò un ultimo, tenero bacio sulle labbra.








P a r t e 18 <3
Da vero galantuomo, mi diede la precedenza per il bagno, così, mentre io lavavo velocemente e mi rivestivo, lui restò a letto ancora un po’.
Ero già pronta, ma prima di tornare in camera da lui mi soffermai a guardare la mia immagine riflessa allo specchio.
Davanti a me, una ragazza non molto alta avvolta da un morbido pullover nero si osservava distrattamente, lo sguardo perso dentro ai suoi stessi occhi verdi. I suoi fiammeggianti capelli rossi ormai erano cresciuti parecchio, arrivando abbondantemente a coprire la sua prosperosa taglia terza, quasi quarta, di seno. Si soffermò a guardare proprio quello, assieme alle nuove curve lungo il resto del corpo. Ma gli occhi che osservavano tutto ciò non erano i miei, ma quelli della vecchia Alyson che, finalmente, provava dentro di sé una sensazione del tutto nuova.
Per la prima volta, mi sentii una vera donna.
Poi, guardandomi un’ultima volta camminare lentamente verso la porta, uscii dal bagno, cedendo il posto ad Axl.
Lui, a contrario mio, impiego poco più di 10 minuti ad uscire radioso come il sole dalla porta di quel bagnetto.
“Andiamo?” mi chiese, mettendomi una mano sulla schiena.
Annuii, così uscimmo da quella così confortevole abitazione dell’ultimo piano.
Mano nella mano, ci incamminammo per gli affollati marciapiedi inglesi, fino a che, dopo un paio di centinaia di metri, arrivammo davanti ad uno stranamente poco affollato locale dalla famosissima insegna: Starbucks.
“Ti va bene un frappuccino qua o vuoi andare da qualche altra parte?”
“E’ perfetto, anche se non ho mai bevuto un frappuccino.”
Sorrise, facendomi accomodare ad un tavolo davanti all’ingresso.
Dopo pochi minuti, arrivò una provocante cameriera armata di taccuino a chiederci se fossimo pronti ad ordinare.
“Per me un frappuccino” esclamai io, incuriosita dalla bevanda.
Lei, appuntando distrattamente la mia ordinazione, mi guardò torva, prima di rivolgersi ad Axl con fare sensuale: “A te cosa porto?”
“Un caffè macchiato” rispose lui, senza neanche guardarla.
“Non posso darti altro?” azzardò lei, alludendo implicitamente a qualcosa che andasse ben oltre le semplici vivande.
“No” tagliò corto lui, facendole capire che non aveva trovato pane per i suoi denti.
La ragazza andò via un po’ imbronciata, per poi tornare dopo pochi minuti con un vassoio contenente le nostre ordinazioni.
“Se cambi idea, io son là dentro” ritentò, prima di sparire dietro la porta d’ingresso del locale.
“Ma guarda un po’ questa!” esclamai spiazzata io.
“Lasciala stare, non l’ho neanche guardata” e così, sollevò la tazzina e ne bevve avidamente il liquido scuro.
Con mia meraviglia, il frappuccino era una delle cose più buone che io avessi mai assaggiato, sia come sapore sia come consistenza.
Dopo aver fatto colazione e dopo che Axl ebbe finito di fumare la sua Lucky Strike, ci alzammo per andare a pagare.
Ma proprio mentre stavamo per varcare la soglia di ingresso, il suo braccio attorno alle mie spalle e il mio attorno ai suoi fianchi, ci scontrammo contro le ultime due persone al mondo che avrei voluto incontrare in quel momento.
Lei, tacchi a spillo e calze a rete, avvolta da un succinto tubino blu al ginocchio; lui, camicia e giacca, con i suoi Ray-Ban scuri, con la mano stretta a quella di lei.
Mi guardò sbalordito, come se avesse visto un fantasma, poi tornò in sé, spostandosi di lato per farci passare.
“Grazie” disse Axl on un gran sorriso, facendomi avanzare verso l’entrata del locale.
“Figurati” rispose distrattamente Oscar, continuando a guardarmi stupito.
E così, dopo un ultimo intenso sguardo, ci incamminammo entrambi, ma verso direzioni opposte.






P a r t e 19 <3
I giorni passavano, seguiti dalle settimane, così io e Axl festeggiammo il nostri primo mese assieme, aspettando abbracciati sul divano la mezzanotte.
“Auguri, dolcezza” mi disse quando le lancette dell’orologio si allinearono puntando in alto.
Mi accovacciai su di lui, avvolgendo le braccia attorno al suo collo, e avvicinai il suo volto al mio, per legare le nostre labbra in un lungo bacio.
Le sue mani si insinuarono fra i miei capelli, afferrandomi per la nuca per rendere più passionale il bacio; le mie iniziarono a toccarlo in ogni millimetro di pelle disponibile, passando dal collo al petto e, con un gesto automatico, alzandogli la maglietta.
La cosa, parve piacergli, così mi sollevò, prendendomi in braccio, e mi porto in camera da letto, dove mi stese delicatamente.
Iniziò a baciarmi le gambe, sollevando giusto un po’ il mio vestitino di finta seta blu, poi risalì lungo le braccia, trovando ampio spazio sulle mie spalle ed il mio collo, prima di ritornare sulla mia bocca che lo aspettava avida.
Mi alzai un po’, mettendomi in ginocchio e avvicinandomi a pochi millimetri da lui.
Gli tolsi quel che restava della sua maglietta, così che le mie mani potessero vagare libere fra i suoi muscoli. Questo lo spinse a fare lo stesso col mio vestito, aprendo lentamente la zip che scorreva lungo la mia schiena e abbassando con un solo dito la spallina destra. Poi, con un abile gesto, mi slacciò il reggiseno, sfilandomelo da sotto al vestito, che nel frattempo mi era arrivato all’altezza dei fianchi.
Mettendosi in ginocchio sul letto, iniziò a sbottonarsi i jeans, per poi sfilarli, rimanendo in boxer, e ritornare su di me, con le mani sul mio seno.
Tolse con foga ciò che rimaneva del mio vestito e riprese a baciarmi le labbra, per poi scendere verso il mio seno ed infine arrivare lungo il bordo dei miei slip. Ne prese il bordo con i denti e fece per sfilarli.
Stavo per fare l’amore con un uomo per la prima volta in vita mia, avrei dovuto essere felice, eccitata, ma così non era. Mi sentivo impaurita, allarmata, sentivo di star correndo troppo.
Così, senza accorgermene, iniziai a tremare.
“Axl, fermati” dissi con un filo di voce.
Ma lui, continuò, senza ascoltarmi.
“Axl, fermati!” urlai in preda al panico, spingendolo indietro ed allontanandomi.
Lui, vedendomi così impaurita, si avvicinò a me.
“Rilassati dai, calma. Cos’è successo?”
“Non mi sento pronta, Axl. Ho paura!”
“Alyson, ma stiamo assieme già da un mese…” cominciò lui.
“E’ la mia prima volta, Axl!” esclamai io, prima che finisse la frase.
“Lo so, e allora?”
“E allora? Axl sono vergine! E’ normale che io ci tenga”
“Alyson, va bene, calmati. Solo, non sono un ragazzino, non ce la faccio più ad aspettare”
Quelle parole mi gelarono il cuore, facendomi svegliare da un sogno iniziato da appena un mese.
“Buonanotte, Axl” dissi con voce bassa, a terra, girandomi dall’altro lato e abbracciando il cuscino.
Ma lui neanche rispose.

L’indomani, al mio risveglio, Axl non c’era.
Era di sicuro andato a lavorare, senza neanche lasciare un biglietto per avvisare.
Ero delusa dal suo comportamento, ma dopotutto non potevo biasimarlo.
Mi vestii velocemente ed uscii di casa, decisa a gironzolare per Londra.
Presi l’autobus di linea e mi accomodai fra i primi posti, proprio dietro all’autista.
Le case scorrevano all’indietro, mentre noi ci avvicinavamo ad una zona a me familiare.
Il mio quartiere non era cambiato, era grigio come sempre. Ma qualcosa catturò la mia attenzione.
Davanti quella che una volta era casa mia c’era un via vai di gente vestita di nero ed un necrologio appeso al muro portava l’ultimo nome che avrei voluto vedere: Phineas Thompson.





P a r t e 20 <3
Iniziai ad urlare, il grido lancinante del mio cuore che si spezzava.
“Fatemi scendere!”
Il bus si arrestò di colpo davanti casa mia, così che io potessi scendere.
Mi arrampicai fra le scale grigie che avevo abbandonato ormai da mesi, guardando il punto dove l’avevo visto per l’ultima volta.
Lo vedevo nuovamente la, strafatto, mentre mi dava quello schiaffo.
Una senso di rancore crebbe velocemente in me, una belva verde che rimosse ogni ricordo felice con lui.
Stavano per portare via la bara,  quando entrai in camera sua.
“Alyson!” mi accolse stupita la nostra vicina, un’ossuta signora sulla sessantina che passava i suoi pomeriggi a fissare i vicini da dietro la finestra. “Figliuola, cerca di restare calma”
Mi avvicinai lentamente al corpo di mio fratello, impassibile.
Lo guardai un ultima volta, ma non riconobbi mio fratello, era diventato un'altra persona, ucciso dal parassita che si nutriva di lui.
“Ciao Phin” fu l’unica cosa che riuscii a dire, mentre la casa si svuotava.
Restai li immobile, a fissare il vuoto. Non una lacrima, non una parola.
Iniziai solo, come sempre, a tremare.
Caddi a terra, come paralizzata.
“Alyson!” urlò qualcuno alle mie spalle.
Si gettò accanto a me, stringendomi forte al suo petto.
Lo riconobbi dall’odore, era lui.
“Alyson, va tutto bene ora, sono qua. Ormai non puoi più far nulla per Phineas” disse lui, accarezzandomi i capelli.
Oh si, il suo abbraccio era l’unica cosa di cui avevo di bisogno al momento; lui, d’altro canto, era l’unica persona che volevo accanto a me.
Mi aggrappai alla sua camicia bianca, come a non volerlo far andare più via
“Mi sei mancato, Oscar”
“Anche tu Alyson, ma ora calmati”
Restammo così, abbracciati l’uno all’altra.
Ma proprio in quel momento, accadde qualcosa che io non potevo immaginare.
Axl, venendo a sapere da un suo cliente della morte di mio fratello, era corso da me, a vedere come stessi. Ma proprio mentre stava per varcare la porta della camera di Phineas, vide me abbracciata ad un altro uomo, l’uomo che aveva cordialmente ringraziato per averlo fatto passare all’entrata di Starbucks circa un mese prima. Fu così che vide quello che quel giorno non aveva visto.
Quel ragazzo che la fissava come se la conoscesse, come se avesse incontrato una persona importante che non vedeva da tempo.
Si, quel ragazzo doveva essere Oscar.
Poi, li guardò ancora, mentre si abbracciavano come due anime che si ritrovavano.
No, Alyson non sarebbe mai stata realmente sua, quel ragazzo aveva un posto troppo importante nel suo cuore.
Così, guardandoli un ultima volta, decise di lasciar spazio nella vita di Alyson.






P a r t e 21 <3
Axl tornò a lavoro in macchina, sfrecciando fra le vie di Londra furibondo, ma con un filo di rassegnazione nel cuore.
Non era innamorato di lei, ma sentiva che si sarebbe finalmente potuto affezionare ad una donna, anche se forse, Alyson non era quella giusta, non per l’esagerata differenza d’età, ma per il suo cuore, pieno d’amor verso un altro uomo.
Parcheggiò a casaccio ed entro dentro al garage dove lavoravano.
“Sei già tornato?” domandò Charlie, stranita.
Lui rimase immobile, non sapendo cosa rispondere.
“Merda!” fu l’unica cosa che riuscì a ruggire, sbattendo un pugno contro al muro e lanciandosi verso il piano di sopra.
I clienti lo osservarono incuriositi, fantasticando sul perché di tanta ira.
“Axl aspetta! Cos’è successo?” domandò Charlie, rincorrendolo per le scale.
“E’ successo che l’ho persa C. L’ho persa proprio il giorno in cui compievamo il nostro primo mese assieme.” Si fermò un attimo a riflettere, poi continuò, con voce più calma e con la rassegnazione nel suo animo che cresceva a dismisura “Ma ora che ci penso io non l’ho mai avuta. Lui non se n’è mai andato via dal suo cuore ed io sono stato solo un illuso solo a pensare che fra di noi avrebbe potuto funzionare”
Charlie lo guardava rammaricata. Voleva bene ad Axl come un fratello e vederlo così abbattuto le spezzava il cuore. Gli si avvicino, poggiando una mano sulla sua spalla per dargli conforto.
Stava per negare quanto detto da lui, ma prima che potesse aprir bocca la verità le si presentò crudele davanti, come un lampo che attraversa la mente.
“Axl, sapevamo di essere solo delle figure secondarie nella sua vita” riuscì a dire, ma non appena notò di aver ferito ancora di più l’amico, aggiunse “Sta a noi, però, decidere che posto prendere. Il fato gioca le carte per noi, ma non è detto che noi non possiamo usarle a nostro favore”
Lui, ormai seduto con la faccia fra le mani e con le braccia poggiate sulle ginocchia, alzò lo sguardo a lei ed un senso di serenità lo inondò.
“Hai ragione, forse non siamo destinati a stare assieme come una coppia, ma io voglio starle accanto. Sento che è per questo che ci siamo conosciuti, che è stato questo il nostro compito. Pensa Charlie, pensa a quant’è cambiata, pensa a com’era quella mattina che è entrata nelle nostre vite. Certo, noi dovevamo aiutarla a diventare la donna che è ora, ora lo so.” E così dicendo abbracciò forte l’amica.

Nel frattempo, io e Oscar avevamo sciolto l’abbraccio, cosicché lui potesse aiutarmi a rimettermi in piedi. Mentre mi alzavo, però, mi ritrovai ad un palmo dal suo naso, a fissarlo dritto in quegli occhio azzurri come il limpido cielo di quel giorno d’inizio maggio.
In quel’istante, nella mia mente frullarono a velocità massima una miriade di pensieri, offuscati dal forte rumore dei battiti accelerati del mio cuore. Fu così che capii tutto, tutto quello che avevo cercato di negare a me stessa in quei lunghi mesi.
Io non avevo mai dato ad Axl quel posto che Oscar continuava ad occupare da sempre.
Sommersa dai miei pensieri, quasi non mi accorsi che anche lui mi stava osservando attentamente.
“Sei cambiata parecchio Alyson, forse troppo. Sembri un’altra”
“Continui a giudicare le persone per il loro aspetto fisico. Non basta qualche tatuaggio, un po’ di forme in più, o un nuovo look a cambiare una persona. Hai ragione, sono cambiata, ma questo tu non l’hai ancora visto.”
“Andiamo, ti porto fuori così parliamo un po’. Abbiamo tanto da dirci”
“Così tante cose che non basterebbe una vita per capirle” dissi, mentre lui si incamminava verso la sua luccicante moto parcheggiata di fredda davanti la porta.






P a r t e 22 <3
Vagammo un po’ per le vie di Londra, a cavallo della sua brillante moto nera, io attaccata a lui, come una volta.
Arrivati davanti ad una piccola rosticceria si fermò e parcheggiò la moto all’ombra.
“Aspettami un attimo, prendo qualcosa da mangiare. Pranziamo assieme, no?”
“E la tua ragazza?” azzardai.
“E’ andata a trovare una sua vecchia amica, tornerà domattina.”
“Direi che si può fare allora” rubandogli una sigaretta dal portaoggetti.
“Ti sei messa a fumare ora? Ti fa male, Alyson”
“Va bene, mamma.” scherzai io, accendendola.
Tornò dopo pochi minuti, con in mano un vassoio fumante.
“Ma che hai preso, ci mangia un esercito con quello!”
“Sono spaghetti, me li ha fatti conoscere Cristina. E’ un piatto italiano, sono buonissimi.”
Gettai la cicca in terra spegnendola col piede, per prendere il vassoio.
“Alyson, non puoi butt…”
“Shh!” lo zittii io, montando sulla moto.
Come avevo intuito, mi portò alla stazione abbandonata.
“E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che sei venuto qua” costatai io.
“Già, mesi e mesi. Come hai potuto viverci per tutto questo tempo?”
“Beh, a dire il vero ci son stata poco e niente. I miei pomeriggi li passo al negozio di Charlie ed Axl, di notte restavo spesso a dormire da lui. Ma ora penso proprio di dover tornare a stare qua.”
“Axl è quel ragazzo che era con te quella mattina? Non è troppo grande per te?”
“Non abbiamo neanche dieci anni di differenza. Poi lui è così pieno di vita!”
“Perché ne parli con questo tono triste?”
“Ieri abbiamo litigato, penso proprio che dopo oggi non staremo più assieme. Un po’ mi dispiace, tutto sommato.”
“Alyson, sei turbata da quanto è successo a Phineas. Non prendere decisioni affrettate, te ne pentiresti”
“Già, Phineas. Non riesco neanche a piangere per lui. Troppo dolore, troppa rabbia. I ricordi felici assieme sono spariti dalla mia mente. Provo troppo rancore nei suoi confronti.”
“Col tempo riuscirai a perdonarlo, anche se sarà comunque troppo tardi”
Annuii pensierosa, addentando una forchettata di spaghetti.
“Comunque sia” attaccò lui “io e Cristina ci siamo trasferiti all’ultimo piano, se davvero hai intenzione di lasciare Axl, vieni a vivere nella nostra mansarda”
“Oscar, non sono più la sorellina minore da proteggere, quel ruolo mi sta stretto. Poi voglio la mia libertà, dopotutto, e non voglio tantomeno invadere la vostra”
“Scema, la nostra mansarda è come un piccolo appartamentino a parte. C’è tutto: cucina, bagno, letto. E tra l’altro, oltre alle scale che la collegano al nostro salone, ha anche un uscita esterna. Mi faresti felice”
“Non so, Oscar. Ti ringrazio comunque.”
“Per te questo e altro, lo sai.”
“Basta! Sto scoppiando, di questo passo diventerò una balena! Facciamo una passeggiata sui binari, vieni.” esclamai io, tirandomi su.
Iniziammo a camminare, sotto il sole cocente di quel presto pomeriggio di maggio, restando silenziosi, senza dir nulla.
“Avevi ragione prima” interruppe il silenzio lui, dopo una decina di minuti.
“Su cosa?”
“Sei cambiata davvero, in tutto. Sei diventata una donna, Alyson.” constatò, sedendosi sui binari.
“L’hai notato solo ora, vero? Sei sempre il solito, Oscar! Sono sempre la stessa, ma ho imparato a non nascondermi più dietro ad un vestitino rosa.”
“Mi piaci molto così, sai?”
Rimasi un attimo immobile, quasi paralizzata dalla sorpresa della sua affermazione.
Nella mia mente iniziarono a frullare pensieri di ogni tipo. Quella era l’occasione che aspettavo da tempo, non potevo farmela scappare.
Mi avvicinai a lui, sedendomi al suo fianco.
“Saresti disposto a rischiare?”
“Rischiare?”
“Si, rischiare”
“E cosa dovrei fare?”
“Fatti dare un bacio, poi ti lascio stare”
“Sono innamorato di Cristina, Alyson”
“Non ci credo, ma se tu ne sei così convinto, un bacetto non cambierà nulla”
“E se non accetto?”
“Dimostrerai a me e a te stesso che hai paura di cambiare idea”
Rise, tornando a fissare dritto davanti a se, col volto chino.
Presi il suo mento fra le dita, costringendolo a guardarmi. Poi,  mi misi a sedere su di lui, incrociando le mie gambe attorno al suo busto, così da portare il mio viso a pochi centimetri dal suo.
“Ehi ferma, non ho ancora accettato” disse lui a denti stretti.
Afferrai con decisione la sua nuca, avvicinandolo ancora un po’, poi, quasi poggiando le mie labbra alle sue, sussurrai: “Non ho detto che non avrei barato”
E così, incontrai le sue labbra per la prima volta, succhiandole con passione, avida di ogni centimetro del suo corpo, che le mie mani stavano voracemente esplorando.
Lui ricambiò il bacio, mettendoci altrettanta foga, ma prima che le sue mani raggiungessero il mio seno, lo fermai.





Parte 23 - Torna Su

P a r t e 23 <3
Raccolsi tutte le mie forze per sciogliermi da lui e tornare sobria.
Si, perché quel bacio aveva ubriacato me quanto lui.
Sentivo come uno strano legame  che ci spingeva a continuare, qualcosa in lui che lo voleva, tutto in me che l’avrebbe fatto.
“Perché ti sei fermata? C’è qualcosa che non va?”
“I patti erano chiari: solo un bacio.”
Mi guardò, assetato di me. La voglia di appagare la sua sete cresceva in me, ma dovevo resistere.
Desiderava averne ancora e questo era quello che volevo ottenere.
“Perché l’hai fatto?” mi chiese, un po’ stranito.
“Curiosità” mentii io, facendo la disinvolta.
“Curiosità? Wow, non me lo sarei aspettato da te”
“Forse dovrai imparare a conoscermi come conoscevi la me di un tempo”
Non fece in tempo a rispondermi, che il mio cellulare squillò.
“Pronto, Alyson? Sono Axl, dobbiamo parlare”
“Axl, ciao! Va-va bene, dimmi quando..”
“Vieni ora a casa mia, ho staccato prima dal negozio”
“Va bene, un bacio” e riaggancio.
“Era lui?” domanda Oscar.
“Si, Axl. Mi puoi accompagnare da lui? Ti indico la strada andando”
“Glielo dirai, del bacio?”
“Certo, non ho nulla da nascondere ad Axl”
Notai nel suo viso un velo di tristezza, come se volesse condividere solo con me quel piccolo segreto.
“E tu, lo dirai a Cristina?”
“No, lei non capirebbe. Dopotutto non ho capito nemmeno io. Sali dai”
E così, sfrecciammo dritti verso casa di Axl, e più ci avvicinavamo, più un senso di paura m’assaliva.
“Se hai bisogno chiama, ti passo a prendere subito!” mi avvisò Oscar, preoccupato.
“Me la caverò, grazie.” e lo salutai, entrando nel palazzo di Axl.
Salii le scale lentamente, con i battiti del mio cuore che coprivano il rumore dei miei passi.
Axl mi aspettava seduto sul gradino di casa sua, con il volto buio.
“Ciao, entriamo dai.” mi invitò lui.
“Devi dirmi qualcosa?” aggiunse, mentre si sedeva sul divano, di fronte a me.
“Troppe cose, Axl. Non so neanche da dove cominciare”
“T’aiuto io, tranquilla. Mi dispiace per tuo fratello, Alyson, ma forse proprio questo ha aperto gli occhi ad entrambi. Vi ho visti abbracciati, tu ed Oscar. Alyson, c’è qualcosa che va oltre ogni legame fra voi, credimi, e lo si vede da miglia di distanza.”
“Axl io….” Iniziai.
Lui mi ammutolì, per continuare: “Tu non mi hai mai dato quel posto che lui continua a conservare gelosamente nel tuo cuore, vero? E te ne sei accorta anche tu, proprio oggi, nello stesso momento in cui l’hai rivisto”
Mi buttai sul suo petto, abbracciandolo.
“Axl, l’ho baciato!” dissi, stringendolo ancora di più.
Sentii l’aria gelarsi, la sua mano, prima posata sulla mia schiena, chiudersi in un pugno, e tutto fermarsi per pochi secondi.
“Uau!” riuscì a dire, con poco entusiasmo?
“Perdonami..”
“Non avrebbe funzionato, Alyson, tranquilla. E’ meglio così”
“Odio fare del male proprio a te!”
“Mi stai soltanto facendo capire quello già avrei dovuto capire subito, Alyson.”
Mi guardò negli occhi, togliendo con l’indice un po’ di mascara sbavato, poi sorrise.
“Mi dispiace per te, ma non mi leverò lo stesso dalle scatole. Voglio starti vicino, aiutarti quando avrai bisogno! Fino a quando quello stupido capirà cosa si sta perdendo.”
“Ti voglio bene, Axl!”
“Te ne voglio anch’io, sciocchina!”
“Posso dormire con te stanotte? Non me la sento di stare al casolare abbandonato!”
“Certo, piacerebbe anche a me passare la notte assieme. Solo amici, eh!”
E così, abbracciati l’uno all’altra, sul suo comodissimo letto, ci addormentammo.






P a r t e 24 <3
Dal mattino dopo, io ed Axl cominciammo ad organizzare a tavolino un piano d’attacco.
Dovevo, in un modo o nell’altro, far ingelosire il più possibile Oscar, e Axl si era rivelato talmente disponibile che aveva deciso di aiutarmi.
Così, dopo averne discusso a colazione, mi aiutò a prepararmi a trasferirmi nella mansarda di Oscar.
“Mi raccomando, stasera vieni puntuale!” lo raccomandai, prima di entrare.
Salii le scale di fretta, curiosa di vedere se Cristina era già tornata.
Me la trovai alla porta, stretta dalla morsa fatale delle braccia di lui.
“Ehm ehm..” mormorai imbarazzata. “Mi dispiace interrompervi ma il borsone pesa!”
“Alyson! Hai accettato la mia proposta! Cristina, lei è la mia amica di sempre, te ne ho parlato. Viene a vivere in mansarda, tanto a noi non serve, giusto?”
Lei mi squadrò, guardandomi altezzosa e superba, forse intimidita dall’ampia scollatura a V della mia maglietta. Poi, rivolse un grandissimo sorriso a lui, dicendogli: “Ma certo amore, figurati! Piacere di conoscerti, Alyson” squittì falsa.
Risposi con un sorriso altrettanto falso, poi porsi il mio borsone ad Oscar che mi accompagnò nella mia nuova dimora, un confortevole monolocale, dalle dimensioni modeste e dotato di ogni confort.
“E’ perfetto, grazie Oscar. Ah, è un problema se viene a trovarmi Axl di tanto in tanto?”
“Siete rimasti insieme allora!” esclamò, stupito.
“No, ci siamo lasciati, ma lui mi ha proposto di restare in buoni rapporti”
“Non è un problema, figurati.” tagliò corto.
Loro tornarono al piano di sotto, mano nella mano, ed io iniziai a sistemare le mie cose nella piccola cassapanca in legno poggiata alla parete accanto al letto.
Mi invitarono a pranzare con loro, almeno per quel giorno, dopo di che Cristina mi porse una tazzina di caffè, che inizialmente pensai potesse essere avvelenata.
Passai il resto del pomeriggio a pensare, aspettando che Axl arrivasse, come pianificato.
L’immagine di Cristina mi piombava in mente, la sua bellezza mi aveva travolta, insieme al suo sconcertante profumo alla vaniglia.
Bionda e statuaria, mi aveva messo in soggezione, facendo abbassare quel po’ di autostima che in quei mesi mi ero faticosamente costruita.
Il campanello suonò, quasi senza che io me ne accorgessi.
“Ciao, sono Axl. Cerco Alyson, ho sbagliato campanello?”
“No, sta sopra” rispose scocciata Cristina.
Scesi le scale a due a due, per poi andarlo a salutare calorosamente.
“Ho portato il mangiare del cinese che sta sotto casa mia e anche un po’ di spesa da metterti in frigo” disse, mostrandomi le tre grandi buste che teneva in mano.
Arrivò Oscar, uscendo dalla porta del bagno, e l’aria si gelò per pochi secondi.
“Cenate con noi?” proposi io, per spezzare quel silenzio.
Accettarono e, dopo aver posato la spesa nel mio frigo, ci sedemmo tutti sul divano a mangiare.
“Amore mi prendi una forchetta in cucina? Non so usarle ste bacchette!” imprecò lei.
“Ti perdi tutto il bello del mangiare cinese se usi la forchetta” puntualizzai io.
“Io sono italiana, non usiamo le bacchette per gli spaghetti!” esclamò lei acida.
“Tranquille ragazze, ho preso anche due forchette, nel caso qualcuno non sapesse usarle” si affrettò ad intervenire Axl.
Restammo in silenzio per il resto della serata, fino a quando l’orologio non segnò le 22:30.
“Saliamo su?” proposi ad Axl.
“Va bene. Ci vediamo ragazzi, piacere di avervi conosciuto”
Andammo in mansarda, sdraiandoci sul letto.
“Che hai in mente?” gli chiesi.
“Sai fingere?”
“Fingere cosa?”
Mi guardò, con uno sguardo che diceva tutto.
“Oh, quello. Potrei provare, ma non so.”
Mi saltò addosso, pronto a farmi il solletico. Iniziai a dimenarmi, cercando di liberarmi dalla sua stretta.
“Axl, Axl!” iniziai ad urlare, soffocando una risata.
Balzai in piedi sul letto, cominciando a saltellare.
“Se non sbaglio la loro camera è proprio qua sotto” gli sussurrai.
“Perfetto!” esclamò divertito.
Continuammo con la nostra messa in scena, emettendo versi, facendo tremare il letto e scoppiando silenziosamente a ridere di tanto in tanto.
Mi divertii così tanto quella sera, da capire che  Axl non avrebbe potuto interpretare ruolo migliore nella mia vita, se non quello dell’amico.






P a r t e 25 <3
Axl se ne andò solo l’indomani mattina presto, intorno alle 8:30.
“Avanti, diglielo!” sentii squittire dalla loro camera da letto.
Poco dopo, in boxer neri e canotta abbinata, Oscar mi venne incontro, un po’ stordito.
“Buongiorno!” esclamai radiosa “Dormito bene?”
“Per niente, tu e il tuo amico non avete smesso un attimo”
“Beh, allora?”
“Allora? Allora andateci piano prossima volta!”
“Sei geloso per caso?” azzardai io.
Lui guardò indietro, come a controllare se orecchie indiscrete potevano sentirci, mi allontanò un po’ dal corridoio e a bassa voce mi disse:
“Alyson, io sto con Cristina, la amo davvero e forse mi trasferirò in Italia con lei, quindi se stai facendo tutto questo per me smettila, non funziona!”
“Che c’è? Solo tu puoi scopare e basta con una ragazza? Non sei al centro del mondo Oscar, smettila! Se avessi saputo che ti saresti montato la testa così non ti avrei baciato!” e facendo un ultimo gesto furioso, tornai in mansarda con le lacrime agli occhi, ma quelle lui non le vide.
Ero stata trattata come una pezza ancora una volta, rifiutata disumanamente.
Ma ancor peggio ero stata spiazzata dalla sua notizia: voleva andare a vivere in Italia con lei.
Mi avrebbe abbandonata definitivamente, lasciata andare per partire con la sua amata.
Piansi, quasi a voler prosciugare il mio corpo da tutti i pensieri negativi che mi colmavano, fino a che il cuscino non divenne umido. Il contatto con la stoffa bagnata di me mi diede una scossa.
Ma che stavo facendo? Non potevo lasciare che una frase mi facesse ritornare insicura e goffa come prima.
Mi asciugai istericamente gli occhi dalle lacrime, andai a sciacquarmi il viso ed uscii di casa, con una meta sicura in mente.

“Capisci? Mi ha detto che sto facendo tutto questo per lui! Ma chi si crede di essere!” urlai nevrotica.
“Beh, effettivamente è così, Alyson.” rispose dubbioso Axl, mentre tatuava il braccio gracile di un ragazzino poco più piccolo di me.
Per tutta risposta, ricevette una mia occhiataccia famelica.
“Axl! Rischi di farti uccidere così” scherzò Charlie “Alyson, secondo me dovresti aspettare. Vedi come si mette la situazione, ma nel frattempo prova a racimolare la forza necessaria a lasciarlo andare, se dovesse servire”
“È innamorato di quell’arpia, devo farmene una ragione.”
“E no, signorina! Io non t’ho lasciata andare perché abbandonassi i tuoi sogni, mi dispiace!” sbottò Axl, finendo di tatuare il ragazzino.
Corsi ad abbracciarlo energicamente, stringendomi il più possibile al suo petto.
“Sei il ragazzo migliore del mondo Axl, perché accidenti non mi sono potuta innamorare di te?!”
“Destino, baby. Troveremo una soluzione, stai tranquilla.”
“Grazie Axl. Mi porti a casa ora? Non ce la faccio a stare qua sapendoli soli.”
Detto fatto. In pochi minuti eravamo già davanti l’uscio dell’appartamento di Oscar.
“Se hai bisogno chiama!” mi ricordò lui.
Lo salutai con un veloce bacio sulla guancia ed entrai in casa.
Ma, con mia grossa sorpresa, era vuota. Solo un biglietto mi avvisava che: “Io e Cristina siamo usciti, torneremo tardi, non ci aspettare. Oscar.”
“Bene Alyson, sei sola soletta, come sempre” dissi fra me e me.
Andai a fare una doccia veloce, affogando ogni mio dispiacere con le dolci goccioline d’acqua che scivolavano lente sulla mia pelle poco abbronzata, poi indossai la mia comune vestaglietta da notte e mi accoccolai sul divanetto, pronta a vedere un film sgranocchiando patatine.
Ma proprio pochi minuti dopo l’inizio del dvd, il campanello suono.
Corsi al piano di sotto, pensando fossero Oscar e Cristina, già di ritorno da una serata andata male; invece, davanti ai miei occhi, trovai l’ultima persona che avrei pensato di vedere.
“Monalize!” esclamai euforica.
La meravigliosa sorella maggiore di Oscar mi guardò stranita, non capendo l’entusiasmo della sconosciuta che aveva davanti nell’accoglierla.
Poi, un lampo di genio le attraversò la mente.
“Tu sei Alyson! L’amica di Oscar, la piccola dai capelli rossi! Ma quanto sei cresciuta, accidenti!”
Monalize, che secondo i miei calcoli doveva ormai avere poco più di 27 anni, era un’affascinante ragazza col fisico da modella, castana e con gli occhi dalle sfumature color miele.
Fin da piccola era stata ammaliata dal mondo della fotografia, tanto da trasferirsi in Francia per studiare in una delle migliori scuole.
Restammo a parlare, a raccontarci e a conoscerci meglio per il resto della serata. Io l’ascoltavo senza fiatare, affascinata dalla sua vita e dalle sue ambizioni.
“… ed ora ho deciso di tornare in Inghilterra, a trovare la mia famiglia. Ho pensato di passare qui a Londra da Oscar, prima di passare ad Oxford dai miei genitori”
Si, la famiglia di Oscar era originaria di Oxford, ma si erano trasferiti qui a Londra poco prima della nascita del loro secondogenito, per poi tornare al proprio paese d’origine qualche anno fa.
“Mi prendi un bicchiere d’acqua?” domandò lei dopo un po’.
“Si certo, scendi con me. Qui sotto c’è l’appartamento di Oscar e della sua ragazza.”
“Mio fratello ha una ragazza fissa? E quale santo è sceso in terra?” scherzò lei, ricordando le vecchie abitudini di Oscar.
Le feci strada lungo le scale a chiocciola e la invitai ad aspettarmi tranquillamente in salotto, mentre io le riempivo un bicchiere d’acqua.
Ma quando tornai da lei, la scena che mi trovai davanti non l’avrei mai immaginata.
Monalize teneva in mano una foto, guardandola con aria sconvolta. Poi, rivolgendosi a me a stento, balbettò:
“Q-questa è la ragaz-z-za di Oscar?”
“Si, lei è Cristina.”
“No, lei è Kirsten, nostra cugina.”






P a r t e 26 <3
“Ecco vedi? Cristina si chiama Kirsten Johnson in realtà. E’ inglese d’origine, precisamente di Oxford. E’ un’altra ragazza!”
Le parole di Charlie rimbombarono nella mia mente, come un ricordo lontano.
“Hai detto Kirsten? Kirsten Johnson?” domandai incredula a Monalize.
“Si, proprio lei. Oscar si è messo con quell’arpia di nostra cugina?”
“Oscar non sa che questa Kirsten è sua cugina, non sa neanche che si chiama così. E soprattutto non sa che è l’amante della mia amica Charlie!”
“Cosa?” urlò Monalize, sgranando gli occhi dallo stupore.
Mi afferrò per il braccio con forza, pronta a chiedermi quello che più la preoccupava: “Alyson, ha per caso cercato di convincere mio fratello a lasciare Londra?”
“Oscar stamattina mi ha accennato di volersi trasferire in Italia…”
Non mi fece terminare la frase che iniziò ad urlare, quasi impazzita: “No! No Alyson, dobbiamo impedirglielo! Che puttana, vuole rovinarlo!”
“Calmati Mona, calmati! Cosa c’è sotto, spiegami”
“Oscar ti ha mai parlato di uno zio a cui è particolarmente legato?”
“Ora che mi ci fai pensare, tempo fa gli ha regalato un vecchio giradischi. Ma perché, cosa c’entra ora?”
“Quest’uomo perse moglie e figlie durante un incidente stradale, ma la moglie aveva un’altra figlia, nata dal suo precedente matrimonio: Kirsten. Nostro zio non l’ha mai accettata, ma ha sempre provato un grande affetto per Oscar. Poco tempo fa, però, ha scoperto di avere un grave male, gli restano pochi mesi di vita.”
“Ed Oscar cosa c’entra con tutto questo?”
“E’ l’unico erede, lo zio ha deciso di lasciare tutti i suoi averi a lui, e non parliamo di spiccioli, a condizione che Oscar non lasci mai l’Inghilterra per trasferirsi altrove. Se questo accadesse, per legge, andrebbe a finire tutto nelle mani di Kirsten.”
Ero allibita, sconvolta dalla falsità di quella ragazza dagli occhi di cristallo.
“Lei sa che tu conosci tutta la verità?”
“No, ha vissuto troppo tempo i Italia, perché io la potessi conoscere di persona, ed io troppo in Francia, perché lei possa pensare io sia così aggiornata sui fatti”
“Che facciamo, allora?”
“Dobbiamo fermarla, Alyson”
“Dobbiamo dirlo ad Oscar!”
“No, se mio fratello lo scoprisse così ne rimarrebbe segnato a vita. Sai quanto Oscar tenga alla sincerità.”
Fu così che un colpo di genio mi attraversò la mente.
“So io che fare, domani ti porto da alcuni miei amici, ho un piano che potrebbe funzionare. Stanotte dormi sopra da me, così domani facciamo una bella sorpresa ad Oscar. Devi far finta di non sapere chi sia Cristina, comportati naturalmente”

Quella notte dormii poco, forse per la grande carica d’adrenalina nel mio corpo, forse per lo shock provocato dalle parole di Monalize.
Non riuscendo a restare più a letto, alle 8 e 30 circa, mi alzai. Andai a fare una doccia, sistemai i capelli e infilai un jeans ed una canottina, per poi scendere a fare colazione.
Il frigo di Oscar era pieno, mentre il mio, nonostante la spesa di Axl, scarseggiava di beni per la prima colazione. Presi una busta di latte, ne versai il contenuto in una tazza e, dopo avervi aggiunto del caffè, vi affogai qualche biscotto sbriciolato.
Stavo per sedermi sul grande tavolo centrale, quando la coppietta felice rientrò in casa.
“Buongiorno Alyson” disse lui sorridente.
“Ciao ragazzi, avete passato tutta la notte fuori?”
“Già, ci sono delle novità per te!” esultò Cristina, riempiendomi la testa con la sua fastidiosa voce nasale.
“Abbiamo già trovato una bella casa a Milano, mi ci trasferiamo settimana prossima! Abbiamo festeggiato tutta la notte” aggiunse euforico lui.
Mi si gelò il sangue nelle vene, senza che potessi dire nulla, ma per fortuna, qualcuno mi precedette.
“Eh no fratellino, tu non te ne vai prima di aver salutato come si deve tua sorella!” intervenne Monalize, appena scesa dalle scale.
“Mona!” urlò Oscar, correndo ad abbracciarla “ma quando sei arrivata? Hai dormito qua?”
“Ho dormito su da Alyson, ma non dovresti presentarmi la tua ragazza?”
“Piacere, Cristina” intervenne lei, cercando di ammaliare anche Monalize col suo sorriso.
“Io sono Monalize, la sorella maggiore di Oscar, piacere mio” finse lei, ricambiando il sorriso.
Chiacchierarono un po’, mentre io osservavo attentamente le reazioni di Cristina a certe frecciatine di Monalize.
“Alyson, mi porti a fare un giro? I due piccioncini saranno stanchi dopo una nottata fuori, lasciamoli riposare.” mi disse lei dopo un po’, alludendo chiaramente al nostro piano.
Così, dopo aver montato sulla sua bianchissima Mercedes, ci avviammo verso la nostra meta segreta.






P a r t e 27 <3
“Parcheggia qua davanti, i proprietari non ci diranno nulla” le dissi, indicando il negozio davanti.
“Alyson, che ci fai qui?” domandò Charlie, accogliendomi all’ingresso.
“Dobbiamo parlare, è importante. Avete clienti?”
“No no, stamattina non avevamo appuntamenti”
“Allora chiudi la saracinesca, ti aspettiamo su.”
Salii la scaletta che collegava al piano di sopra, seguita da Monalize  che non capiva per quale motivo fossimo venute in questo negozietto di tatuaggi di bassa qualità.
“Alyson, che è successo?” domandò Axl, vedendomi sbucare dalle scale.
Ma quando anche Monalize ebbe salito l’ultimo gradino, scoprii che questo non era il loro primo incontro.
“Tu?!” esclamarono all’unisono. Si voltarono a guardarmi, entrambi, come a voler trovare una spiegazione, che io non avevo.
“Vi conoscete?” domandai stranita.
“Questa stronza ha parcheggiato la sua Mercedes luccicante in doppia fila, bloccando la mia macchina e impedendomi di uscire” l’aggredì lui.
“E questo cafone, senza neanche avvertire, ha chiamato i vigili, che mi hanno portato via la macchina. Per questo sono arrivata così tardi a casa!” contrattaccò lei.
“E che pretendevi, che aspettassi i tuoi comodi? Impara a parcheggiare, prima di prendertela con gli altri”
“E tu impara un po’ di educazione, cogl..”
“Okay okay, ora basta ragaz..” cercai di intervenire io.
“Come mi hai chiamato? Ma guarda tu sta putt…”
“Ennò carino, puttana lo dici a tua sorella!” partì in quarta lei, con l’indice all’insù, minaccioso.
“Basta!” urlai io, prolungando la “a” fino a farmi mancare il fiato.
“Ma che succede qua?” intervenne Charlie, salita di corsa, un po’ allarmata.
“Litigano, come bambini. Mettete da parte i vostri battibecchi idioti, abbiamo qualcosa di serio di cui discutere.”
“E’ successo qualcosa allora, dicci tutto Alyson” mi invitò Charlie.
Ci sedemmo sui due divanetti l’uno di fronte all’altro, tenendo a bada i due litiganti, non ancora del tutto tranquilli.
“La tua “Cristina” è la stessa di quella di Oscar, suo fratello” dissi, indicando Monalize. “Ha creato questa doppia identità per fregare Oscar”
Raccontai tutto quanto mi era stato riferito da Monalize, della loro mezza parentela, dello zio di Oscar e Mona, patrigno di Kirsten, dell’eredità e del piano di Kirsten per diseredare Oscar, portandolo in Italia.
“Cristina non sarebbe mai capace di fare tutto ciò” obiettò Charlie, ancora un po’ incredula.
“Credimi, penso che chiunque farebbe di tutto per un’eredità del genere. Nostro zio è molto ricco, non hai idea di quanto valga quel patrimonio.”
“E noi che c’entriamo?” domandò freddo Axl.
“Voi potete aiutarci a pianificare una mossa d’attacco”
“No Alyson, non posso fare del male a Cristina, io la amo!” esclamò Charlie.
“C., sarebbe una cosa positiva anche per te. Se Oscar lascia Kirsten, lei sarà tutta per te, non sarai più la sua amante, potrete stare assieme senza terzi in comodo. Devi solo trovarti nel posto giusto al momento giusto, ed è fatta.”
“Io, ovviamente, farò finta di non sapere nulla. Kirsten non deve sospettare di nulla, quindi tu devi giurare di non dirle niente” disse Monalise a Charlie.
“Ragazze, non sapete quanto mi costa farlo..” iniziò lei.
“Charlie, pensa ai vantaggi, pensaci!” esclamai io, un po’ scazzata.
“Non ho ancora capito a che servo io” ribadì Axl.
“Proporrò ad Oscar un’uscita “a quattro” per far conoscere te e Monalize, ovviamente in una serata in cui Kirsten sarà impegnata con Charlie. Li ci incontreremo “casualmente” e succederà quel che succederà.”
“Basta che lei mi stia lontano” rispose, indicando Monalize.
“Tranquillo, sei un repellente che cammina” contrattaccò lei, acida.
Il piano era pronto, studiato a tavolino e praticamente perfetto.
Dovevamo solo aspettare che Charlie ci facesse sapere quando e dove lei e Kirsten si sarebbero dovute incontrare.
Finalmente ero un passo più vicina alla mia felicità.






P a r t e 28 <3
Charlie riuscì a fissare un appuntamento con Cristina solo per il giorno prima della “partenza per Milano”, anche se eravamo tutti consapevoli che sarebbe fallita.
Oscar mi teneva un po’ il muso, forse infastidito dal mio atteggiamento da cogliona.
“Si può sapere che ti è preso? Non mi parli come si deve da giorni, quasi ti avessi accoltellato. Fra una settimana parti e vuoi lasciarmi così, con questa freddezza? Dopotutto io ero la tua migliore amica, non so se l’hai dimenticato!” ruggii io un pomeriggio, mentre lavavamo i piatti assieme.
“Mi ha scazzato il tuo comportamento Alyson, eri qua da neanche un giorno e già hai fatto entrare un uomo con cui far baldoria tutta la notte”
“E come pensi che io stia, dopo che hai insinuato che era tutta una messa in scena per farti ingelosire, eh? Oscar abbiamo entrambi le nostre colpe, ma non vedo il motivo di tenerci il broncio. Ci conosciamo da troppo.”
Rimase in silenzio, continuando a guardare basso mentre asciugava un piatto. Non una parola, non un cenno, niente.
“Abbiamo rotto definitivamente, comunque. La differenza d’età a poco a poco si è fatta sentire, avevi ragione tu”
“Mi dispiace Alyson, non volevo finisse così. Ora quando me ne andrò ti lascerò del tutto sola, non volevo accadesse.”
Con le mani tutte insaponate gli presi dolcemente il volto e lo costrinsi a guardarmi dritta negli occhi. Sostenne quello sguardo intenso solo per pochi per pochi secondi, poi lo deviò, tornando a guardare altrove.
“Una volta mi guardavi sempre negli occhi, dicevi di non riuscire a non farlo, dicevi che li consideravi qualcosa di raro. Guardati ora, distogli lo sguardo dopo pochi secondi.”
“Una volta non ci eravamo ancora baciati.”
“E’ bastato un bacio a far cambiare il nostro rapporto? Da migliori amici a conoscenti qualunque in un niente? Wow Oscar, tu si che sai come mandare a pezzi una donna!”
Feci per andarmene, infuriata e un po’ amareggiata, ma lui mi blocco, afferrandomi con decisione il polso.
“Scusami Alyson, non so neanche io che mi è preso. Solo io ho idea di quanto ti voglio bene, ma con tutte queste novità non riesco più a  connettere bene la testa. Mi perdoni?”
“Cerca almeno di farti perdonare come si deve, non bastano le parole”
“E cosa dovrei fare?”
“Passare una serata assieme a me, solo io e te”
“E Cristina?”
“Cristina resta sotto, si guarda un film. Insomma, fra poco andrete a vivere assieme lontano da qui, per una sera può lasciarti andare”
“Va bene dai. Stasera mangiamo assieme su da te allora?”
Mi abbraccio, come faceva un tempo, per poi lasciarmi andare dopo pochi secondi.

Erano le 19:30 quando bussò alla mia porta.
“Hai fatto il giro da fuori?” domandai incredula, scoppiando a ridere.
“Facciamo finta, per un attimo, che non viviamo sotto allo stesso tetto?”
“E va bene. Entra, stavo già preparando qualcosa da mangiare”
“Hai imparato a cucinare ora?
“Se il fish&chips lo chiami cucinare, allora si.”
Rise. “Quando finisci scendi sotto, ti aspetto davanti alla porta d’ingresso del palazzo. Non mangiamo qua stasera.”
“Penso di aver capito cos’hai in mente” risposi, sorridendo.
Frizzi tutto, così che in pochi minuti fu tutto pronto. Misi il cibo in un contenitore, lo avvolsi con un panno facendo un saccoccio e scesi sotto.
Mi aspettava già a bordo della sua lucidissima moto scura come la notte, col casco in mano ed un sorriso mozzafiato.
Mi porse un altro casco e mi fece salire, per poi sfrecciare dritti verso il nostro piccolo rifugio.






P a r t e 29 <3
“Rieccomi a casa” dissi, un po’ stanca di chiamare casa quella baracca.
“Quando andrò via che farai?”
“Non so se riuscirei più a vivere qui, è difficile, più di quanto credi.”
Aprii il saccoccio, porgendo a Oscar del cibo, ancora caldo e dall’aria invitante.
“Mi mancherai un po’, sai? Sei la mia miglior amica, con te è tutto così semplice, ma al contempo complicato. C’è quell’equilibrio precario fra noi che ci tiene uniti, quasi come un filo”
“Beh, siamo sempre stati un po’ strani noi due, no? E’ questo che ci ha tenuti così vicini tutto questo tempo”
“Temo che Cristina sia un po’ gelosa di te, non so perché”
“Beh, perché ti sembra così strano? Facci così schifo? Grazie Oscar, in graduatoria vengo anche dopo un uomo per te!”
“Non volevo dire questo!”
“Ma l’hai pensato!” esclamai infastidita.
Mentre lui era ancora seduto sul bordo del letto e mangiava qualche patatina fritta, gli saltai addosso, facendolo sdraiare e portando il mio viso a pochi centimetri dal suo.
“Vuoi dirmi che tutto questo non ti fa effetto?” lo stuzzicai, passando le sue mani lungo i miei fianchi.
“Alyson, smettila” rispose lui, serrando i pugni e guardando altrove.
“Non hai risposto” incalzai, avvicinandomi ancora di più alle sue labbra.
Lo vedevo nervoso, spiazzato dai suoi stessi pensieri, dalle sue stesse fantasie. Poteva controllare le sue parole, ma non il suo corpo, tanto che sentivo la sua eccitazione crescere sotto di me, attraverso la sottile stoffa dei jeans.
Risi, orgogliosa di me stessa, e lui capì che avevo notato anch’io il gonfiore sotto la sua cintura.
“Lo senti, non posso mentire. Non puoi non farmi effetto e questo l’ho notato già quella volta in cui ti ho trovata nuda sul mio letto, il giorno in cui sei scappata di casa. Ma non potrei mai tradire Cristina con te, io ti vedo come una sorella, ti conosco da troppo tempo”
Mi alzai da lui, tornando al mio posto.
“Tu non mi conosci più, Oscar” dissi, addentando un bastoncino di pesce.
“Forse è meglio così, non so cosa potrebbe creare in me questa Alyson.”
“Andrai in Italia con questo dubbio, allora.”
Restammo in silenzio, finendo così di mangiare.
Poi, dopo essere rimasto a guardare il nulla, pensieroso, si alzò e andò vero il vecchio giradischi di suo zio.
“Ricordi quando l’ho portato qua?” disse.
“Era Natale, è sempre Natale quando mi succede qualcosa.”
“Che ti è successo quella volta?”
“Mi hai nominato per la prima volta Cristina”
“Come faccio con te, eh? Vieni qua dai” esclamò, facendo partire la musica.
Mi tirò a se, portandomi attaccata al suo corpo. Io salii sui suoi piedi, lasciandomi trasportare da lui, cullata dal movimento ondulatorio dei suoi passi che seguivano la dolce melodia del giradischi.
Restammo così per un po’, sempre con gli occhi puntati su quello dell’altro.
Il pensiero che il mio piano potesse fallire mi assalì, così raccolsi tutto il coraggio che avevo dentro e gli feci una proposta.
“Sai, l’ultima volta quel bacio te l’ho dato un po’ per gioco, un po’ per curiosità. Ora non so perché, ma vorrei baciarti ancora una volta, come si deve.”
“Alyson, io sto per partire con Cristina per l’Italia…”
“Appunto!” lo bloccai io, prima che potesse finire la frase “Non ti va di partire più sicuro di ciò che credi?”
Non rispose, sommerso dalla valanga di pensieri che ronzavano rumorosamente nella sua testa.
Presi il suo volto fra le mani, poggiandole dolcemente sulle sue guancie.
“Sarà il nostro segreto, Oscar. Non lo saprà mai nessuno” sussurrai, mentre lentamente mi avvicinavo alle sue carnose labbra, che aspettavano soltanto il caldo contatto con le mie.






P a r t e 30 <3
Ero a pochi millimetri dalle sue labbra, pronta a rubargli un altro bacio che magari gli avrebbe fatto cambiare idea, senza bisogno di ricorrere al mio piano.
Ma proprio mentre le nostre bocche stavano per incontrarsi, lui, soffocando un verso causato da un grande sforzo, girò la il viso dall’altro lato, porgendomi la guancia.
“Non posso, Alyson.” disse a denti stretti.
“Non è vero, puoi” sussurrai, provando ancora ad avvicinarmi alle sue labbra.
“No, Alyson.” Ripeté lui, allontanando ancora il suo viso dal mio “Come ti saresti sentita se Axl, quando stavate ancora assieme, avesse baciato un’altra. È una cosa di principio, non voglio ripetere questo sbaglio”
“Axl, vero. Devo smettere di vederlo definitivamente, se solo trovassi una ragazza da presentargli”
E come fu teatrale la mia battuta, fu altrettanto teatrale il silenzio che ne seguì.
“Ma certo, Monalize!” esclamai poi.
“Monalize?” domandò lui.
“Ma certo, Monalize! Devo farli conoscere, ma come?” dissi io, da copione.
“Uscite assieme” propose lui.
“Si e poi faccio da terzo in comodo io?”
“Venerdì, il giorno prima di partire, Cristina esce con una sua vecchia amica, possiamo uscire tutti assieme” concluse lui, seguendo alla perfezione quanto avevo architettato.
“Non cercare di addolcirmi così, sono ancora offesa per il non-bacio!” scherzai io, riprovandoci.
Mi prese in braccio, sdraiandomi con cura sul letto, si stese accanto a me, portando il suo viso vicino al mio.
Mi accarezzò il volto, con la sua grande mano calda, quella mano che avrei voluto incollare alla mia per non farlo più andare via.
Gliela presi, facendo combaciare le insenature fra un dito e l’altro perfettamente alle mie.
“Che gioco sta giocando Oscar? Mi abbracci, mi accarezzi, mi coccoli, ma all’idea di darmi un bacio scapperesti in Alaska.”
“Non renderla più difficile di quanto già non sia, Alyson. Non è facile per me lasciarti qui e non vederti più, starti lontano”
“Hai deviato la mia domanda. Ripeto: perché mi coccoli così, anche se insisti a non volermi baciare?”
“Perché mi viene naturale, l’abbiamo sempre fatto come amici. Ricordi? Sei il mio peluche tu” e così dicendo mi abbraccio forte forte, stringendomi al suo petto e accarezzandomi i capelli.
“E tu, perché insisti a volermi baciare?” domandò lui.
“Che mi piaci già lo sai, non devo dirti altro”
Sorrise, continuando a tenere ben stretta la mia testa al suo petto.
Restammo così per molto tempo, con lui che di tanto in tanto mi baciava la fronte.
Ma d’improvviso, una fastidiosa suoneria prestabilita del suo cellulare suonò, interrompendo quel piccolo momento di pace.
“Pronto?” disse lui, sciogliendo l’abbraccio.
“No dico, è mezzanotte. La principessa sul pisello quanto ha intenzione di tenerti là?” sentii dire da quella insopportabile voce nasale, attraverso il telefono.
Stavo per urlarle un’imprecazione, ma Oscar mi tappò la bocca con la mano.
“Stavamo giusto per tornare amore, stai tranquilla” rispose.
Kirsten gracchiò qualcosa tra lo sdolcinato e l’acido, dall’altra parte del telefono.
“Va bene, scema. Ti amo anch’io, a dopo” rispose lui.
“Ti amo anch’io, blabla” lo beffeggiai.
“Che tu ci creda o no, è così” rispose freddo lui, un po’ offeso.
“Ti ha fatto il lavaggio del cervello come si deve quell’italiana”
“Monta sulla moto, và” tagliò corto lui.
Tornammo a casa subito, dal momento in cui andò più velocemente, nonostante gli urlassi di rallentare. Mi salutò con un bacio freddo sulla guancia e, augurandomi la buonanotte, andò a casa.
Dopo aver salito il piano di scale che portava all’ingresso esterno per la mansarda, corsi subito in bagno, decisa ad affogare ogni pensiero nella scomoda vasca.
Avevo solo un semplice perizoma bianco, che da poco avevo preso l’abitudine di indossare, quando mi ritrovai davanti la finta bionda.
“Non ti hanno insegnato a bussare?” esclamai, un po’ spaventata nel trovarmela seduta sul mio letto.
“Questa è casa mia, ti ricordo, se non fosse per Oscar tu saresti ancora lì fuori!” attaccò lei.
“Beh, intanto Oscar c’è, e che ti piaccia o no io vivo qua!” l’azzittii.
Rise, malvagia: “Ti sfugge un dettaglio carina, Oscar viene con me in Italia. Potrei anche mettere in vendita l’appartamento prima di partire, a sua insaputa.”
“Brutta troia, sei una serpe!” urlai io, facendo uscire la tigre che in quei mesi si era impossessata di me.
“Ma che succede qua?” intervenne Oscar, sbucando dalle scale.
“Copriti!” mi urlò Kirsten, correndo verso di lui.
Misi un braccio attorno al seno, coprendolo per quel po’ che potevo, ma maliziosamente lasciai che si intravedesse comunque qualcosa.
“Oh porca puttana! Ma sono nuda cazzo, volete lasciarmi in pace!” sbuffai.
Il viso di oscar avvampò, diventando di un rosso acceso alla vista del mio corpo seminudo.
Kirsten lo trascinò giù per le scale, non prima che lui mi lanciasse un’ultima e profonda occhiata.
Carica d’adrenalina, mi stesi sul letto, un po’ imbarazzata, un po’ orgogliosa.
Mancavano solo pochi giorni all’azione ed io avevo già spianato il terreno.






P a r t e 31 <3
Quei pochi giorni passarono lentamente, senza che io e i miei due “coinquilini” ci incontrassimo molto, ma quelle poche volte che succedeva l’aria si caricava di tensione e di imbarazzo da parte di tutti.
Lui mi evitava, lei mi guardava con odio e Monalize mi perseguitava casa casa domandandomi cosa fosse successo.
“Mannò, quindi ti piace mio fratello! Ma perché non me l’hai detto prima?” esclamò quando, due giorni dopo, le raccontai tutto.
“Sei sua sorella, mettiti nei miei panni”
“Quindi il nostro piano ha un doppio scopo”
“Già, lo ammetto. A proposito, l’altro giorno ho proposto ad Oscar di uscire assieme per farti conoscere Axl, come da copione”
“Axl, non so se riuscirò a sopportare un’intera serata con lui.” sbuffò lei.
“Axl è un ragazzo d’oro, Monalize. Conoscendolo capirai che il vostro è stato solo un malinteso”
Lei rispose facendo una smorfia dubbia e incredula.
“Ricorda comunque di fare finta di non conoscerlo, Oscar non deve sospettare di niente” la avvertii.
“La prenderebbe male se scoprisse che abbiamo organizzato tutto questo”
E una montagna di pensieri continuò a gravare sulla mia testa per il resto della settimana.

Arrivò il gran giorno e, proprio come avevamo previsto, Kirsten uscì di casa presto.
Il resto della giornata proseguì tranquillo, senza tutta la tensione che si era venuta a creare in quei giorni.
Oscar mi invitò a pranzare sotto con loro, per non lasciarmi sola in mansarda.
Non conoscevo il suo talento nella cucina, tanto che rimasi sorpresa quando scoprii che l’invitante profumo che si arrampicava lungo le scale proveniva proprio dalla sua padella.
“Uhmmm, abbiamo uno chef fra noi. Che cucini di buono?”
“Una specie di paella spagnola, ma senza pesce.  Vai a chiamare Mona, che qui è quasi pronto”
Ma Monalize arrivò prima che l’andassi a chiamare, offrendosi di aiutarmi ad apparecchiare.
Era da tempo che non mi divertivo tanto come a quel pranzo; Monalize cominciò a raccontare avvenimenti imbarazzanti di un Oscar bambino, che neanche lui più ricordava, io ridevo come una pazza, umiliandolo ancora di più e costringendolo ad uscir fuori anche i miei scheletri.
“Okay basta, mi arrendo. Sventolo bandiera bianca!” esclamò, quando Monalize prese le mie difese.
Buttai giù un bicchiere d’acqua, alzando un po’ la testa per facilitare il movimento.
“Che bel tatuaggio Alyson!” esclamò lei, notandolo.
“E’ il primo che ho fatto, sai?”
“E quello sul sedere quando l’hai fatto?” azzardò Oscar.
Monalize sgranò gli occhi, aspettando una mia risposta infuriata o almeno acida.
Ma io continuai a fare il suo stesso gioco.
“E’ uno degli ultimi che Axl mi ha fatto dopo uno dei suoi colpi d’ispirazione. E’ una A, l’hai vista bene?” e con queste parole scottanti pensai di averlo azzittito.
“Non abbastanza” rispose freddo lui, guardandomi negli occhi.
“Chi è questo Axl?” intervenne Monalize, tentando di riscaldare l’aria.
“Il mio ex ragazzo, ha un negozio di tatoo tutto suo.” risposi, continuando a guardare lui dritto negli occhi.
“Wow! Sai, avrei intenzione anch’io di fare un tatuaggio” finse lei.
“Se vuoi stasera te lo presento, andiamo a mangiare fuori tutti assieme, vero Oscar?” continuai a recitare io.
Lui annui distrattamente, distogliendo finalmente il suo sguardo dal mio.
Sparecchiammo la tavola assieme, dopo di che io e Monalize lavammo assieme i piatti mentre Oscar riposava nella sua stanza.
“Dici che funzionerà?” domandai io, asciugando un piatto.
“Rilassati Alyson, Charlie la bacerà appena ci vedrà.”
Così mi abbracciò forte, quasi come una sorella.
“Alyson non sai quanto mi farebbe piacere che ti mettessi con mio fratello, sei una ragazza d’oro!”
“Ti voglio bene Monalize, grazie”
Che il nostro piano avesse funzionato o meno, una cosa era certa: avevo trovato un’amica.








P a r t e 32 raccontata da Alyson. <3
Le lancette dell’orologio segnavano appena le 19 quando cominciai a prepararmi.
Ero decisa a passare una bella serata, comunque andasse il nostro piano, così cercai di accantonare ogni mia energia negativa e di concentrarmi sul mio aspetto.
Ci tenevo ad apparire carina ai suoi occhi, così indossai un bel vestitino nero che faceva risaltare parecchio i miei lunghissimi capelli rossi, lasciati al naturale in modo che i leggeri boccoli cadessero lenti sulle mie spalle scoperte.
Si, ultimamente avevo imparato ad amare il mio corpo, a far risaltare, e non più a coprire, le mie curve molto femminili ed il mio seno prosperoso, ad andare fiera della mia abbondante taglia 29.
“Accidenti Alyson, sei bellissima! Vero, Oscar?” esclamò Monalize vedendomi scendere dalle scale, con gli occhi che le brillavano.
Lui mi guardò da cima a fondo, soffermandosi ad osservare il mio corpo avvolto dalla leggera stoffa scura.
Poi, dopo aver incontrato i miei occhi, si affrettò a farfugliare un “Già, sta molto bene” e a guardare altrove, imbarazzato.
“Grazie ragazzi. Axl ci aspetta sotto, andiamo tutti con la sua jeep, vi va bene?”
“Perfetto!” esclamò lei, non molto entusiasta.
Stavamo per varcare la porta d’uscita quando Oscar mi fermò per dirmi: “Stai veramente bene, comunque”.
Sentii il mio viso avvampare ed Axl mi diede conferma.
“Alyson hai bevuto? Sei rossissima!” esclamò, dopo avermi salutata.
“Mannò scemo! Comunque sia lei è Monalize, sua sorella”
Si strinsero la mano, fingendo di incontrarsi per la prima volta, dopo di che salimmo in auto.
“Ennò, io sto davanti!” disse Monalize, rubando furbamente il posto ad Oscar.
Durante il viaggio scoprimmo che, bene o male, condividevamo tutti gli stessi gusti musicali, il che rese l’atmosfera meno tesa.
Ma nessun discorso poteva distrarmi dalla mano di Oscar a pochi centimetri dalla mia gamba scoperta, poggiata distrattamente sul sedile.
“Odio i sedili in pelle, mi appiccico!” esclamai furbamente, alzandomi un po’ e risedendomi un po’ più a destra, in modo che la sua mano toccasse a pieno la mia coscia.
“Scusa!” esclamammo all’unisono, spostandoci entrambi e sorridendoci imbarazzati a vicenda.
Non so perché, ma quelle piccole cazzate mi caricavano d’adrenalina, mi facevano battere il cuore a mille.
Axl accostò la macchina in un parcheggio pubblico, proponendo di fare una passeggiata fino al locale.
“Sei pronto a partire?” domandai io, mentre camminavo al fianco di Oscar.
Monalize e Axl erano rimasti un po’ indietro, forse per lasciarci un po’ da soli, forse per conoscersi realmente meglio.
“Non molto,  ma va bene così.” blaterò lui, pensando ad altro.
Non risposi, consapevole che fra pochi passi avrebbe scoperto anche lui la verità.
E infatti, proprio come da piano, Charlie , scorgendoci in lontananza, baciò con decisione Kisten, proprio davanti alla porta d’ingresso del locale.
“Ma quella…” iniziò lui, bloccandosi di botto alla vista delle due ragazze che si baciavano dolcemente a pochi metri da lui.
“Ma quella è Cristina” finì di dire, indicandole anche a me.
Iniziò ad avvicinarsi a loro, lasciandomi indietro impacciata, si fermò proprio davanti a loro che scioglievano lentamente il bacio ed urlò: “Troia!” con tutta la rabbia che aveva in corpo.






P a r t e 32 raccontata da Monalize. <3
Le lancette dell’orologio segnavano appena le 19 quando iniziai a prepararmi.
Non l’avevo detto ancora a nessuno, ma la mia lite con Axl aveva fatto esplodere in me la voglia di conoscerlo, di sedurlo magari.
Si, mi affascinava parecchio quell’uomo, così pieno di tatuaggi e piercing, con la risposta pronta, le vene del collo in rilievo quando si incazza, e il pensiero di passare un altro po’ di tempo con lui mi eccitava.
Così, dopo aver fatto un bel bagno profumato, indossai una jeans molto attillato e una provocante maglietta scollata.
Si, volevo stuzzicarlo, a costo di “barare”.
Dopo aver finito di sistemarmi, andai in salotto, seguita dopo poco da un Oscar molto casual dall’andatura buffa e da una attraentissima Alyson.
“Axl ci aspetta sotto, andiamo tutti con la sua jeep, va bene?” ci informò lei.
Infatti, appoggiato contro ad un muro c’era lui, con quella sua aria da stronzo, bello più che mai.
“Ti tocca fare la brava oggi” mi sussurrò, mentre ci avvicinavamo alla macchina.
“Non ti prometto niente” risposi, mentre furbamente rubavo il posto del passeggero ad Oscar.
Mentre lui era concentrato a guidare lo osservai in tutta la sua virilità, la mandibola pronunciata, i muscoli delle braccia tesi, mentre le sue grandi mani tenevano saldo lo sterzo.
“Smettila.” disse all’improvviso.
“Co-co-cosa?” balbettai io, stupita.
“Smettila di fissarmi” ripeté, freddo.
“Che presuntuoso che sei, si così convinto che stavo fissando te e non il vuoto?”
“Il vuoto si trova sulle mie labbra?” mi azzittì lui.
Accesi la radio, per porre fine a quell’imbarazzante discussione e soffocare la valanga di insulti verso Axl che frullava nella mia testa.
“Take me down to the paradise city where the grass is green and the girls are pretty…” iniziò a canticchiare lui.
“Ti piacciono I Guns?” domandai stupita.
“Si, perché?”
“Sono fra i miei preferiti”
“Non sei proprio da buttare allora” scherzò lui. “Ragazzi parcheggio qua, ci facciamo una passeggiata fino al locale, va bene?”
Alyson ed Oscar scesero subito, iniziando a camminare a passo spedito.
Feci per raggiungerli, ma una presa decisa mi bloccò il polso.
“Lasciamoli un po’ soli” mi disse, sciogliendo la presa.
“Non sei geloso di Alyson?” domandai, mentre mi appoggiavo alla sua macchina.
“No, la nostra non è stata una storia molto seria, speravo di potermi innamorare di lei, ma forse non era quella giusta.”
“Tu, cercare di innamorarti?” esclamai, scoppiando a ridere.
“Cosa c’è di tanto incredibile?” rispose seccato.
“Tu sei troppo innamorato di te stesso per vedere gli altri!”
“Tu non mi conosci, non hai idea di come sono.”
“Beh, da quello che ho capito sei uno stronzo, uno stupido narcisista egocentrico”
Mi si piazzò davanti, guardandomi negli occhi quasi a volermi incendiare.
“E tu ti stai rivelando la classica zitella inacidita che non la dà da troppo tempo” rispose incazzato.
Le sue parole mi ferirono, mi squarciarono il petto a metà, così gli mollai un ceffone in pieno viso, cercando di scappare da lui.
Ma le sue mani si strinsero improvvisamente attorno ai miei fianchi, afferrandomi con violenza e stringendomi a lui, mentre le sue labbra si premevano con forza sulle mie, con la stessa rabbia con cui le mie dita si erano stampate sul suo volto.






P a r t e 32 raccontata da Oscar <3
Avevo passato il resto del pomeriggio da solo nella mia stanza, quasi a volermi isolare dal resto del mondo.
Sdraiato sul letto, fissavo quell’inerme tetto come se potesse darmi tutte le risposte di cui avevo bisogno, lanciandogli contro, con una violenza inaudita, una povera palla di pezza tutta ammaccata, quasi volendogli scaricare addosso tutto il peso che portavo sulle mie spalle.
Mi accorsi che erano già le 19:45 quando, ripetendo quel monotono gesto per l’ennesima volta, colpii per sbaglio l’orologio.
La realtà mi investi come un tram a 150 all’ora: avevo poco tempo per prepararmi.
Mi alzai di botto, come se la velocità del mio culo che si stacca dal letto potesse recuperare il tempo perso, e corsi verso l’armadio, aprendo con foga.
In quel momento odiai me stesso per aver comprato quell’eccessiva quantità di camice, che di certo non facilitavano la mia frettolosa scelta.
Fu così, che fra un imprecazione e l’altra, il mio sguardo cadde sulla scelta più banale che potessi fare: una camicia bianca.
Mentre l’abbottonavo distrattamente un pensiero fisso girovagava rumorosamente fra i meandri della mia bizzarra mente: solitamente il mio carattere strafottente mi portava a non curarmi della scelta dei vestiti, che acciuffavo a caso dall’armadio per poi gettarli sul letto, al costo di indossare una maglietta gialla su un pantalone viola o qualche altro abbinamento di colori improponibile anche per un ragazzo. Ed ora, per quale assurda ragione ero entrato in crisi davanti alla scelta di una camicia?
Tanto per auto-convincermi che era tutto uno scherzo della mia mente ormai del tutto fumata, vi abbinai distrattamente il primo paio di jeans che la mia mano tastò dentro al cassetto e corsi in bagno, approfittando degli ultimi cinque minuti di tempo disponibile per dare una sistemata ai miei capelli scompigliati.
Mi sciacquai il viso, quasi a voler affogare ogni tipo di pensiero rivolto a quella bizzarra creatura dai capelli rossi, e passai la mano bagnata fra i capelli, buttandoli all’indietro.
La camicia attillata, infilata malamente dentro i jeans, si era già appiccicata contro la mia schiena sudata a causa della premura, quindi, camminando lentamente verso il salotto, cercai si sistemarla.
“Cammini gobbo, Oscar!” scherzò Monalize, vedendomi avanzare con quello strano passo.
Sorrisi, troncando là lo scherzo.
“Possiamo andare?” domandai.
“Alyson non è ancora pron…” iniziò a dire lei.
“Sono qui!” la interruppe Alyson, iniziando a scendere le scale.
Nello stesso momento in cui i miei occhi scorsero la sua figura, in me esplose un uragano emotivo, che provocò in me un casino di sensazioni.
Era raggiante, con il suo sorriso perfetto attorniato da fiammanti labbra rosse, rosse quasi come quelle lunghissime ciocche capelli che le cadevano sulle spalle; il suo corpo formoso era strettamente avvolto da un succinto vestitino nero, dal quale sbucavano due candide gambe slanciate.
Rieccomi, a guardarla come fosse una dea, forse anche più bella di Crist... No Oscar, frena!
Non può una ragazza come Alyson rincoglionirmi a tal punto.
Scossi la testa, quasi come stessi tornando da qualche altro pianeta dopo un lungo viaggio mentale/intergalattico, e chiusi la bocca, che per quel frangente di tempo, quello impiegato da lei per scendere le scale, era rimasta aperta.
“Accidenti Alyson, sei bellissima! Vero, Oscar?” esclamò Monalize.
Si ci metteva pure lei adesso, come se non bastasse la mia mente a torturarmi.
I suoi occhi innaturalmente verdi incontrarono i miei, stringendoli in una morsa fatale da cui non potevo liberarmi.
“Già, sta molto bene” mi affrettai a dire, secco.
Lei accenno un sorriso di ringraziamento, un po’ offesa dalla mia risposta troppo distaccata, così, quando Monalize si fu allontanata un po’, mi affrettai a ribadire che stava bene veramente ed il leone dentro al mio petto ruggì trionfante quando notò un dolce rossore impadronirsi delle sue guancia.
Axl, il suo odioso ex, ci aspettava fuori, pronto a darci un passaggio con la sua jeep rossa.
Quel ragazzo mi stava particolarmente sul cazzo, non per qualche motivo in particolare, ma era una cosa a pelle, ma davanti ad una canzone dei Guns anch’io mi sono addolcito.
“Ascolti buona musica” commentai, alleggerendo l’aria di qualche paio di tonnellate.
Ero tranquillo, canticchiavo a mente Paradise city e tamburellavo il dito sul sedile, quando Alyson, alzandosi per staccare la pelle dal sedile, risedendosi, appoggiò la sua coscia sulla sua mano; una scarica d’adrenalina a 2000 volt mi attraversò il corpo.
Il perché quella ragazza, che fino a pochi mesi prima vedevo come la sorellina minore che non avevo mai avuto, ora mi provocasse questo genere di sensazioni mi era ancora poco chiaro, ma tanto l’indomani scappato da lei, lasciandomi alle spalle qualsiasi dubbio.
Axl parcheggiò la jeep, invitandoci a fare una passeggiata fino al locale, solo che, dopo che io ed Alyson avemmo fatto qualche passo, lui e Monalize non si vedevano ancora.
L’idea che quel tizio tutto muscoli e tatuaggi ci provasse con mia sorella da un lato mi preoccupava, ma dall’altro mi rassicurava, almeno sarebbe stato alla larga da Alyson mentre io eri via.
Ecco, ancora a preoccuparmi che Alyson non avesse un altro.
“Sei pronto a partire?” domandò lei, bloccando la mia fila di pensieri.
“Non proprio, ma va bene così” risposi io, rimanendo freddo.
In lontananza, una scena ambigua attirò la mia attenzione, due belle ragazze, una dai capelli nerissimi e l’altra bionda, si stavano baciando con molta passione davanti al locale dove io e gli altri dovevamo andare.
Più mi avvicinavo più un nodo allo stomaco mi bloccava il respiro, togliendomi dalla testa qualsiasi pensiero riguardasse Alyson o altre ragazze, riempiendomi di una paura micidiale: la paura che quella ragazza fosse Cristina, la mia Cristina, la ragazza che amavo, la dolcissima ragazza che amavo.
Così, come una pugnalata al cuore può ferire, per la prima volta in vita mia una ragazza mi aveva strappato il cuore dal petto, un cuore che adesso urlava a squarciagola: “Troia!”.






P a r t e 33 <3
Quella sera Oscar prese la botta più grande della sua vita, una di quelle cose che ti segnano e ti cambiano.
Kirsten cercò invano di spiegargli, ma fu tutto inutile, perché lui la lasciò li davanti con uno sguardo carico di odio ed un “mi fai schifo” stampato sulle labbra.
Così ora stava lì tutto il giorno, sdraiato su quel letto a fissare il soffitto e sfogare la sua rabbia su una palla di pezza.
Parlava poco, mangiava da solo, per non guardare neanche noi in faccia, e dormiva tutto il giorno. Stava diventando un vegetale.
“Non possiamo lasciarlo stare così, Monalize.” le dissi preoccupata mentre lei si preparava per uscire con Axl.
Si, chissà per quale gioco del fato quei due si erano realmente piaciuti, e da quella fatidica sera avevano iniziato a frequentarsi, quasi come una coppia.
“Gli passerà Alyson, tu cerca solo di non stargli addosso” rispose fredda, mentre si metteva il mascara.
“Stargli addosso? Non gli parlo da giorni ormai, sta sempre chiuso là dentro a pensare e fare chissà cosa.”
“Che immaginavi, Alyson, che dopo aver visto la sua ragazza baciare un’altra donna sarebbe tornato a casa saltellando? È passata solo una settimana, dagli tempo.”
Tempo, nella mia vita si parlava sempre e solo di tempo, ma per una volta volevo prenderlo io in pugno questo tempo.
Così, dopo che Monalize fu uscita con Axl, avanzai titubante verso la sua porta.
Due colpetti.
Silenzio.
Ancora due colpetti e ancora silenzio.
“Oscar?” domandai, preoccupata, ma niente, ancora nessuna risposta.
Così, prendendo coraggio, entrai.
Era lì, sdraiato sul letto come un cucciolo di cane bastonato, addormentato con ancora quella palla di pezza in mano, con solo i boxer addosso.
Sorrisi, intenerita dalla scena che si presentava davanti ai miei occhi.
Chiusi la finestra, dalla quale entrava potente un freddo spiffero d’aria, e lo coprii con una copertina.
Stavo per andarmene quando sentii la sua mano stringere il mio polso e bloccarmi, e lui dire: “Resta.”
Mi voltai di botto, trovando i suoi tristi occhi color cielo (e non un cielo limpido, azzurro, ma grigio e annebbiato, come quello di una piovosa giornata invernale) fissi su di me.
Mi sedetti sul letto, quasi in punta, prima che lui mi facesse un po’ di spazio, quasi ad invitarmi a sdraiarmi.
Così, mi stesi di fronte a lui, accoccolandomi sotto alle coperte, e continuando a guardarlo negli occhi.
Restammo così per un po’, senza dire nulla con la bocca, ma dicendo tutto con lo sguardo.
“Grazie” sussurrò infine lui, con aria triste.
“Perché mi ringrazi ora?”
“Tu ci sei sempre.”
“Anche tu ci sei sempre per me, Oscar. C’eri quando è morta mia madre, c’eri quando sono scappata di casa, c’eri anche quando ho scoperto di Phil”
“Io e te ne abbiamo vista qualcuna, eh?”
“Giusto qualcuna” scherzai, sorridendo.
Prese le mie mani, stringendole alle sue, per poi portarsele alle labbra e baciarmele.
Non riuscii a trattenermi, così, dopo che le ebbe abbassate, tentai di avvicinare la mia bocca alla sua, ma il suo dito mi fermò.
“Alyson, io sono ancora innamorato di Cristina, non mi passa così facilmente”
Ecco, cosa credevo di fare? Cosa mi era passato per la testa? Pensavo che bastasse fargli scoprire con che razza di persona stava per farlo cadere ai miei piedi?
Mi sentivo proprio un idiota, ma lui, come sempre, riuscì a scacciar via ogni mio pensiero con un solo bacio in guancia.
E sarà stato il tepore delle coperte, sarà stato quel nostro non-abbraccio, saranno stati i nostri cuori gocciolanti, fatto sta che ci addormentammo così, senza neanche accorgercene.






P a r t e 34 <3
Oscar cominciò a riprendersi lentamente, forse aiutato dal fatto che quell’arpia di Kirsten non si fece assolutamente viva, e a tornare a passare le sue giornate in maniera serena.
La nostra amicizia tornò ad essere intensa come una volta, forse anche con un po’ di pepe in più, ed i nostri pomeriggi trascorrevano fra una risata e l’altra.
Fu così, con una gioia frizzante nell’aria, che i primi mesi passarono e che luglio bussò alle porte, seguito da un caldo torrido ed una frizzante novità.
“Axl mi ha chiesto di metterci assieme, capite? Di diventare una coppia come si deve” esclamò Monalize, euforica.
Oscar storse il muso, non entusiasta quanto lei della notizia.
“Oh non fare quella faccia Oscar, non riuscirai a rovinarmi la giornata con le tue obiezioni idiote! E poi scusami, ma non capisco proprio perché continui a provare tutto questo rancore per lui, sarà mica per Alyson?” lo stuzzicò lei, scazzata.
Il mio viso avvampò,  prendendo tutte le sfumature dell’imbarazzo, e la stanza si caricò di tensione.
“E’ un capitolo chiuso quello, mi importa solo della tua felicità, Monalize, e lo sai” rispose freddo.
“Axl è la mia felicità, e se mi vuoi davvero bene l’accetterai” tagliò corto lei.
Oscar stava per replicare, ma la mia mano, che si trovava vicino alla sua, l’afferrò per zittirlo, e gliela strinse forte.
“Monalize sono felicissima per voi” dissi io, per rimediare alle parole di Oscar “So com’è Axl ed oltre alle apparenze è un bravissimo ragazzo”
“Grazie Alyson, almeno tu mi sostieni. Ma non è tutto quello che avevo da dirvi.”
“Che aspetti? Spara su!”
“Andiamo a vivere in Francia, torno a casa mia”
Oscar restò impietrito, senza riuscire a spiccicare una sola parola.
“Te ne vai con Axl?”risposi io, sorpresa.
“Axl non è mai stato in Francia, ed io ho una casetta in costa azzurra, cosa c’è di meglio?”
“Non ti sembra presto per andare a vivere assieme?” domandò lui.
“Cosa stabilisce se una cosa è prematura o no? Voglio stare più tempo possibile con lui, ora. Ma non ho ancora finito uffa, fatemi parlare! Vorrei che anche voi due venisse da me per qualche settimana, la casa è grande ed Alyson non ha mai visto il mare!”
“Ma è bellissimo Monalize, non so come ringraziarti!” esclamai, correndo ad abbracciarla.
“E tu Oscar, verrai con noi? Partiamo fra una settimana.” disse lei, andando a sedersi vicino al fratello.
“Ma si sciocchina, come potrei non farti contenta?” rispose, scompigliandole i capelli.
Sorridevo anch’io, ero euforica e grazie a loro e a quei piccoli attimi di gioia stavo imparando a gustare quella tanto desiderata felicità.






P a r t e 35 <3
E quella settimana passo così, piena di eccitazione, piena di voglia di partire per la miglior vacanza estiva della mia vita.
Oscar sembrava non pensare più molto a Kirsten, ma spesso lo vedevo assorto nei suoi pensieri, con quello sguardo mozzafiato perso nel vuoto.
“Oscar, Oscar! Svegliati e dammi una mano con questa valigia, pesa!” esclamai la mattina della partenza, agitandogli una mano davanti agli oggi.
Lui l’afferrò agilmente, come avesse il peso di una bambola di stoffa, e la caricò con facilità nel cofano dell’auto.
“Grazie. Non ti vedo felicissimo di partire, eh?”
“Sto pensando che è come se stessi lasciando qua un pezzo di me, come se su quell’aereo ci stia per salire solo la parte di me che voleva Cristina solo per una notte, come una di tutte quelle altre ragazze con cui sono stato.”
“Quindi? Non è meglio così? Non è meglio abbandonare per sempre l’altra parte?”
“Alyson, non puoi capire.”
“Prova a spiegarmelo almeno!” insistetti scazzata, bloccandolo prima che potesse salire in auto.
“Come ti sentiresti se il tuo cuore fosse diviso in due parti, ognuna delle quali in continua lotta con l’altra? Io sto così, diviso in due.
Una parte di me la vorrebbe qua, attaccata a me, come un tempo. L’altra cerca ancora di convincersi che è meglio dimenticarla.”
“Non l’hai ancora fatto? Sono passati due mesi ormai.” azzardai.
“Sali in macchina, ti spiego come mi sento.” tagliò corto, sorridendomi.
“Finalmente!” esclamai io.
Così, dopo essere saliti in macchina ed aver iniziato il viaggio verso l’aeroporto, continuò:
“Io non mi sono mai innamorato seriamente di una ragazza, Alyson, neanche di Cristina forse. Sono il tipo di ragazzo che definiresti stronzo, che pensa solo a se stesso e non vuole una relazione seria. Ma purtroppo anche per me il fato ha riservato un brutto scherzo. Non so cosa mi abbia fatto lei, forse era particolarmente brava a letto, forse era il suo modo di trattarmi diversamente da tutte le altre, trattarmi male, peggio di come avevo fatto io con chiunque altra fino ad allora. E poi, se ti dico una cosa prometti di non ridere?”
“Non te lo assicuro”
“Va bene, rischio. Esiste una regola, tanto assurda quanto vera, detta Delle tre volte. Se vai con la stessa ragazza a letto per più di tre notti, automaticamente iniziate a fare coppia fissa”
Per tutta risposta, io scoppiai a ridere.
“Avevi promesso di non farlo!” puntualizzò lui.
“Non è vero, ho detto che non ti assicuravo nulla”  replicai io.
“Che tu mi prenda per pazzo o no, l’unica ragazza con cui ho superato la terza notte, Cristina, è diventata la mia ragazza”
“Se ne sei così convinto..” conclusi io, scendendo dall’auto.
Era la prima volta che vedevo un aereo da così vicino, a maggior ragione, che ne prendevo uno, e a quanto pare ero l’unica di noi quattro.
Mi sentivo come una cavernicola, una zulù segregata nella sua capanna per troppo tempo, senza il minimo contatto col mondo esterno.
Poi, a questo senso di vergogna, s’aggiunse un’improvvisa paura.
“Hai paura?” mi domandò Oscar, vedendomi osservare con occhi spalancati quell’enorme uccello di ferro.
“Parecchia.”
“Devi stare tranquilla, ci sono io vicino a te” mi rassicurò, sorridendomi.
Infatti fu così, si sedette proprio nel posto accanto al mio e, tenendo la mia testa ben protetta nell’insenatura della sua spalla, mi coccolò per tutto il viaggio.

Dopo poco tempo, quello necessario ad appisolarmi un tantino a causa del tepore del suo corpo, l’aereo atterrò, facendomi sobbalzare sul sedile.
“Siamo arrivati” mi sussurrò Oscar all’orecchio.
Sorrisi, solo questo. Ero così elettrizzata da non riuscire a dire o fare altro.
Usciti dall’aeroporto, un mondo a me tutto nuovo mi travolse.
Il sole cocente sulla pelle scoperta, quella leggera sensazione di umido nell’aria causato dal mare poco distante, e i suoi occhi che sotto quel cielo diventavano ancora più blu, mi inebriavano.
“Alyson scendiamo a mare, subito!” disse Oscar, più entusiasta di me.
“Si dai, mi è mancata l’aria di qua!” concordò Monalize.
“Ma non abbiamo il costume!” obiettai io.
“Ne uno per tutti in borsa, li ho comprati all’aeroporto, andiamo!”
Fu così che mi ritrovai davanti lo spettacolo più bello della mia vita (dopo Oscar), un mare azzurrissimo ed una candida spiaggia finissima.
Non avevo mai pensato al paradiso come un luogo reale, ma se proprio doveva avere una forma, sicuramente il paradiso era quello.







P a r t e 36 <3
I primi giorni passarono in fretta, senza che potessi non notare un Oscar distaccato e pensieroso; cosa gli balenasse per la testa era un mistero, ma stavo cercando di autoconvincermi che non era l’unico ragazzo al mondo, e che proprio quella costa ne era piena.
Per il resto, mi abituai velocemente al sole sulla pelle, all’odore d’acqua salata nell’aria e a tutta quella gente con la puzza sotto al naso che guardava me ed Axl come fossimo due poco di buono.
“Cazzo! Sono solo tatuaggi!” esplose lui, sbraitando contro i passanti.
Eravamo tutti un po’ nervosi dopo neanche una settimana, forse per via delle pochissime ore di sonno di quei giorni, passati in spiaggia e in giro per locali, ma io ero in particolar modo esausta.
Così, anche quel pomeriggio mi appisolai sotto all’ombrellone, cullata dalla monotona risacca del mare.
“Alyson sei stanchissima, perché invece di dormire qua, rischiando di bruciarti sotto al sole, non vai a casa?” mi suggerì Monalize, scuotendomi la spalla con la sua mano delicata.
Prima che potessi risponderle o pensare ad altro, il mio sguardo cercò subito lui, disteso a pancia in giù sotto al sole, con  le cuffiette nelle orecchie e gli occhi chiusi.
Era bellissimo, si; ma ormai mi stavo abituando all’idea che fra me e lui non sarebbe mai esistito nulla oltre ad una amicizia senza fine.
Così, scuotendo la testa e strofinandomi gli occhi ancora assonnati, ritornai a guardare Monalize.
“Mi sa che hai ragione, vado.”  le risposi, prendendo le mie cose e incamminandomi verso casa.
L’appartamento di Monalize si trovava a pochi minuti a piedi dalla spiaggia e faceva parte di un piccolo complesso di case da villeggiatura; completo di ben due camere singole ed una matrimoniale, dalla mia stanza si poteva godere di una bellissima vista mare, bastava solo affacciarsi dal piccolo balconcino di cui era dotata.
Quella di Oscar, come quella matrimoniale in cui dormivano Monalize e Axl e le altre stanze da giorno, stava al piano di sotto, quindi l’intero piano di sopra stava quasi sempre vuoto, tranne che per me, che come sempre mi ritrovavo isolata dal mondo, sia mentalmente che materialmente.
Così, dopo aver posato il mio borsone sul letto, iniziai a togliermi il bikini, per mettermi in pigiama.
Ma dopo aver slacciato la parte di sopra, sentii dei passi avvicinarsi e qualcuno entrare in camera.
Mi voltai di botto, tenendo un braccio attorno al mio seno prosperoso per coprirlo, e mi ritrovai davanti Oscar ancora in costume.
“Oscar esci, sono nuda, devo ancora mettermi il reggiseno!” esclamai, girandomi col busto e dandogli le spalle.
“Che c’è ti vergogni di me ora? Non è la prima volta che ti vedo così” attaccò lui, appoggiandosi al muro e chiudendo la porta alle sue spalle.
“Non è un motivo valido. Esci dai!”
“Uffa, come sei schizzinosa. Dai mettiti il reggiseno almeno, tanto non c’è differenza fra intimo e bikini, no?”
“E va bene, ma girati e non guardarmi!” gli ordinai, continuando a dargli le spalle.
“Va bene, non guardo.”
Mentiva, sentivo i suoi occhi addosso mentre sfilavo ciò che restava del mio due pezzi e lo appoggiavo sul letto.
Ma proprio mentre la mia mano cercava di prendere il reggiseno che stava sul letto, incontrò la sua che lo rubava per prima.
Mi voltai, sempre con un braccio attorno al seno, e iniziai ad inseguirlo.
“Oscar dammelo, non fare il bambino!”
“Lo vuoi?” Prendilo allora!” giocava come un bimbo, mentre faceva dondolare su due dita il mio reggiseno.
Saltai per afferrarlo e strapparglielo di mano, ma fu allora che accadde ciò che non avrei mai immaginato.
Oscar mi afferrò il braccio che teneva ancora coperto il mio seno, lo spostò con forza costringendomi a lasciarlo scoperto e mi tirò a se, abbracciandomi e tenendomi stretta.
Pelle su pelle, petto nudo su petto nudo, ed un sospiro liberatorio che uscì dalle bocche di entrambi.






P a r t e 37 <3
Il mio seno nudo che premeva contro al suo petto caldo faceva battere il mio cuore a mille all’ora.
Mi stavo perdendo in quel momento come un naufrago in balia della tempesta, mi sarebbe bastato solo questo, l’importante era che durasse per sempre.
Il mio mondo in quel momento era formato solo da me e lui, nient’altro poteva entrare in contatto con quell’istante perfetto.
Ma proprio mentre stavo aggrappata alla sua anima, lui si staccò, ma solo per avvicinare le sue labbra alle mie e baciarmi come mai ero stata baciata.
Finalmente lo sentivo libero da qualsiasi pensiero, libero da qualsiasi vincolo, libero di fare ciò che voleva.
Le sue labbra premevano con forza sulle mie, le succhiavano e le rilasciavano; lentamente, mi sollevò di poco e mi adagiò sul letto, mentre la sua lingua esplorava ancora la mia bocca.
Si mise addosso a me, affondando la testa nel mio seno e continuando a baciarmi tutto il petto, mentre con una mano mi teneva ben salda per i capelli.
Risalì lungo il mio collo, continuando ad annusare ed assaporare ogni singola particella del mio corpo, fino ad arrivare al mio orecchio.
“Non sai da quanto tempo ho aspettato questo” mi sussurrò, mentre la sua mano mi accarezzava le cosce.
Quasi ad acconsentire, afferrai il suo volto e ripresi a baciargli le labbra con passione, mentre lui slacciava facilmente ciò che restava del mio bikini.
Nuda, ancora una volta mi ritrovavo così davanti a lui, ma questa volta per sua scelta e per sua mano.
Mentre la mia mente titubante decideva se spogliare anche lui o aspettare, lui riprese a baciarmi il petto, per poi riscendere lentamente fino ad arrivare al mio sesso.
Era una sensazione del tutto nuova per me, mai provata e indescrivibile.
Come se un uragano di ormoni prendesse strada nel mio corpo, provocandomi un piacere dieci volte più intenso di quanto potessi immaginare.
Sazio, ma non ancora del tutto, di me, risalì ancora una volta il mio corpo per rincontrare la mia bocca.
Mi odiai in quel momento, odiai me ed il mio essere totalmente inesperta, tanto da non sapere che fare e risultare estremamente impacciata.
Per fortuna, togliendomi metà dell’imbarazzo, si tolse il costume da solo, lasciando nudo il suo sesso.
Mi afferrò per i fianchi, aprendo con delicatezza le mie gambe per prepararmi a qualcosa che tutto sarebbe stato tranne che delicato, e avvicinandomi ancora di più a se si preparò ad entrare in me.
“Oscar?” lo richiamai, prima che potesse fare altro.
“Che c’è, Alyson?”
Raccolsi tutto il coraggio che c’era in me e, mettendo da parte quel’enorme montagna di vergogna, gli dissi: “Fai piano per favore, è la prima volta per me”
Mi guardò per qualche secondo, quasi stupito e con lo sguardo pieno di punti interrogativi, ma sorridendomi teneramente,mi baciò ancora una volta le labbra, mentre finalmente si impossessava del dono più grande che avessi potuto dargli: la mia innocente verginità.






P a r t e 38 <3
Un forte bruciore, un dolore insopportabile che pian piano si trasforma in un piacere intenso, così intenso che ti sale in corpo, ti percorre la schiena, ti fa inarcare e ti esce dalla gola, attraverso un urlo di godimento.
Era la sensazione più bella che avessi provato, qualcosa di indescrivibile e di ineguagliabile, una di quelle esperienze che pensi di ricordare a vita.
“Come va?” mi domandò lui, continuando a dare dei colpi più lenti e delicati.
“Continua ti prego.” lo implorai io, non riuscendo a dire altro.
“Calmati sciocchina, non voglio farti molto male” disse, mantenendo quel ritmo.
“Il dolore ormai è minimo, sta tranquillo”
Sorrise, quasi avesse sentito ciò che voleva; così, senza staccarmi da sé, mi fece quasi sedere su di lui ed incrociare le gambe attorno al suo bacino.
Mi afferrò per i fianchi, guidando il mio corpo a compiere dei movimenti regolari su di lui.
Fu così, con i nostri corpi intrecciati, con colpi regolari che andavano accelerando e con le nostre mani che si aggrappavano al corpo l’uno dell’altro, che quasi assieme raggiungevamo l’apice del piacere.
Restammo così per un po’, intrecciati l’un l’altro in quel letto ad una piazza e mezzo che sapeva ancora di sesso, sapeva ancora d’amore.
“Devi spiegarmi un po’ di cose tu, signorina.” mi disse ancora col fiatone, mentre si stendeva di fianco dietro me e mi iniziava ad accarezzare ed arricciare i capelli.
“E cioè?” domandai a mia volta col fiatone, accucciolandomi su un fianco, attaccata al suo corpo.
“Cioè che non immaginavo questa fosse la tua prima volta, per esempio” rispose lui.
“No capisco che ci sia di strano, scusa.”
“C’è di strano che fino a poco tempo fa stavi con Axl tu, e mi sembra assurdo pensare che voi due passaste le vostre giornate a guardarvi negli occhi” costatò, con un tono di voce rilassatissimo.
“E’ difficile da spiegare, Oscar. Diciamo che quando io e lui siamo arrivati al punto di fare l’amore, non ce l’ho fatta. Ho iniziato a tremare perché non mi sentivo pronta” dissi, con un velo di imbarazzo.
Mi abbracciò forte, stringendomi ancora di più a sé e mi baciò teneramente la testa.
“Ma quella sera a casa mia, quando avete fatto così tanto baccano che io e Kirsten non siamo riusciti neanche a dormire?” domandò ancora lui.
“Non ridere se te lo dico. Era tutta una finta quella, io ed Axl stavamo solo giocando quella sera” ammisi con vergogna.
“Ma per quale assurda ragione, Alyson?” mi chiese, continuando ad accarezzare il mio corpo nudo con la nocca dell’indice.
“Che ne so di che mi passa per la testa, Oscar. Pensavo di farti ingelosire, di smuovere qualcosa dentro quel tuo cuore di pietra”
“Ti confesso che la cosa mi stava un po’ sul cazzo, non so perché. E comunque il mio cuore non è di pietra, Alyson. È solo che non mi fa di affezionarmi di nuovo a qualcuno.”
“Quindi la mia prima volta per te è stata solo sesso!” esclamai, mettendomi a sedere di botto e guardandolo con aria di sfida.
“Non ho detto questo.”
“Allora?” insistei.
“Allora la fai troppo difficile. Ti voglio bene Alyson, e questo lo sai, quindi non può essere stato solo sesso. Ma non voglio che tu la prendi troppo seriamente, non voglio impegnarmi.”
“Ciò implica che anche io sono libera di andare con chi voglio, giusto?”
Non ebbe il tempo di rispondere che sentimmo la porta di casa aprirsi.
“Monalize e Axl sono già tornati!” esclamai “Vestiti e corri nella tua stanza!”
Acciuffò il suo costume, mi rubò un ultimo bacio e scappò via, lasciandomi un sapore amaro in bocca e la consapevolezza che per lui non sarei mai diventata realmente importante.






P a r t e 39 <3
Passarono un paio di giorni senza che io ed Oscar parlassimo ancora di quanto successo, quasi fosse un tabù.
Ogni qual volta i nostri guardi si incrociavano l’aria si caricava di tensione ed imbarazzo, così cercai di evitarlo il più possibile, ancora incazzata con lui.
Era vero, quella spiaggia era piena di ragazzi, non potevo mica morire dietro ad uno stronzo del genere.
Fu così che, mentre prendevo il sole seduta sul bagnasciuga, due ragazzi inglesi si avvicinarono a me, non consapevoli che io parlassi la loro stessa lingua.
“Guarda sta rossa qua, John!” esclamò un tipo alquanto carino dai capelli scuri.
“Mmmh, bona la ragazza” annuì l’altro, facendomi ridere a denti stretti.
“E no, questa lasciala a me stavolta” puntualizzò il primo. “Scusi signorina?” improvvisò in francese.
“Oui?” risposi, continuando quella pagliacciata.
“Non ho potuto fare a meno di notare che è sola, posso farle compagnia?”
“Ma certamente, solo ammetto che non ho idea di come proseguire questa conversazione in francese” risposi, rivelandogli così la mia nazionalità.
“Sei inglese anche tu? Da dove vieni?”
“Da Londra, e tu?”
“Da una zona periferica di Manchester. Ah perdonami, non mi sono neanche presentato! Piacere, io sono Andrew” disse, porgendomi la mano.
“Alyson” risposi, stringendogliela.
“E che ci fai qui in costa azzurra tutta sola?”
“Non sono sola, i miei amici sono andati a fare un bagno più in là ed io ho deciso di aspettarli qua.”
“E c’è anche il tuo ragazzo con te?” azzardò lui.
“Cosa ti fa pensare che io ne abbia uno?” risposi con aria ammiccante.
Senza che potesse rispondere altro, una pallonata gli colpì la schiena.
“Scusa Andrew!” urlò il suo amico, avvicinandosi. “Piacere, io sono John” mi disse, rubando la scena al compare.
Mentre stringevo la mano anche al secondo ragazzo, non molto lontano scorsi in mare gli occhi ancora più blu di Oscar fissi su di me e su quella scena.
I due ragazzi continuarono a provarci spudoratamente con me, senza che io glielo impedissi, forse più per far ingelosire Oscar che per altro, fino a quando se ne andarono con la promessa di rivederci ancora quel pomeriggio.
“Ciao!” gli urlai, agitando la mano.
Mi distesi totalmente, chiudendo gli occhi e mettendomi a fantasticare.
Si, la mia autostima stava via via crescendo, dal momento in cui scene come questa ormai avvenivano spesso.
Mi sentivo in pace con me stessa quando un ragazzo ci provava con me, mi dava un gran carico d’adrenalina.
Fu così, mentre pensavo ai fatti miei, che sentii due labbra dal sapore salato poggiarsi sulle mie e rubarle avidamente un bacio.
Inizialmente pensai fosse uno dei due ragazzi di prima, ma poi la realtà mi si presentò davanti, più dolce ma altrettanto indigesta: era Oscar.
Prima che potessi dirgli nulla, scappò verso l’acqua, quasi invitandomi a seguirlo, e si tuffò in mare.
Iniziai a nuotargli dietro, cercando di acciuffarlo prima che prendesse troppo vantaggio, ma proprio dietro ad uno scoglio un po’ isolato mi bloccò lui, tirandomi a sé.
“Non avresti dovuto baciarmi” dissi, facendo l’indifferente.
“E per quale assurda ragione?”
“Beh, così mi fai palesemente capire che non puoi fare a meno delle mie labbra” risposi, avvicinandomi ancora un po’ alle sue per provocarlo.
“Mica l’ho fatto per quello io, ragazzina”
“E allora perché, grand’uomo?”
“Per farti capire che in qualunque caso i miei baci sono meglio di quelli di un finto playboy come quello con cui hai flirtato prima”
“Modesto, eh? Beh un “finto playboy” come l’hai chiamato tu, potrebbe avere altre qualità, non so se mi spiego” dissi, con sguardo provocatore.
“Dici?” domandò con aria beffarda.
Annuii, guardandolo dritto negli occhi, quasi avendogli letto il pensiero.
Mi afferrò il viso e lo avvicinò al suo, così da potermi baciare con molta più passione di prima.
Sembrava già chiaro nelle nostre menti cosa fosse successo di lì a poco.






P a r t e 40 <3
Le sue mani navigavano sott’acqua alla ricerca del mio corpo immerso, afferrandomi con decisione per i fianchi e facendomi girare di spalle.
Iniziò a baciarmi lungo tutto il collo fino a quel po’ di spalle che restavano al di fuori dell’acqua, mentre con una mano mi spostava abilmente da un lato il bikini.
Aspettai un attimo, il tempo che anche lui si abbassasse il costume, ma proprio mentre restavo un po’ china con le braccia appoggiate alla parete rocciosa dello scoglio, sentii il suo membro avvicinarsi al mio sesso e penetrarmi con forza.
Iniziò a muoversi con oscillazioni di bacino regolari, mentre con una mano teneva ben saldo un mio seno.
Mi ritrovavo così a farlo con lui, nonostante avesse spezzato ancora una volta il mio cuore in mille pezzi inattaccabili.
Mi sentivo un po’ un’idiota, il giocattolo di turno pronto ad essere gettato nella spazzatura dopo la prossima scopata.
Le sue parole riguardo alla regola delle tre volte mi rimbombavano in testa, mentre lui continuava ad usarmi per la seconda volta.
Ce ne sarebbe stata una terza forse, ma non sarebbe andato oltre.
Ed ora quello sarebbe diventato il mio scopo: rubargli una quarta volta.
“Oscar potrebbero scoprirci, non è poi così isolato questo scoglio” costatai.
Si avvicinò al mio orecchio, poi sussurrò: “Beh non ti eccita ancora di più questo?”
“Che maiale che sei” esclamai, rubandogli un bacio sulle labbra.
“Ah si?” disse quasi a fare l’offeso. “Ti faccio veder io chi è il maiale!”
Fu così che mi afferrò per i fianchi e, facendomi girare così che mi ritrovassi faccia a faccia con lui, mi fece intrecciare le gambe attorno al suo bacino, facendomi tornare ad una posizione già provata e che si stava rivelando essere la mia preferita.
Fu così che, aggrappati l’uno al corpo dell’altra consumammo la nostra seconda volta, per me d’amore, per lui di sesso.
“Posso dirti una cosa?” mi domandò mentre mi teneva ancora in braccio, dopo essersi ricomposto.
“Che c’è?”
“Nonostante la tua inesperienza, ci sai fare. Mi piace farlo con te, sai?”
Sentii il mio viso avvamparsi sotto al leggero strato di acqua e sale che copriva il mio volto.
“Perché se non ti fosse piaciuto te ne saresti trovato un’altra più brava, no?” attaccai, un po’ scazzata.
“Che c’entra, non funziona mica così”
“Non funziona neanche come credi tu Oscar, ma mi va bene così. Tu puoi divertirti con tutte quelle che vuoi, così come posso farlo io.”
“Ancora con questa storia?” domandò, mentre mi stringeva un po’ più a se “Sinceramente, l’idea che un altro uomo possa mettere la mani sul tuo corpo mi scazza non poco” sussurrò dolcemente, mentre con una mano tastava il mio corpo sommerso nell’acqua.
Un brivido mi percosse la schiena, assieme ad una gioia smisurata e inspiegabile che avvampava nel mio animo; forse c’era una minima possibilità anche per me nel suo cuore.
“E…” ripresi, dopo aver ricollegato il cervello “per quale motivo?”
Lo vidi pensarci un attimo, quasi incerto su cosa dire, mentre con i suoi occhioni azzurri fissava un punto imprecisato del cielo; poi tornò a guardare me, quasi ad aver trovato le parole.
“E’ giusto che io sia sincero con te, Alyson. Sei la mia miglior amica e mi conosci meglio di chiunque altra persona al mondo, non posso tenerti qualcosa nascosto.”
Prese fiato, quasi a voler mandar giù quel nodo che gli si era formato in gola.
“Alyson, mi scazza l’idea che un altro uomo possa metterti le mani addosso perché ormai ti vedo tutta mia, ecco. Prendimi per maschilista, prendimi per come vuoi ma io ti voglio solo per me”
Misi a tacere quel martello pneumatico che era diventato il mio cuore, e raccogliendo tutto il mio coraggio risposi:”Però non è giusto, non puoi pretendere che io sia solo tua senza che io possa chiedere la stessa cosa in cambio”
“Ed hai ragione anche qua” mi disse dolcemente, mentre mi accarezzava il volto “Quindi potremmo giungere ad un accordo temporaneo, non credi?”
Quel temporaneo mi stava d’impaccio come non mai, ma ero decisa a fargli cambiare idea il prima possibile, quindi non commentai, ma risposi semplicemente baciandolo con dolcezza sulle labbra.
Lui mise un braccio dietro alla mia schiena, così da potermi stringere più forte a sé mentre ricambiava quel bacio pieno di tutte le incertezze e le preoccupazioni che riempivano il mio cuore, ma segretamente anche il suo.







P a r t e 41 <3
Le condizioni di Oscar e del nostro patto erano chiare: fra noi due non dovevano esserci sentimenti che andassero al di là della nostra da sempre fortissima amicizia; dovevamo essere solo compagni di letto, l’uno esclusivo all’altra fino a quando uno dei due non avesse detto basta.
Monalize ed Axl non avrebbero dovuto sapere nulla, dal momento in cui la nostra (non) relazione era un po’ clandestina.
Così i giorni passavano tranquilli, senza che però lui facesse nulla.
Conoscevo fin troppo bene Oscar per capire che stava facendo passare più tempo possibile per la nostra terza e probabilmente ultima volta, quindi cercai di trascorrere le mie giornate di vacanza in totale tranquillità, senza chiedermi il perché non cogliesse la minima occasione per saltarmi addosso.
Ma, alla soglia del nostro quartultimo giorno di permanenza, iniziai a scazzarmi.
Dovevo prendere la situazione in pugno, fare qualcosa per stuzzicarlo.
Così, mentre Monalize ed Axl erano fuori casa per fare delle spese, iniziai a studiare un piano d’attacco.
Oscar , a dire dal suono del suo stereo acceso, doveva essere in camera sua, al piano di sotto, a fare non so cosa.
Era arrivato il momento di uscir fuori tutta la femminilità che avevo in corpo, di mettere tutto in gioco per cercare di convincerlo che ero io il suo futuro, che se stava con me non avrebbe avuto più bisogno di nessun’altra.
Così, indecisa ancora sul da farsi, mi avvicinai allo specchio per vedere in che condizioni ero.
La lunga maglia scollata mi arrivava appena a metà coscia, lasciando scoperto tutto ciò che i miei collant blu scuri cercavano di coprire invano. Dalla nostra prima volta avevo iniziato a curare particolarmente i dettagli della biancheria intima che indossavo, e proprio quella mattina avevo indossato un completino compreso di reggicalze fra i migliori che avevo, anch’esso blu in pizzo.
Una scompigliata ai capelli, un velo di crema in volto, e dopo un gran respiro mi avventurai per le scale, dritta verso la sua camera.
“Oscar” chiamai, bussando alla porta, ma nessuno rispose.
La musica pensai dovesse essere troppo alta perché lui potesse sentirmi, così entrai comunque.
Era ancora in tuta, col petto nudo ed i capelli scompigliati, disteso completamente sul divano letto accostato alla parete a ridosso della porta.
Approfittai del fatto che mi desse le spalle per avvicinarmi indisturbata e rubargli un baciò senza che se lo aspettasse.
Sobbalzò al caldo contatto delle mie labbra con le sue, tirandosi su e mettendosi a sedere.
Col telecomando, abbassò il volume della musica, lasciando un leggero sottofondo.
“Scusami, non ti avevo sentita entrare” si affrettò a precisare.
“Lo so” risposi secca, mentre mi sedevo di accanto a lui e guardandolo dritto negli occhi avvicinavo sempre più il mio viso al suo.
“C’è qualcosa che non va?” provò a dire senza farsi distrarre dalle mie labbra troppo vicine alle sue.
“Nulla. Solo che mi è venuta una gran voglia di baciarti” sussurrai, prima di sfiorare di sfuggita la sua bocca, per provocarlo ancora di più.
“E allora che aspetti?” domandò, provando a sfiorare la mia a sua volta, ma senza successo, dal momento in cui mi allontanai un po’ prima.
“Te.” risposi secca, guardandolo dritto negli occhi.
Fu un fulmine, quasi non mi diede il tempo di capire cosa mi stesse succedendo, che mi trovai sdraiata con lui sopra che mi baciava passionalmente labbra e collo.
Il mio maglione era diventato troppo ingombrante, come il cuscino che poco prima avevo scaraventato sul pavimento, così in fretta e furia Oscar me ne privò, lasciandomi solo in biancheria intima e calze.
Mi baciò il seno avidamente, mentre con una mano lo sfilava con forza dal mio corpo.
Ma proprio mentre quella stessa mano si avventurava sul mio reggicalze, lo spinsi con forza, facendolo cadere giù dal letto, proprio dove prima avevo gettato il cuscino.
Mi guardò stupito, quasi incredulo, ma quando vide che le mie mani erano già pronte a far ciò che stava per fare lui, la sua espressione passò a meravigliata, quasi ad estasiata dallo spettacolo che si trovava davanti.
Sganciai le calze dal reggicalze, iniziando a srotolarle lentamente, ma con fare deciso, mentre lui osservava imbambolato ogni movimento del mio corpo.
Con tutta la sensualità che avevo dentro, cercai di improvvisare una specie di spogliarello per lui, aiutata della melodia incalzante di sottofondo di She will be loved dei Marron5, che stava ormai per finire.
Era rimasto a malapena il mio tanga sottile a coprirmi quando, voltandomi di spalle per poi girare solo la testa, dissi:
“Vuoi finirmi tu?”
Lo vidi ridere sotto ai baffi, quasi a dire “e me lo chiedi?”, prima di alzarsi di botto e lanciarsi letteralmente su di me, facendomi cadere sul letto a pancia sotto.
Lui, sopra di me, si affrettò a togliersi la tuta da solo, per poi prendere a baciare ogni centimetro quadrato della pelle nuda della mia schiena.
Arrivato al bordo delle mie mutande iniziò a sfilarle con i denti, fallendo goffamente ed aiutandosi con le mani.
“Voglio sentirti tutta stavolta, l’abbiamo fatto troppo di fretta le altre volte, ora no. Voglio gustare ogni singola parte del tuo corpo, Alyson.”
La sua bocca rincontrò la mia, mentre le mie mani, ormai non più titubanti sul da farsi come la prima volta, sfilavano ciò che restava a coprire il suo corpo.
Affondò la testa sul mio, annusando il profumo puro della mia pelle e baciando avidamente i miei seni, mentre io tastavo ogni muscolo ben definito della sua possente schiena.
Le sue labbra scesero fino al centro del mio piacere, dove si persero a baciare ancora anche ciò che di lì a poco avrebbe incontrato per la nostra terza volta il suo membro.






P a r t e 42 <3
Fare l’amore con lui non mi avrebbe mai stancato.
Si, l’amore, perché io lo amavo già da molto e questo lui lo sapeva bene, ma faceva comunque finta di non capire o forse lo negava proprio a sé stesso.
Ma dopo quella nostra terza volta, Oscar mi aveva congedata con un freddo e distaccato “Mi riposo un po’, svegliami per cena” ed un bacio sulle labbra.
Ero incazzatissima con lui che continuava a trattarmi come un oggetto, ma ancor più adirata con me che come una stupida continuavo a morirgli dietro.
Così iniziai ad arrendermi all’idea che la nostra terza volta sarebbe diventata anche l’ultima, come la sua “regola” diceva.
Passai gli ultimi giorni di vacanza per lo più fuori casa, di giorno a mare e di sera in giro per locali con gli altri, ma senza parlare a quattr’occhi con Oscar.
C’era il gelo fra di noi, una spessa lastra di ghiaccio che neanche con le caldissime temperature di quei giorni si sarebbe riuscita a sciogliere.
Così, con una gran tristezza nel cuore, arrivò anche il nostro ultimo giorno in costa azzurra.
Avrei tanto voluto passare a mare tutto il giorno, ma l’enorme quantità di vestiti da lavare, stirare e posare in valigia mi avrebbe tenuta impegnata tutto il tempo.
Infatti, quando finii il tutto esausta con sole due pause per i pasti, erano già le dieci di sera.
Scesi in cucina a controllare la situazione: Monalize e Axl erano fuori casa, dal momento in cui erano andati a festeggiare i quattro mesi trascorsi dal loro primo bacio; Oscar invece, sembrava essersi già addormentato in camera sua, con la porta chiusa.
Pensai di dover andare a letto anch’io, dal momento in cui l’indomani saremmo dovuti essere all’aeroporto per le nove massimo, quindi mi arrampicai per le scale fino a giungere in camera mia.
Convinta che non avrei incontrato nessuno fino alla mattina successiva, non curai il mio aspetto, infilandomi sotto al sottile lenzuolo con appena un paio di slip ed una canottina leggera.
Erano passati appena cinque minuti, quando Oscar bussò alla mia porta.
“Posso entrare?” domandò, aprendola un filino.
“Entra” risposi fredda, mettendomi a sedere ed accendendo l’abat-jour sul mio comodino.
“Non riesco a dormire” disse, sedendosi sul bordo del letto.
“Che c’è, vuoi cantata la ninna nanna?” risposi infastidita.
“Non puoi cercarmi solo quando il tuo uccello ne ha bisogno, accidenti!” pensai.
Si voltò a guardarmi, con gli occhi azzurro cielo così penetranti da farmi capire che era serio.
“Che è successo, Oscar?” domandai, uscendo fuori dalle lenzuola ed avvicinandomi a lui.
Era a petto nudo, la pelle calda e le possenti spalle all’insù, come a rispondermi che neanche lui lo sapeva.
Mi attaccai alla sua schiena, iniziando a massaggiarlo per farlo rilassare.
“Parla, dai..” cercai di convincerlo.
“Nulla Alyson, ti pensavo mentre ero a letto. Pensavo alla nostra vita una volta tornati a casa.” iniziò.
Eccolo, proprio come immaginavo. Era ovvio che appena saremmo tornati a casa, lui avrebbe ripreso a frequentare altre donne, ma prima di farlo doveva sciogliere la nostra promessa, e sembrava fosse arrivato il momento.
Smisi di muovere i polpastrelli delle mie dita lungo il suo collo, ed imbronciata mi misi a sedere accanto a lui.
“Se vuoi la tua libertà, prenditela. Il nostro patto non era permanente, lo so” dissi con voce fredda.
“Macchè, non volevo assolutamente dirti questo!” esclamò, prendendomi le mani. “Pensavo a noi due, Alyson; indipendentemente dal fatto che io e te continuiamo o meno ad andare a letto assieme. Sai che sei la persona a cui tengo di più al mondo e non vorrei per nessun motivo perderti, di nuovo.”
Restai in silenzio, senza commentare. Le sue parole erano troppo ambigue perché io potessi trarne una conclusione certa, quindi cercai di fare l’indifferente e guardai altrove.
Lui, notando questa mia reazione troppo distaccata, sospirò forte.
“E’ tardi, sarà meglio che vada in camera mia.” Disse, iniziando ad alzarsi dal letto.
“Aspetta!” esclamai, presa dal panico. “Resta a dormire con me stanotte, come facevamo un tempo”
Sorrise, quasi lusingato dalla mia proposta.
“E’ diverso ora, Alyson. Non siamo più semplici amici” rispose, risedendosi di fronte a me e accarezzandomi il viso.
Poggiai la mia mano sulla sua, premendola ancora di più sulla mia pelle per godere del piacere di una sua carezza.
“Sai che per me non siamo mai stati solo amici” risposi a mia volta in un sussurro, baciandogli con delicatezza il palmo della mano.
Lui mise l’altra mano sul mio collo, avvicinandomi a sé per rubarmi un bacio sulle labbra.
Pensavo fosse un altro dei suoi freddi baci della buonanotte e che di lì a poco le nostre labbra si sarebbero separate, ma col passare dei secondi il suo bacio non terminava, ma continuava ad accarezzarmi l’anima.
Senza sciogliere le nostre bocche, mi sollevo di peso facendomi aggrappare al suo collo con le braccia e al suo bacino con le gambe, per poi adagiarmi con estrema delicatezza sul letto e stendersi su di me.
I suoi modi di fare erano lenti e dolci stavolta, non famelici e determinati come le altre volte. Sembrava quasi che non volesse violare ancora la delicatezza del mio corpo, che controllasse i suoi gesti per proteggermi da sé stesso.
La dolcezza che animava il suo cuore, da troppo nascosta in qualche parte della sua anima, era finalmente uscita allo scoperto, abbattendo quello strato di pietra che l’aveva avvolto fino ad allora.
Mentre le sue labbra si staccavano dalle mie solo per baciarmi il collo o qualche altra parte del mio viso, le sue mani accarezzavano dolcemente i miei capelli, arricciandoli con l’indice.
I minuti passavano veloci mentre noi restavamo intatti nel nostro piccolo spazio nel mondo.
Da quando l’avevamo fatto per la prima volta, le sue mani non si erano mai trattenute tanto dal toccare altre parti del mio corpo; sembrava fosse già passata appena mezz’ora, quando una mano titubante si poggiò sotto la mia schiena nuda.
La sua pelle calda mi fece inarcare, e lui approfitto della mia posizione per sfilarmi delicatamente la canotta.
Nulla di forzato, nessun gesto disarmonico poteva venir fuori da tutta quella dolcezza.
Eravamo attaccati l’un l’altro, petto contro petto, cuore contro cuore, quando tentò di sfilare anche i miei slip.
Fu i che, raccogliendo tutta la forza che avevo in corpo, lo fermai.









P a r t e 43 <3
Mi guardò incuriosito, ma senza alcun muscolo contratto in volto, ancora rilassato e sereno.
“C’è qualcosa che non va, Alyson?” domandò, accarezzandomi una guancia.
“Devi stare più attento a contare. Questa sarebbe la nostra quarta volta” risposi, distogliendo lo sguardo impacciata.
“E allora?”
“E allora c’è che ti sei scordato la regola delle tre volte.”
Sorrise, divertito dalla mia affermazione, per poi costringermi delicatamente a guardarlo negli occhi.
“Sei l’unica ragazza con cui non mi preoccuperei mai di contare quante volte lo facciamo; io farei l’amore con te una quarta, una quinta, una decima ed una centesima volta. Non ho paura che la regola della terza volta si avveri, anzi.”
Il cuore sembrò volermi uscire dal petto, tanta era la velocità dei miei battiti in quel momento, e un uragano di emozioni attraversò il corpo.
“L’hai chiamato fare l’amore, Oscar” gli feci notare, continuando a guardarlo negli occhi.
“Si, Alyson, l’ho chiamato amore. Non è sesso per me, non posso continuare a negartelo e negarmelo. “
“Allora perché hai fatto l’indifferente per tutto questo tempo, facendolo passare per tale?”
“Che sono scemo lo sapevi già, no? Non so cosa volevo dimostrare, o meglio nascondere. Ma non posso continuare a far finta che non stia succedendo nulla.”
Lo guardai più intensamente, incitandolo a continuare la frase.
 “Che succede, allora?”
“Succede che mi sto innamorando di te, Alyson.” rimbombò così la sua voce fra le pareti.
Non riuscii a rispondere, a pronunciare una sola parola o a mettere su una frase concreta che esprimesse in minimo ciò che dilagava dentro me.
Presi dolcemente la sua mano e l’appoggiai sul mio petto nudo, premendola stretta con entrambe le mie mani.
Il mio cuore batteva fortissimo sotto ai suoi palmi caldi, dimostrandogli nella maniera più concreta ciò che le sue parole avevano suscitato in me.
Sorrise, soddisfatto della mia reazione e di ciò che sentiva fra i suoi palmi.
Mi strinse a sé, così che il mio petto nudo si unisse al suo, così caldo e muscoloso; mi tenne abbracciata a sé, baciandomi in fronte e sussurrandomi parole dolci all’orecchio, quelle parole che mi sembrava quasi impossibile sentire uscire dalla sua bocca e che mi inondarono il cuore di gioia.
Parlammo a lungo quella sera, restando l’uno attaccato all’altra, e fu proprio quella sera che ritrovai il lato dolce di quel ragazzo con cui ero cresciuta e grazie al quale ero finalmente diventata una vera donna.
Chiarimmo ogni malinteso che era a venuto a crearsi fra noi ed infine mi rivelò il vero motivo di molti suoi gesti che mi avevano ferito.
“Ho sempre interpretato il ruolo del ragazzo senza cuore che non prova sentimenti; l’unica volta che ho rivelato ciò che provavo ad una donna, sappiamo entrambi come è finita”
“Quella ragazza continua a rovinarmi la vita; ti tiene lontano da me nonostante questi mesi.
“Non è vero, Alyson. Sono qui con te ora e per nessuna ragione al mondo lascerò che qualcosa si metta fra di noi.” esclamò, prendendo il mio volto fra le mani.
Riprese a baciarmi con dolcezza, mentre le sue mani vagavano lungo la pelle nuda del mio corpo.
“Ho voglia di fare l’amore con te anche stanotte, Alyson” mi sussurrò all’orecchio, mentre affondava il suo viso fra l’insenatura del mio collo.
“Dovrei dirti di no, lo sai?” tentai di rispondere mentre mi sfilava gli slip. “Ma non sono sicura di volerlo dire.”
“Perché dovresti fare qualcosa che non vorresti?” mi domandò, portando le mie mani sul bordo dei suoi boxer e facendomeli sfilare a mia volta.
“Perché così mi useresti un'altra volta come una bambola gonfiabile” dissi, mentre le mie labbra continuavano a sfiorare le sue.
“Le bambole gonfiabili non si amano, te sì. Lasciati amare allora, Alyson.” rispose in un sussurro mentre, con più dolcezza di quanta ne avesse mai usata fino ad allora, entrò in me.






P a r t e 44 <3
Doveva già essere mattina, lo percepivo dal calore del sole che riscaldava il mio corpo.
Lui era ancora accanto a me, mi teneva stretta a sé con un abbraccio, mentre sentivo il suo respiro regolare sul mio collo.
Ero sveglia, o meglio, in dormiveglia, ma non avevo intenzione di alzarmi prima del suono della sveglia dal momento in cui avrei dovuto sciogliere quell’abbraccio.
Così anche quella sera avevamo fatto l’amore, ma per la prima volta con la certezza che anche lui iniziasse a provare qualcosa per me.
I nostri corpi si erano amati ancora, con estrema dolcezza, ed assieme avevamo raggiunto il culmine del piacere.
Per la prima volta da quando questa nostra relazione clandestina era cominciata, anche dopo aver fatto l’amore eravamo rimasti l’uno accanto all’altra, uniti in un tenero abbraccio mentre, fra un bacio ed una carezza, ci abbandonavamo alle braccia di Morfeo.
Ma fu proprio mentre pensavo a ciò che avevamo fatto la notte prima che successe l’insospettabile.
“E se si sono scordati di puntare la sveglia? Meglio non rischiare Axl, io vado a svegliare Alyson, tu chiama Oscar” sentii dire a Monalize.
Non ebbi neanche il tempo di svegliare Oscar ed avvertirlo che, senza neanche bussare, lei entrò in camera mia.
“Waaaaah!” urlò, girandosi di botto e coprendosi gli occhi.
All’urlo di sua sorella, Oscar sobbalzò, svegliandosi di botto, preoccupato; ma dopo aver capito cosa stava succedendo, afferrò il primo cuscino che gli capitava per mano e si coprì le parti intime.
Io, d’altro canto, acciuffai il lenzuolo  e me lo arrotolai attorno, non prima che però Axl entrasse correndo in camera, anche lui allarmato dall’urlo della sua ragazza.
“Ohpporcapputtana!” esclamò, uscendo dalla camera e contorcendosi dalle risate.
Contagiati da Axl ed imbarazzati per la buffa situazione, scoppiammo tutti a ridere, mentre Monalize ancora sconvolta ma al contempo divertita, correva in cucina.
Dopo essersi ripreso, con ancora un impacciato sorriso in volto, Oscar si avvicinò a me.
“Buongiorno, pupa.” disse, per poi rubarmi un dolce bacio sulle labbra.
“Uhmm, buongiorno” risposi, sbadigliando e stiracchiandomi.
“Penso che dobbiamo scendere per dargli delle spiegazioni, Alyson”
Annuii, andando a prendere una delle mie vestaglie dalla valigia già pronta.
“Mmm, sai che sei molto sexy così?” attaccò lui, lasciando perdere i boxer che aveva preso per indossarli.
“Smettila, scemo, e mettiti quei boxer!” dissi ridendo.
Scendemmo in cucina mano nella mano, ritrovandoci Axl e Monalize che ci aspettavano seduti sul divano.
Axl diede una pacca sulla spalla ad Oscar, facendogli l’occhiolino, mentre Monalize mi abbracciò forte.
“Ce ne avete messo di tempo per dircelo!” esclamò lei, non appena le raccontammo tutto.
“Quindi state assieme ora?” domandò Axl, con un gran sorriso.
Subito venni travolta dal panico; quella domanda non aveva risposta, ed il silenzio che ne sarebbe seguito mi avrebbe ferita più di una coltellata al cuore.
Guardai Oscar a testa bassa, quasi ad aspettare che mi infliggesse quel corpo mortale, ma oltre ogni mia aspettativa, rispose con sicurezza: “Si.”
Dentro di me un vulcano eruttava violento, un emozione tanto forte da inondarmi il corpo ed avvampare nelle mie guancie.
Cercai di trattenere la mia voglia di saltargli addosso, abbracciandolo dolcemente per un braccio e appoggiando la mia testa sulla sua spalla.
Il mio amore per lui cresceva in proporzione al tempo che trascorrevo assieme a lui, e la consapevolezza che una volta arrivati a Londra avrebbe avuto inizio la nostra vita assieme aumentava il desiderio di tornare a casa.
Erano già le 8, dovevamo sbrigarci a vestirci ed uscire di casa, l’aereo che ci aveva portati lì come amici ci aspettava per farci tornare a Londra come una vera coppia.






P a r t e 45 <3
L’aria pesante di Londra ci avvolse non appena uscimmo dall’aeroporto, assieme a quel dolce senso di casa.
Il sole splendeva alto, seppur coperto da una sottile coltre di nebbia.
“Londra non è Londra senza umidità” commentò Oscar, prendendo le mie valigie ed infilandole nel portabagagli del taxi.
“Londra non è Londra senza te” aggiunsi io baciandogli le labbra, una volta saliti a bordo.
Era l’inizio di una nuova vita quello, era l’inizio della nostra vita, l’inizio di noi, che così vicini non eravamo stati mai.
Le mura di casa sua erano calde, un soffocante odore di chiuso aleggiava al suo interno.
Dopo aver posato le valigie in un angolino della camera, aprì una finestra e si accese una sigaretta.
“Inizio già a sentire la mancanza di Monalize, sai?” dissi io, sedendomi accanto a lui sul bracciolo del divano.
“Pensa al lato positivo della cosa.” rispose, respirando avidamente il fumo.
“E quale sarebbe?” domandai.
“Abbiamo casa tutta per noi” disse lui, spegnendo la sigaretta nel posacenere e tirandomi a sé.
Rotolammo in terra lungo il grande tappeto in tessuto, fino a finire sdraiati l’uno accanto all’altro, mano nella mano, entrambi a guardare il soffitto.
Il mio cuore era tormentato da mille incertezze e pensieri, era come se un grosso macigno di pietra gravasse sul mio stomaco, un peso insostenibile.
“Ho paura, Oscar” dissi in un sussurro, accovacciandomi sul suo petto.
“E’ nell’indole umana aver paura; di cosa hai paura tu?” rispose accarezzandomi la testa.
“Stupida felicità; nonostante tu ci butti una vita per raggiungerla, appena la sfiori lei ti scappa di mano. È solo un momento di passaggio che ti indebolisce e che quando se ne va ti lascia un burrone dentro. Ho paura che tutto questo finisca, ho paura di svegliarmi da questo sogno e non trovarti più accanto a me, Oscar; ecco di che ho paura.”
Rise leggermente, mostrandomi appena quel sorriso troppo perfetto per me; poi mi baciò la fronte, prima di riprendere a parlare.
“Io la penso in maniera un po’ diversa: sono i periodi tristi che ti preparano ad apprezzare al massimo quelli felici.” mi rispose, cercando di sdrammatizzare.
Lo guardai intensamente dritto in quei suoi occhioni fottutamente blu, insoddisfatta dal suo deviamento del discorso.
Sospirò, rassegnato dal fatto che non avrei fatto cadere la discussione lì.
“Da quanto ci conosciamo io e te, Alyson? Da quanto tempo la nostra amicizia va avanti? Da quando sei nata sei entrata nel mio cuore, eri la mia migliore amica, la persona più importante per me già da allora. Sono passati anni e anni, siamo ancora qua Alyson, siamo ancora io e te, più uniti di prima. Siamo più eterni dell’infinito io e te.” aggiunse, spostando una ciocca di capelli dal mio volto.
“Non dire cazzate ora, Oscar” dissi io, imbronciandomi.
Mi prese il mento fra due dita, costringendomi ad alzare il viso e a guardarlo di nuovo dritto negli occhi.
“Ti prometto che, qualunque cosa accada, io e te torneremo sempre insieme, nel bene o nel male” rispose serio.
“Perché mi dici tutto questo, Oscar?” domandai, perplessa.
“Penso tu sappia già la risposta, no?”
Scossi la testa, ancora più perplessa. Non avrei mai immaginato che in quel momento mi avrebbe dato la risposta che da tempo aspettavo.
“Perché ti amo, Alyson; ma l’ho scoperto solo ora.” mi sussurrò, accarezzandomi la guancia.
Senza ragionarci sù, gli saltai addosso mirando alle stesse labbra da cui quelle parole erano uscite puntando dritto al mio cuore.
“Ce ne hai messo di tempo, accidenti.” risposi, senza aggiungere ciò che per lui era già ovvio.
Fu proprio lì, su quel pavimento, che quel giorno facemmo l’amore per la prima volta nella nostra casa, circondati da un burrascoso mare di incertezze.







P a r t e 46 <3
La mia nuova vita a Londra con Oscar andava avanti alla meraviglia; nessun problema, nessuna preoccupazione, incupiva le nostre giornate, che via via andavano diventavano più fredde con l’arrivo dell’autunno.
Passavano tranquille e con la stessa tranquillità noi affrontavamo i nostri piccoli problemi.
Di tanto in tanto andavamo a trascorrere i nostri pomeriggi alla stazione abbandonata, quel nostro piccolo rifugio che sin da piccoli ci aveva scoperti come le anime indivisibili che eravamo adesso, anime legate da un interminabile filo rosso.
Ci amavamo in maniera incondizionata e ciò era quello che contava; il mondo intero poteva avercela con noi, ma con lui al mio fianco non mi importava.
Stavamo proprio chiacchierando su questo, distesi sul comodo letto da una piazza e mezza della stazione, quando una notizia arrivò a turbare la mia serenità.

“E se dovessero chiederti in che giorno ci siamo messi insieme, che risponderesti?” domandai io, arricciandomi una ciocca di capelli al dito.
“Perché devi aggrapparti a queste formalità?” replicò lui.
“Non sono formalità, vorrei solo capire da quanto è iniziata questa storia per te, amore”
“Allora facciamo così: se dovessero chiederti da quanto stiamo assieme, ti autorizzo a dire che io sono stato così imbecille da capire solo adesso che ti amo come non ho amato nessuno, okay?” rispose lui.
“Nessuno, nessuno? Neanche Cristina?” azzardai io.
“Neanche Cristina, amore.”
Mi accoccolai ancora un po’ fra le sue braccia, stringendomi forte al suo petto, così da poter sentire il ritmo del suo cuore che ora batteva per me.
“Sai, non pensavo a lei da tempo.” riprese lui, dopo un lungo silenzio. “Ripensandoci mi sembra passata un’eternità e dopo tutto il male che mi ha fatto, mi sento quasi un altro uomo adesso, quasi fossi migliorato”
Sospirai, amareggiata.
“Che c’è, Alyson?” domandò lui, prendendomi in mano il volto.
“Ho paura, Oscar; Cristina ha simboleggiato un passaggio importante della tua vita e questo non te la farà dimenticare così facilmente come pensi. E se un domani dovessi provare del rimorso nei suoi confronti?” domandai, facendo uscire dalla mia gole quelle parole che mi pesavano sullo stomaco.
“Che intendi dire?”
“Voglio dire che ci starei troppo male se tu iniziassi a chiederti come sarebbe andata se l’avessi perdonata.”
“Me lo sono già chiesto, Alyson, ma la mia domanda ha trovato anche una risposta convincente” rispose lui, facendomi l’occhiolino.
“E cioè?”
“Se l’avessi perdonata a quest’ora non starei con te, e credimi, la cosa mi angoscia quasi.”
Attraversata in pieno da un uragano di gioia, gli saltai addosso ed iniziai a baciargli le labbra.
L’amavo, l’amavo così tanto che ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo battito cardiaco, mi rendeva felice, e nulla mi importava se in quel momento  potesse mentirmi, io volevo godermi ogni singolo istante assieme a lui.
“Ti amo, Oscar. Ricordatelo.” gli sussurrai, mentre le mie labbra scendevano lungo il suo collo.
Le sue mani stavano già vagando sotto al mio maglione autunnale, calde e grandi sulla mia pelle, mentre con grande abilità lo sfilavano dal mio corpo.
Mi aggrappai alle sue larghe spalle con la stessa forza con cui giorno dopo giorno mi aggrappavo a quel nostro amore, mentre le sue labbra si impadronivano del mio collo.
Stavamo per fare un’altra volta l’amore, le sue mani già ben strette sui miei fianchi, quando il mio telefono squillò.
“Non puoi farmi questo” disse lui, quando notò che stavo per andare a rispondere.
Risi, addolcita dalla sua buffa esclamazione.
“E’ proprio una tortura dover aspettare eh?” risposi io, pungente.
“Si, e proprio ora sto capendo cosa hai provato tu in tutti questi anni.” mi sussurrò all’orecchio mentre avvicinava ancora un po’ il mio corpo nudo al suo.
Il mio istinto mi voleva avvertire, mi invogliava a rispondere a quella chiamata insistente, ma l’irresistibile voglia del suo corpo mi faceva perdere di vista ogni  cosa.
Così, lasciai cadere in terra il mio cellulare, che continuava a squillare mentre noi già avevamo preso ad amarci.
Staccò dopo un bel po’, seguito da un secondo tentativo di chiamata; ma ormai io ed Oscar eravamo entrati nel nostro mondo fatto d’amore, nulla ci avrebbe potuto interrompere, neanche una bomba sotto al letto.
Ma la scritta che apparve sul display del mio telefono superava di gran lunga il pericolo di una bomba:
“Alyson ho lasciato Cristina, quella donna è matta ed avevi ragione. Sa tutto e ha intenzione di vendicarsi in ogni modo con te.
Sta’ attenta, mi raccomando.
Charlie.”






P a r t e 47 <3
Eravamo rimasti sdraiati su quel letto, abbracciati l’uno all’altro dopo che i nostri corpi si erano scambiati ancora una volta tutto l’amore di cui erano pieni.
Lui giocherellava con una ciocca dei miei capelli mentre io, appoggiata al suo petto, mi rilassavo cullata dal ritmo regolare e calmo del suo respiro.
“Sta per fare buio là fuori. Che dici, torniamo a casa, amore?” propose lui, sciogliendo quell’abbraccio.
Annuii, rubandogli un ultimo bacio sulle labbra prima di alzarmi dal letto.
Andai alla ricerca di ogni singolo capo che era stato lanciato sul pavimento in preda alla passione, trovando per prima cosa le mie mutandine nere ai piedi del letto; dopo averle indossate, iniziai a vagare con lo sguardo lungo l’area della camera, individuando il mio reggiseno sotto al letto.
Mi inginocchiai sul pavimento per raggiungerlo meglio; fu lì che rividi il mio cellulare lampeggiare.
Oltre alle due chiamate perse, segnalava la presenza di un nuovo sms il cui nome del mittente esplose nella mia mente, riempiendo il mio animo di paura.
Divorai le parole di Charlie con foga, desiderando di trovare la parola “scherzo” da qualche parte, ma niente.
Un urlo di terrore partì dal mio cuore ed invase il mio corpo, diffondendosi lungo quella stanza attraverso la mia voce.
“Alyson!” urlò Oscar, correndomi incontro e gettandosi in terra accanto a me “Alyson che succede? Amore!”
Rimasi immobile, il mio cervello svuotato di qualsiasi emozione, qualsiasi capacità colloquiale.
Mi scosse con forza per le spalle, impaurito anche lui dalla mia espressione di terrore, poi notò il cellulare stretto fra le mie mani e me lo rubò.
Lesse una volta il contenuto del messaggio inviatomi da quella mia amica lesbica di cui gli avevo vagamente parlato, lo rilesse, trovando delle similitudini nei nomi, e lo rilesse ancora, ormai certo di aver capito di cosa si trattava.
“Alyson, cosa vuol dire questo messaggio?” mi domandò, inizialmente con tono normale.
Non risposi, ancora incapace di parlare o di formulare una frase di senso compiuto.
Tenevo lo sguardo basso, fisso su una parte imprecisata del pavimento rustico, quasi vi potessi trovare scritto ciò che dovevo dire.
“Alyson, che cazzo vuol dire?” mi domandò ancora, ruggendomi in faccia.
Alzai lo sguardo, mostrando il mio volto in tutta la sua fragilità, gocciolante di lacrime amare.
La sua espressione era dura, non faceva trasalire alcuna emozione; ogni singolo muscolo del suo volto era contratto, le mandibole sporgenti e tese.
“Oscar, io…” iniziai con voce tremolante “Io devo dirti una cosa.”
“Penso che tu debba dirmi più che una semplice cosa, Alyson” rispose freddo.
Mi sedetti nuovamente sul letto, avvolgendomi il lenzuolo attorno al petto per coprire il mio seno ancora nudo, e lui fece lo stesso di fronte a me.
“Sapevo di Cristina da tempo prima che lo scoprissi tu, ma se te l’avessi detto tu non mi avresti creduto preso com’eri di lei, così ho organizzato un piano con Charlie, la sua amante nonché mia amica, per farti venire a conoscenza del fatto che lei ti tradiva”
Quelle parole uscirono dalla mia bocca come tanti proiettili sparati velocemente da un mitra, quasi volessi levarmi di dosso il loro peso; le vidi colpire dritto al suo cuore, ferirlo mortalmente e farlo soffrire ancora una volta.
“Oscar io..” iniziai a dire, ma lui mi fermò, alzando una mano.
“Come hai potuto farmi questo? Tu eri la mia migliore amica, dicevi di amarvi!” urlò lui, preso dalla rabbia.
“Non mi avresti creduto!” esclamai io, per difendermi.
“Un’amica non organizza a tavolino la fine del suo migliore amico, non complotta alle sue spalle!” replicò lui. “Sai quanto c’ho sofferto per lei, cazzo! Con quale coraggio sei venuta a consolarmi quando ero distrutto per lei, sapendo che dietro tutto questo c’eri tu?”
“Oscar io l’ho fatto per il tuo bene!”
“Per il mio bene? Se non fosse stato per te forse io starei ancora con lei!” esclamò lui, furioso.
“Poche ore fa hai detto che non ti importava” puntualizzai io, in preda alle lacrime.
“E’ diverso ora, sapendo che sei stata tu ad organizzare tutto” rispose lui, alzandosi ed infilandosi i jeans. “Come hai potuto fare tutto questo solo per avermi tutto per te?”
“No, Oscar, no! Non l’ho fatto per questo, devi sapere che..” provai a dire, alzandomi e iniziando ad andargli incontro.
“No ferma, non ne voglio più sapere niente di te e delle tue solite scuse. Se Cristina mi ha tolto un pezzo di cuore, tu l’hai mandato a pezzi tutto, Alyson.” e così dicendo, uscì da quel casolare, inforcando la sua moto e sfrecciando via da me.
Per l’ennesima volta da quando la mia vita aveva avuto inizio, mi ero ritrovata sola e abbandonata dalle persone che amavo, ma stavolta non mi era rimasto nessuno.






P a r t e 48 <3
Quel giorno rimasi lì su quel letto, aspettando il suo ritorno o almeno una sua chiamata; ma niente, mi aveva lasciata lì consapevole che non avevo modo di andarmene.
Era già tardi, la notte avvolgeva quel casolare ed incupiva ancor più ciò che restava del mio cuore, ed il freddo entrava nelle mie fragili ossa.
L’idea di tornare a vivere in quel posto mi angosciava, ero certa che non ci sarei riuscita come avevo fatto un tempo.
Così, nonostante la tarda ora, decisi di chiamare l’ultima persona che mi era rimasta lì: mio padre.
Ad ogni squillo aumentava in me un gran senso di terrore; la scelta di riappacificarmi con quel padre, che dopo la morte di mia madre era stato tanto assente per me, mi era difficile, ma non mi era rimasto più nessun’altro.
“Pronto?” rispose una voce roca dopo qualche paio di squilli.
Il mio cuore sobbalzò, la voglia di riagganciare travolse; forse quella scelta era più grande di me, forse era più di quanto il mio cuore potesse sopportare.
La miriade di sensazioni che stavano turbando il mio animo risalì lungo al mio volto, uscendo dai miei occhi attraverso il pianto.
Si, scoppiai in lacrime ancora una volta, in preda ad un attacco di panico.
“Alyson?” esclamò sorpreso mio padre “Alyson, bambina mia, calmati adesso, cerca di respirare normalmente”
La sua voce bassa e calda mi regalò un senso di pace che non provavo da tempo, una sensazione di casa e di protezione.
“Papà..” singhiozzai.
“Si Alyson, sono qui, bambina mia, sono qui! Dove sei tu ora?”
“Non so se la conosci, è la vecchia stazione abbandonata in periferia. Vieni, ti prego”
“Arrivo subito, aspettami là. Non crederai mica che non so dove ti nascondevi da bambina.”
-Mio padre stava venendo a salvarmi- questa frase rimbombava nella mia testa, suonava strano anche solo pensarla.
Ma fu proprio così, perché nonostante la distanza fra i due luoghi, in meno di dieci minuti fu lì, davanti a me.
Mi fissò stupito, in silenzio.
Avevo il trucco sbavato su tutto il volto per via delle lacrime, i capelli scompigliati ed i vestiti stropicciati, ma le uniche parole che uscirono dalla sua bocca furono: “Figlia mia, sei bellissima!” e mi corse incontro, stringendomi forte a sé.
Mai avrei pensato un giorno che alla vista di mio padre il mio cuore si sarebbe sciolto a tal punto, mai avrei creduto di potermi gettare alle sue ginocchia ed implorarlo di non lasciarmi più, mai avrei immaginato di urlargli piangendo “Ti voglio bene anch’io, papà”; ma tutto questo successe nella frazione di pochi minuti.
Mi accompagnò in auto, il suo vecchio Volkswagen verde scuro dai sedili beige macchiati di caffè, e mi riportò in quella che era stata la mia casa fino a poco meno di un anno prima.
“La tua stanza è come l’hai lasciata quella notte, non ho toccato nulla ed ho chiuso a chiava la porta per evitare a Phin di entrarvi” disse lui, quasi mio fratello fosse ancora fra noi.
Poi, quasi si fosse ricordato tutto un tratto della morte del figlio, aggiunse goffamente “Ma ormai questo non è più un problema”
“Lo so papà, lo so.” risposi io, annientando ogni suo dubbio.
Non avevo intenzione di parlare di Phineas, di mia madre, di Oscar, o di qualsiasi altra cosa proprio quella sera, non ce l’avrei fatta a sopportarlo.
“Hai bisogno di riposare per ora, Alyson. Domani mattina mi racconterai tutto ciò che vorrai, ma ora vai a letto. Se hai bisogno di qualcosa… beh sai dove dormo” disse impacciato mio padre.
Mi diede la buonanotte, dopo di che scese al piano di sotto, sparendo lungo le scale buie.
Aprii la porta della mia camera e, oltre ad una leggera puzza di chiuso, una folata di ricordi mi travolse: tutto il mio passato, compresa la mia vecchia me, era racchiuso fra quelle quattro mura tinte di un rosa antico.
Stavo per mettermi a letto ed abbandonare ogni pensiero a Morfeo, quando un foglietto ai piedi della porta catturò la mia attenzione.
Mi bastò uno sguardo per riconoscere la scrittura trasandata di mio fratello che in quel pezzo di carta bianco diceva: “Wish you were here”.






P a r t e 49 <3
Quella notte non riuscii a chiudere occhio; nella mia mente i pensieri frullavano alla stessa velocità con cui le lacrime scendevano imperterrite sul mio viso.
Per la prima volta da quando ero venuta a conoscenza della morte di mio fratello ne sentivo seriamente la mancanza, sentivo il bisogno di averlo vicino e di stringermi a lui, di sfogare la mia rabbia piangendo sulla sua spalla, di chiarire ogni malinteso con lui. Ma ormai per tutto questo era troppo tardi e quel pezzo di carta con gli aloni ingialliti di qualche sua lacrima e la scritta sbavata di una vecchia canzone dei Pink Floyd era l'ultimo pezzo di lui che mi restava.
L'immagine di Phin che piangeva davanti alla mia porta chiusa a casa appariva crudele nella mia mente, tormentandomi più di quanto potesse fare il pensiero di Oscar, con cui avrei potuto comunque parlare prima o poi.
Erano le sette di mattina quando, sfinita dai brutti pensieri, decisi di alzarmi dal letto e scendere in cucina.
Mio padre era seduto di fronte al tavolo da pranzo in legno, leggeva il suo solito giornale del giorno prima pensando che se le notizie attuali venivano apprese in ritardo ormai sarebbero appartenute al passato.
Un pentolino pieno di latte fumante giaceva sul fornello ormai spento e la tavola era imbandita di biscotti e cornetti ancora caldi.
Si accorse di me solo quando, per girare pagina, alzò lo sguardo.
“Oh buongiorno, Alyson, non ti aspettavo così presto” mi accolse, alzandosi dalla sedia e venendomi incontro tutto impacciato “Avevo pensato di prepararti la colazione prima di andare a lavorare, così ho preso qualcosina al panificio in fondo alla strada e ho bollito il latte e..”
Imbarazzato, si passò una mano fra i capelli incolti, poi si diresse verso il fornello spento, versò una parte del contenuto del pentolino in una tazza e me la porse, invitandomi a sedere accanto a lui.
Affogai un biscotto nel liquido bianco, lo inzuppai e feci per portarmelo alle labbra.
Ma che diamine stavo facendo?
“Oh no papà, non ce la faccio a far finta che tutto sia normale e vada bene, no.” esplosi.
“Non devi, stavo solo aspettando che fossi pronta a parlarmi. Che ti è successo, bambina mia?”
“Tutto, papà.”
Iniziai a raccontargli tutto, di come ero scappata di casa quella sera che Phin era strafatto, delle mie giornate passate alla stazione, del negozio di tatuaggi, di Charlie e di Axl, del motivo per cui io ed Oscar ci eravamo allontanati, ritrovati e messi insieme ed infine litigato di nuovo.
Donai ogni mia singola emozione vissuta nell'arco di tutti quei mesi a quell'uomo dalla barba incolta che mi ascoltava sbalordito.
“E tu papà, cos'hai passato?”
“Ho perso due figli in pochi mesi, che te ne pare? Ricordo ancora quella sera ce te ne andasti, tornando a casa da uno di quei tanti viaggi per mari, trovai Phin in ginocchio in salone che piangeva come un bambino; fu un colpo al cuore quando mi disse che eri scappata di casa per colpa sua.”
“Mi dispiace papà, forse se non me ne fossi andata Phin sarebbe ancora vivo.”
“Non è colpa tua, Alyson. Phineas si stava persino disintossicando per te, pensava che se avesse smesso tu saresti tornata. Ho lasciato il lavoro in nave per stargli più vicino, ho iniziato a lavorare come scaricatore di merci per i negozietti del quartiere, ma non è bastato. Phineas non ce l'ha fatta, è stato più forte di lui, non ha resistito alle crisi d'astinenza. L'ho trovato in terra in preda alle convulsioni.”
Mentre mi parlava, ricordando momento per momento quelle scene drammatiche, sembrava stesse in un altro mondo con la testa, troppo lontano perché potessi consolarlo.
“Portami da lui, portami al cimitero.”
Mi guardò intensamente negli occhi, forse rivedendovi quelli di Phin, poi annuì distrattamente.
Ero andata spesso a trovare mia madre al cimitero, ma mai quel luogo mi aveva fatto l'effetto di quella volta.
“Ti aspetto in auto, vai.” disse mio padre.
La lapide bianca, proprio accanto a quella di mia madre, era spoglia, solo una Calendula giaceva vicino alla sua foto migliore.
“Ciao Phin, è da un po' che non ci vediamo eh?” dissi, inginocchiandomi di fronte alla lapide. “Non sai quanto vorrei non averti mai lasciato, come vorrei aver potuto chiarire con te quella sera. Mi manchi tu ora, ma è troppo tardi, è sempre troppo tardi.”
Le lacrime iniziarono a sgorgare dai miei occhi e a solcarmi il viso e ci misero dieci minuti buoni a smettere; mi ero sciolta, la misantropia che provavo nei confronti di Phineas era sparita, lasciandosi dietro una lunga scia di dolore.
Poggiai una mano sulla pietra fredda a mo' di saluto e mi alzai, diretta verso l'auto.
“Come ti senti, Alyson?” mi domandò mio padre, durante il viaggio di ritorno verso casa.
“Bene, sembra quasi mi sia tolta un peso dallo stomaco.”
“Le liti e le incomprensioni non portano mai nulla di buono e chiarire a volte è l'unico modo per togliere ogni problema, almeno quando si può.” disse vago mio padre, con chiaro riferimento ad Oscar.
“Non permettere che sia troppo tardi anche stavolta Alyson, lotta per chi ami.”






P a r t e 50 <3
Mio padre mi accompagnò velocemente a casa, indossò la sua tuta da lavoro con scritto "James" sul taschino e, non potendosi permettere di ritardare e di perdere questo lavoro, si affrettò ad uscire di casa, salutandomi con un semplice: "Ci sono dei soldi per le emergenze nel barattolo dello zucchero, ci vediamo stasera."
Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, alzai lo sguardo per guardare l'orologio appeso alla porta d'ingresso che segnava appena le 8 e 30.
Era ancora presto per andare a trovare Oscar, che di certo, conoscendo le sue abitudini, non si sarebbe svegliato prima delle 10, quindi cercai di approfittare del tempo che mi era rimasto per trovare le parole con cui spiegargli come era andata veramente.
Andai in bagno e riempii la vasca di acqua calda, profumandola con dei sali aromatizzati alla pesca che erano rimasti ancora là da quando me ne ero andata. Velocemente un buon odore si diffuse nella stanza, assieme ad una sensazione di tepore e una leggera nebbiolina.
Mi spogliai, mettendo i vestiti nella gesta dei panni sporchi, e affogai il mio corpo in quel pozzo di acqua e pensieri.
Iniziai a massaggiare la pelle con la spugna inpregnata di bagnoschiuma, tenendo gli occhi chiusi; il desiderio che al posto delle mie vi fossero le mani di Oscar mi travolse, percorrendo il mio corpo con un lungo brivido.
Sospirai, amareggiata.
Mi sentivo come se, dentro di me, mancasse qulcosa, che vi fosse un filo invertito, o un pezzo difettoso, o un errore di fabbricazione. Senza i suoi occhi addosso, il suo respiro sulla mia pelle, il suo braccio attorno al mio fianco, ero incompleta.
Si, l'aggettivo che più mi descriveva in quel momento è incompleta, mancante di una parte fondamentante per far si che il mio corpo, la mia mente e la mia anima funzionassero correttamente.
Ed incompleta, in quel momento, era qualsiasi possibile spiegazione da fornire ad Oscar.
Siamo strani noi esseri umani; siamo capaci di spedire aerei supersonici e missili oltre al cielo, su nello spazio, di identificare un criminale grazie ad un capello o a un minuscolo lembo di pelle, di far entrare miliardi di informazioni in un minuscolo microchip, ma non siamo capaci di pronunciare quella parola così difficile: scusa.
Forse se mi fossi scusata da subito con lui la sera prima, forse se avessi subito cercato di dire la verità ad Oscar anzicchè organizzare tutta quella messinscena per fargli lasciare Kirsten, forse se avessi aspettato. Forse sarebbe stato tutto inutile e sarei capitata lo stesso in quella situazione.
Un sorriso ebete mi spuntò in volto, d'improvviso. Ero riuscita a trovare il lato positivo di tutta quella faccenda, la cosiddetta luce nel buio.
Se la sera prima non avessi litigato con Oscar, non avrei ritrovato mio padre, non avrei scoperto l'uomo che era diventato durante la mia assenza, non avrei sentito il bene e l'affetto che avevo riscoperto di provare per lui.
La mia tristezza si era trasformata in gioia, sentivo una strana forta in me e l'insensata voglia di raccontare tutto ad Oscar. Volevo donargli ogni mia emozione, ogni mio sentimento, volevo vedere il suo volto illuminarsi alla scoperta di ciò che mi era successo con mio padre.
Così, dopo essermi asciugata corpo e capelli, aver infilato il maglione e i jeans e le mie un po' vecchie ballerine, presi qualche moneta dal barattolo ed uscii di casa.
Presi il primo autobus che passò per la fermata vicino casa e mi diressi verso casa sua, non più timorosa come poco prima, ma avvolta da una strana euforia. Ero speranzosa ed ottimista, Oscar avrebbe capito e mi avrebbe perdonata. Tutto sarebbe andato bene.
Che illusa.
Entrai nell'imponente palazzo e salii le innumerevoli rampe di scale, scavai con i polpastrelli fra le terra della piantina che teneva davanti alla porta, vi estrassi la chiave di riserva e aprii, decisa a fargli una sorpesa.
Nella sua camera da letto, era sdraiato a pancia sotto, con solo le mutande addosso. Il lenzuolo era caduto in terra ed il suo corpo quasi nudo si mostrava in tutta la sua bellezza.
Era tutto perfetto, se non fosse per un particolare fondamentale.
Al suo fianco, con solo una sua camicia addosso, una ragazza bionda dai lineamenti fin troppo familiari dormiva beata.
"Stronzo!" esclamai, sconvolta da ciò che i miei occhi vedevano e la mia mente supponeva.







P a r t e 51 <3
E' strano come funzioni la mente umana, come gli avvenimenti infliscano velocemente su di essa.
Un attimo prima ti trovi a vagare spensierata per le vie di Londra, vedi tutto positivo e ti senti quasi indistruttibile; l'attimo dopo ti crolla tutto addosso.
Ti ritrovi inerme, in piedi davanti all'ultima scena che immaginavi di poter vedere. Vorresti reagire, dar voce ai tuoi pensieri, liberare le tue emozioni, ma non puoi perchè una strana forza ti blocca.
Così, scappare diventa l'unica soluzione.
Entrambi si alzarono di botto, ovviamente colti a sorpresa dal mio intervento inaspettato.
Oscar era ancora intontito dal sonno, guardò prima me, poi si voltò verso lei che sorrideva beffarda, ma quando il suo cervello rielaborò il tutto e  lo spinse a riportare la sua attenzione su di me, io stavo già scendendo le scale a due a due.
"Alyson!" mi chiamò lui, inseguendomi. "Alyson non è come credi, aspetta!"
Varcai la porta d'ingresso del palazzo, consapevole che lui non potesse seguirmi fuori in mutande.
Ma Oscar stupì ogni mia aspettativa, continuando a seguirmi a cielo aperto.
I passanti lo indicavano, l'indice puntato contro quel ragazzo tanto folle da seguire una ragazza in mutande davanti a tutta Londra.
Nonostante la mia totale ineguatezza a qualsiasi genere di sport, le mie gambe correvano veloci, con tutta la forza che avevo in corpo. Mancavano pochi metri per prendere un autobus, dovevo tenere duro.
Oscar però, molto più atletico di me, mi raggiunse facilmente, bloccandomi per un polso.
"Fatti spiegare Alyson!" esclamò.
Presa da un attacco di rabbia, scaraventai con tutta la mia forza la mia mano sul suo volto.
"Fottiti, Oscar!" urlai, salendo sul bus.
Restò inerme a guardarmi mentre mi allontanavo, diretta chissà dove.
Mi sentivo tradita per l'ennesima volta.  Se veramente Oscar era stato nuovamente a letto con Kirsten non avevo intenzione di perdonarlo.
Mi sentivo strana, era difficile definire ciò che provavo. Ero incazzata nera con Oscar, che non aveva resistito una sola notte dal tornare con Kirsten, provavo istinti omicidi nei confronti di quella troia con i capelli ossigenati che era riuscita a rovinarmi la vita, ed ero consapevole che prima o poi tutta questa rabbia sarebbe uscita dal mio corpo attraverso le lacrime, e la tristezza avrebbe preso il sopravvento in me.

"Signorina? Signorina?" disse una voce sconosciuta, scuotendomi delicatamente la spalla.
Era un signore baffuto sulla cinquantina, con la divisa da autista e il cartellino con scritto "Steve".
"Signorina si è addormentata, ma io per oggi ho finito di lavorare e devo andare a depositare il bus"
Fuori era buio fitto, la luna brillava alta nel cielo, offuscata dalle fitte nubi di metà novembre.
"Che-che ore sono?" domandai, intontita.
"Le otto passate, signorina. Ha girato per due volte Londra oggi."
"Cosa?" esclamai, sgranando gli occhi. "Oh accidenti a me! Mi scusi davvero tanto, grazie per avermi svegliata"
Scesi di corsa dal mezzo, notando con mio piacere che non ero molto distante da casa, mi strinsi nella mia felpona blu e  iniziai a camminare a passo spedito verso casa mia.
Assurdamente, dopo aver viaggiato senza sosta avanti e indietro per tutta Londra, mi ero addormentata sfinita da tutti i miei pensieri.
Ero infuriata, infuriata con me stessa, non con Oscar. ero infuriata perchè ero pronta a chiedere scusa per qualcosa che non era colpa mia, infuriata per essermi affezionata così tanto a lui, per essermi fidata e per aver fatto di lui la mia vita. Mi odiavo perchè ormai dipendevo totalmente da lui, perchè per tutta una vita avevo buttato via il mio tempo con lui, anzicchè cercare una via alternativa, una via più facile, mi odiavpo perchè nonostante tutto in quel momento lo pensavo, lo desideravo e sognavo di aver travisato tutto, ed affidavo ancora una volta la mia vita a lui.
Ma soprattutto, mi odiavo perchè non riuscivo ad odiare lui, e anche se ero consapevole di doverlo fare, non potevo.
"Alyson!" esclamò mio padre, venendomi incontro dopo avermi sentita rientrare "Per un attimo ho temuto che fossi scappata di nuovo da me. Che fine avevi fatto, sei stata da Oscar tutto questo tempo? Avete chiarito?"
"Oh si papà, ho chiarito davvero tutto con lui!" esclamai io, sarcastica.
"E cioè, com'è andata?"
"Semplice, è andata che l'ho trovato a letto con la sua ex a quello stronzo"
Mio padre restò allibito, spalancò la bocca e sgranò gli occhi.
"Cosa?" disse, incredulo.
"Papà ho una fame che non ci vedo, parliamone a tavola." dissi io, sentendo un vago profumino provenire dalla cucina.
"Stavo cucinando del pollo, vatti a sedere a tavola, arrivo subito"
CI ritrovammo a cenare assieme, mentre, fra un boccone e l'altro, gli raccontavo di quello che mi era successo durante la giornata.
"Chi è il pazzo che dopo esser stato con te tornerebbe con la sua ex?" disse lui, esagerando.
"Lei è fatta per lui, papà. Io a malapena per me stessa."
"Non tormentarti Alyson, non è colpa tua e non devi neanche pensare che lo sia. Si risolverà tutto, vedrai"
Dette dalla voce calma e rassicurante di mio padre quelle illusioni potevano anche passare per vere e i miei continui tremori passare inosservati.






P a r t e 52 <3
Finimmo di cenare assieme, dopo di che lui mi diede una mano a sparecchiare la tavola.
“Vai a letto papà, ci penso io ai piatti.”
“Non ci penso neanche, ti do una mano” insisté lui.
In quegli ultimi due giorni, l’eccesso di emozioni e di dispiaceri mi aveva caricata di stress e tensione, mi sentivo stanca, come se avessi il bisogno di dormire per giorni e giorni.
“Alyson, stai tremando.”constatò lui, indicando con gli occhi il piatto fra le mie mani, che sembrava avesse preso vita.
“Temo di aver scordato di dirti una cosa che ho scoperto dopo essermene andata.”
“Cosa, bambina mia?”
“Ho continuato a frequentare lo studio del dottor Bennett e..”
Non completai la frase, rimanendo perplessa. Quei dannati tremori, durante quegli ultimi periodi felici, erano quasi del tutto spariti dalla mia vita. Possibile che una malattia degenerativa come quella andasse e venisse a suo piacimento?
“E..?” mi invitò lui a continuare.
“Mi aveva diagnosticato un principio di Parkinson.” conclusi, accigliata.
Ridacchiò, come se le mie parole non l’avessero stupito, poi si voltò di botto e diede un pugno al muro.
“Quel bastardo è stato arrestato da un paio di mesi, Alyson. Si spacciava per dottore, diagnosticava malattie gravi a persone perfettamente sane e le “aiutava” a curarsi con delle “medicine alternative” che forniva lui.”
“Stai scherzando?” dissi, stupita.
Tutto quello che mi aveva angosciato per molto tempo era solo uno scherzo di cattivo gusto venutosi a creare da uno stupido cialtrone nonchè squilibrato mentale?
Una ventata d’ira mi travolse, aumentando i mie tremori.
“Non sono mai stato tanto serio” rispose, mentre posava nella credenza l’ultimo piatto e mi approcciava una mano sul braccio, come a volermi invitare a calmarmi. “Domani prenotiamo una visita da un vero dottore, per fortuna ora ce lo possiamo permettere.” aggiunse, sorridendo impacciato.
Domani. Domani era sempre stato un termine che non mi ispirava fiducia, indicava qualcosa di incerto, qualcosa che non si poteva pianificare. Non avere il totale controllo delle mie scelte mi era sempre stato stretto, mi faceva sentire una stupida marionetta di un destino che ce l’aveva con me.
Ma il fato stavolta aveva deciso di riscattarsi, porgendomi una nuova speranza, chissà, forse una nuova illusione.
Ma domani anche io avrei avuto la mia seconda possibilità, e domani avrei saputo meglio come affrontare la mia vita.






P a r t e 53 <3
La visita era stata fissata per la settimana dopo, dal momento in cui non vi erano posti disponibili prima di allora. La segretaria del dottore, un certo Dostojevskij, probabilmente di origine russa, mi definì addirittura fortunata perché in quest’ultimo periodo le liste d’attesa si erano dimezzate.
Forse la segretaria dalla voce squillante non fece caso più di tanto a quest’informazione, che però infastidì un tantino me.
Perché mai la gente, con l’avvicinarsi del periodo natalizio, smetteva di temere per la propria salute e si curava di sciocchezze come regali e addobbi?
Ora che ci facevo caso, durante gli ultimi giorni di vita di mia madre, l’ospedale era quasi del tutto vuoto. Che senso aveva? La gente era malata anche a Natale, perché dimenticarsene?
L’odio che provavo verso quella stupida festività nel corso degli anni non si era affievolito, forse si era persino raddoppiato.
Lasciai che quell’idea abbandonasse la mia mente e mi concentrai sulla notizia appena ricevuta: fra una settimana avrei saputo veramente cosa mi colpiva.
Ma proprio quella settimana mi sembrò la più lunga della mia vita.
Non ero più abituata alla monotonia, non sapevo cosa fare quando mio padre era a lavoro, quindi i miei giorni li passavo stesi sul mio letto a fissare il soffitto, ascoltando qualche canzone alla radio o leggendo qualcosa.
Ultimamente mi lasciavo trasportare facilmente dai libri, mi immergevo totalmente nelle storie altrui o in problemi che non fossero mie, un po’ per sfuggire alla realtà.
L’ultimo libro che la mia non tanto accurata scelta mi aveva assegnato era ambientato in una caldo paesino costiero e la protagonista passava intere giornate nella bianca spiaggia di fronte casa sua.
Fu così che il mio pensiero volò a Monalize. Non la sentivo da più di 3 mesi ormai e la sua mancanza mi pesava parecchio.
Mi mancava quell’amica con cui,  nonostante fosse la sorella di Oscar, potevo parlare tranquillamente di tutto, senza avere paura che mi tradisse; quell’amica che avevo scoperto a poco a poco, giorno dopo giorno e per la quale il mio affetto era cresciuto a dismisura.
Fu così che, distrattamente e senza pensare troppo alle conseguenze, mi lasciai trasportare dalle mie emozioni e le telefonai.
“Pronto?” rispose lei ridacchiando “Axl smettila, sono al telefono” le sentii dire nonostante avesse chiaramente tappato il telefono con la mano.
“Mona, sono Alyson. Ciao.” dissi in tono impacciato.
Non volevo aver interrotto nulla e mi pentii amaramente in quell’istante stesso di aver chiamato.
“Oh Alyson!” esclamò lei “ accidenti da quanto tempo che non ci sentiamo, come va?”
“Semplicemente non va, Monalize.” e così iniziai a raccontarle tutto quello che era successo con Oscar.
Ascoltava sconvolta, mettendo qualche “Oddio” o qualche “Mamma mia” ti tanto in tanto.
“Alyson, non immaginavo mio fratello fosse capace di una cosa del genere, mi dispiace un casino. Ma consolati di una cosa, Kirsten ha i giorni contati; nostro zio sta per morire ed ovviamente anche lei dovrà essere presente in giorno dell’assegnazione dei beni. I suoi altarini verranno scoperti, vedrai.” Mi rassicurò lei alla fine.
“Si, ma io ho pur sempre perso Oscar.” mi dissi io, dopo aver riagganciato.


Era arrivato in gran giorno e, nonostante alti e bassi mi sentivo pronta.
La clinica era un luogo di classe, totalmente diverso dallo studio privato del dottor Bennett.
Mi ricoverarono per tre giorni e due notti, fui sotto posta a tutti i controlli previsti e a diverse analisi.
Il dottor Dostojevskij era un uomo dall’aspetto burbero, non si perdeva in chiacchiere, ne tanto meno illudeva la gente, ma sapeva comunque come trattare le persone e non sembrare scortese.
Ma con me non vi fu di bisogno.
“Signorina Thompson, lo spavento che le ha fatto prendere quel ciarlatano facendole credere di essere affetta dal morbo di Parkinson ha peggiorato la sua situazione. Ovviamente lei non è affetta da alcuna sindrome degenerativa, ma tutti i suoi problemi sono legati a stress e dispiaceri. Parlando con suo padre, ho scoperto che la sua vita è stato tutto fuorché facile, e tutti questi traumi hanno danneggiato il suo sistema nervoso. Lei è ipersensibile allo stress e al dolore, e questo la porta ad avere tutti quei problemi, quali tremori e dimenticante in primo luogo.
Per fortuna, la vera ricerca farmaceutica ha fatto grandi passi anche per quanto riguarda questo campo, le prescriverò una cura efficace che la aiuterà a stare più serena. Per il resto, lei stessa dovrebbe cercare di prendere la sua vita con più serenità e di evitare gli sforzi. Stia tranquilla e tutto si risolverà, per quanto possa sembrare stupido dirlo.”
Era strano come l’unica cura ai miei malanni potesse essere la felicità, sembrava quasi uno scherzo di cattivo gusto del fato o un suo ennesimo tiro mancino.
La felicità era ciò che da sempre nella mia vita avevo ambito, ma era anche quello che da sempre mi era sfuggito.
Era capitato che l’avessi sfiorata, che ne avessi assaporato l’essenza, ma che con la stessa velocità con cui era arrivata fosse sparita.
Potevo ambire però alla tranquillità ora, e almeno questa, a meno che Oscar avesse per qualche strano motivo scoperto dove vivevo adesso, era un obiettivo raggiungibile.
Ed ecco che, quasi me lo fossi andata a cercare col pensiero, successe ciò che in quel momento mi sarebbe costato l’ennesimo colpo alla salute.






P a r t e 54 <3
Erano quasi le cinque del pomeriggio quando io e mio padre uscimmo dalla clinica.
Lui mi disse che aveva l’intero giorno libero, così ne approfittammo per andare assieme a comprare alcune cose che servivano in casa. E proprio mentre facevamo queste piccole spese, passammo davanti ad un negozio di erboristeria, famoso in tutta Londra per la grande varietà di miscele per the che vendeva.
Convinsi mio padre a comprarne un particolare tipo ai frutti rossi, nonostante lui fosse ciecamente convinto che nulla potesse battere il gusto deciso di un tradizionale the inglese.
Così, dopo aver finito le nostre compere, tornammo a casa.
“Vai a metterti comoda, Alyson. Qui ci penso io” mi propose lui.
Effettivamente mi sentivo particolarmente stanca, colpa del letto troppo rigido della clinica e del fatto che erano tre giorni che, anziché fare un bel bagno rilassante, mi lavavo in fretta e furia in una doccetta.
Così salii al piano di sopra e cercai di abbandonare tutti i miei pensieri in un bagno d’acqua calda.
Quando uscii, mi sentivo quasi rinata.
Indossai una vestaglietta da notte e tornai in cucina.
“Preparo il the” dissi a mio padre, che alle mie spalle fece una smorfia scocciata.
“Va bene, avvelenami” rispose, sarcastico.
Avevo appena messo l’acqua a bollire sul fuoco quando qualcuno bussò alla nostra posta.
“Vado io” disse distrattamente mio padre.
Continuai a preparare il the, versai l’acqua calda in due tazze e vi immersi la bustina con i diversi aromi.
Le stavo posando sul tavolo quando lo sentii.
“Devo parlare con Alyson, James, ti prego”
“Sparisci subito da qui e non azzardarti ad avvicinarti più a mia figlia dopo il male che le hai fatto!” urlò mio padre, fuori di se.
Rimasi paralizzata con le due tazze in mano, allentai la presa e queste scivolarono dalle mie mani, precipitandosi al suolo e finendo in frantumi; poi caddi anch’io, fra le schegge di ceramica e il liquido rossastro del the.
“Alyson!” sentii urlare da entrambi, e pochi secondi dopo si ritrovarono di fronte a me.
Entrambi di fronte a me.
Oscar, di fronte a me.






P a r t e 55 <3
“Alyson, bambina mia è tutto okay calmati adesso” ripeteva mio padre scrollandomi una spalla.
Oscar era davanti a me, inginocchiato anche lui su quella poltiglia di the e schegge. Mi guardava negli occhi, senza dire una parola, mi guardava negli occhi e mi diceva tanto, mi guardava negli occhi e mi rendeva incapace di reagire.
E ricambiando il suo sguardo non mi accorsi neanche di aver iniziato a piangere a dirotto e a tremare come una foglia.
“Oscar, le sanguinano le gambe, dammi una mano ad alzarla da qui” urlò quasi mio padre, indicando i frammenti pungenti delle tazze che si infilavano dentro la mia pelle nuda.
Senza che io potessi far nulla per evitarlo, forse proprio perché non volevo farlo, Oscar mi afferrò per la vita e mi tirò su, senza staccare i suoi occhi dai miei.
E quegli occhi parlavano ancora, mi dicevano tutto ciò di cui avevo bisogno, non mi ingannavano.
Mentre Oscar mi teneva dritta, mio padre iniziò a togliere tutte le schegge che si erano infilate nelle mie gambe.
“Deve fare un altro bagno, guarda come si è ridotta. Saliamola su.” disse, senza che Oscar pronunciasse una parola.
Mio padre preparò l’acqua velocemente, assicurandosi che la temperatura non fosse eccessivamente calda o fredda.
“Per quanto io desideri con tutto il cuore spaccarti quella bella faccia di culo che ti ritrovi e sbatterti fuori di qui, devi restare qua con lei e aiutarla a lavarsi. Io non posso farlo.” disse mio padre ad Oscar. “Stai attento” aggiunse, guardandolo seriamente negli occhi, dopo di che uscì, chiudendo la porta alle sue spalle.
Eccoci nuovamente soli; io ero in piedi davanti a lui, ancora un po’ tremolante, non riuscivo a smettere di guardarlo dritto in quegli occhi blu, puntati fissi sui miei.
Prodigamente, iniziò a sbottonarmi la vestaglia da notte. Le sue dita si attorcigliarono sul bottoncino, sfiorando delicatamente il mio petto nudo, ed il contatto della sua pelle calda mia mi fece sobbalzare un po’ ed i miei battiti tornarono a mille.
Stava per sbottonarmi tutta quando, sempre guardandomi fisso, disse:
“Vuoi fare da sola?”
Annuii, ricambiando lo sguardo.
In quel momento una valanga di emozioni mi stavano attraversando il corpo: amore, desiderio, tristezza, dolore, delusione, passione; dovevo restare sobria ed i suoi occhi puntati sulle mie parti intime non l’avrebbero permesso.
Lui si voltò di spalle, permettendomi di spogliarmi e di infilarmi nella vasca.
Non appena ebbe sentito il rumore del mio corpo in acqua fece per uscire.
“Aspetta” sussurrai con un filo di voce “Non mi lasciare di nuovo.”
Le sue labbra si curvarono un po’ all’insù a mo’ di sorriso, in maniera quasi impercettibile; si avvicinò alla vasca e si sedette sul bordo.
Restammo così in silenzio, mentre io passavo lentamente la spugna su di un braccio, in un movimento monotono e quasi involontario.
Quando notò che la pelle stava iniziando ad arrossarsi per via dell’irritazione del continuo strofinio, mi bloccò la mano e afferrò la spugna, iniziando ad insaponarmi la schiena.
“Non volevo farti questo, scusa.” disse, alludendo ai graffi sulle gambe.
“Hai fatto di peggio vedi” risposi, spostando le ciocche bagnate sulla spalla.
Smise di lavarmi e gettò la spugna in acqua, si spostò di fronte a me e mi costrinse a guardarlo nuovamente negli occhi, consapevole che una volta instaurato il contatto con questi non sarei più riuscita ad interromperlo.
“Sai che ti sbagli e che non è andata come credi.” disse.
“Oscar, smettila di mentirmi. Cristina era mezza nuda sul tuo letto, è inequivocabile.”
“No, ti sbagli invece, io non ho fatto sesso con lei quella sera, non l’ho neanche baciata e non nulla.”
“Bugiardo” dissi, cercando di guardare altrove.
Mi riprese il mento fra le dita e mi costrinse a guardarlo di nuovo negli occhi.
“Non sto mentendo.” rispose serio.
Non erano le sue parole a convincermi che diceva il vero, ma i suoi occhi.
“Quella sera, pochi minuti dopo che sono arrivato a casa, Cristina ha bussato alla mia porta. Sai come l’ho presa per la storia del piano, così ho deciso di ascoltare la sua versione. Mi ha detto che non conosceva quella ragazza, Charlie, che gli si è gettata addosso e l’ha baciata senza che lei potesse farci nulla e che era stato tutto un tuo piano. E come uno scemo le ho creduto. Ha detto anche che l’indomani sarebbe tornata in Italia e che non aveva dove dormire, così le ho proposto di restare da me e dormire sul divano. Alyson, deve averti sentita arrivare e si è spostata sul mio letto, ti giuro.”
Non ricordo bene cosa mi prese in quel momento, ma un gran senso di gioia si impossessò del mio corpo e mi portò a tirarlo verso me.
Oscar cadde nella vasca, ma poco importava dato che aveva preso a baciarmi con foga.
Era passato troppo tempo ed i nostri corpi, abituati ad aversi spesso, si erano trovati ad affrontare un grave periodo di astinenza l’uno dall’altra.
Così come un fumatore accanito che non tocca una sigaretta da settimane gode nel aspirare ogni singola particella di fumo non appena di accende una, io ed Oscar non riuscivamo a trattenerci dall’amarci senza limiti.
Gli strappai i vestiti di dosso con foga, assaporando ogni millimetro del suo corpo nudo.
Fu così che, incuranti di tutta l’acqua che stessimo spruzzando sul pavimento e di mio padre che avrebbe potuto aprire quella porta da un momento all’altro, facemmo ancora l’amore dentro quella stretta vasca da bagno.






P a r t e 56 <3
Le sue mani ritrovarono il loro posto sui miei fianchi, tenendoli ben saldi e aiutandomi in un movimento sussultorio; le mie si insinuavano fra i suoi capelli scompigliati, mentre la mia testa si incastrava nello spazio fra il suo collo e la sua spalla.
I nostri corpi avevano ritrovato la simbiosi di prima, avevano ricreato quella strana magia che ci travolgeva ogni volta che la sua pelle sfiorava la mia.
Eravamo i pezzi indivisibili di un puzzle, nessuno di noi due avrebbe trovato una copia che combaciasse tanto perfettamente con la sua; e così come i nostri corpi erano affiatati, lo erano anche le nostre emozioni, i nostri pensieri, la nostra voglia l’uno dell’altra.
“Ti odio, Oscar” esclamai in un sussurro, col fiatone e presa ancora da un gran senso di piacere.
Mi accoccolai sul suo petto, cercando di far tornare normale il mio respiro e di approfittare di quella posizione per sentire il piacevolissimo ritmo del suo battito accelerato.
“Ti amo anch’io, Alyson” rispose accarezzandomi i capelli bagnati, anche lui col fiatone ma con un sorriso splendente in volto.
Cercammo di ricomporci in fretta e di sistemare tutto, per evitare che mio padre sospettasse qualcosa. Ci asciugammo e provammo a dare un’asciugata col phon anche ai vestiti di Oscar –io indossai il mio accappatoio-, per poi riscendere al piano di sotto, dove mio padre ci aspettava in ansia.
“Alyson!” esclamò, correndomi in contro “Come ti senti? Stai meglio?”
“Si papà, è passato tutto” risposi guardando Oscar complice.
Mi sorrise rasserenato, poi si voltò verso di lui con un’espressione dura e serissima.
“Esci di qui ora, non ti voglio veder più in questa casa.” gli disse.
Oscar mi guardo triste, cercando il mio sostegno.
“Papà, ti prego. Ho bisogno di lui adesso, ti prego” lo scongiurai.
“Che pretendi, che dopo tutto quello che ti ha fatto passare, dopo che ti ha tradita, io lo lasci tornare con te?”
“Io non l’ho tradita, James! E’ tutto un grosso malinteso, davvero.” intervenne lui, sulla difensiva.
“E pretendi che io ti creda?” rispose mio padre, beffardo.
“Papà” iniziai io, avvicinandomi al suo viso rugoso “mi è bastato guardarlo negli occhi per capire che non mente.”
“Non posso permettere che un uomo si prenda gioco di te, bambina mia.” mi rispose lui, quasi in un sussurro.
“Non lo sta facendo, papà. Ora ho bisogno di parlare con lui, ti prego.”
Mi guardò dritta negli occhi, in bilico, poi sposto lo sguardo su di lui ed ancora su di me.
“Oh e va ben, fate come volete. Buonanotte” borbottò infine, dirigendosi verso camera sua.
“Sali” dissi fredda ad Oscar, arrampicandomi lungo le scale.
Dandogli le spalle, mi sfilai l’accappatoio e misi velocemente un’altra vestaglietta, un po’ più corta e leggera della prima, e mi infilai a letto.
Lui era ancora in piedi davanti alla porta –chiusa a chiave stavolta- e mi guardava titubante.
“Che c’è, vuoi aspettare lì tutta la notte? Dai su, vieni qua che abbiamo molto da dirci” lo esortai io.
Lui si tolse nuovamente i vestiti, restando solo con i boxer, e si infilò insieme a me sotto alle coperte.
Mi avvolse stretta fra le sue braccia, stringendomi al suo petto.
“Scusami, Alyson. James ha ragione, non merito di tornare con te dopo tutto il male che ti ho fatto. Non avrei mai dovuto lasciarti sola alla stazione quella notte, mai.”
“Vedi il lato positivo, se tu non l’avessi fatto non avrei ritrovato il rapporto con mio padre.” risposi io, baciandogli il petto. “Ma aspetta, come hai fatto a ritrovarmi?”
“Evidentemente Monalize ha più a cuore la nostra storia di quanto voglia farci credere. Mi ha chiamato, dicendomi che eri tornata a vivere con tuo padre, che ero un cretino e che dovevo subito tornare da te.”
“Beh si, Monalize ha ragione. Sei un cretino.” scherzai io, avvicinando le mie labbra alla sua bocca.
“Mi sei mancata dannatamente, Alyson.” aggiunse, baciandomi dolcemente.
“Anche tu, Oscar, non sai quanto” risposi io, sul punto di piangere. “Promettimi che non mi lascerai più, ti prego.”
Mi strinse un po’ più forte e mi accarezzò la guancia col dorso della mano, guardandomi dritto negli occhi.
“Te lo giuro, Alyson. Io e te non ci lasceremo mai più”





Parte 57 - Torna Su



P a r t e 57 <3
La vita è una cosa strana. Il giorno prima maledici tutto e tutti, imprechi al vento, sperando che le tue urla arrivino dove vorresti; il giorno dopo, invece, tutto sembra andare per il verso giusto, ti senti indistruttibile e credi che nulla possa andare storto.
È strano come in un anno la vita possa prendere una piega del tutto inaspettata, come il susseguirsi degli eventi alla fine porti a ciò che più desideravi da tempo.
È quello che è successo a me, in un anno esatto, ed è quello che la vita ha voluto donarmi.
“Alyson, tutto bene” dice Oscar, entrando in cucina.
Lo guardo, quasi ammaliata. È bello, con il suo sguardo sognante e la sua espressione piena di vita, il suo buffo tentativo di sembrare più elegante ed i suoi capelli in disordine, che fanno di tutto per affermare il contrario.
Ha gli occhi più blù da quando tutto va bene. Sembra che quel mare tempestoso che vi portava dentro si sia calmato come le nostre vite, e che ora si goda anch’esso la nostra felicità.
“Si, amore. È tutto okay.” rispondo io, più sincera che mai.
Si, ero felice davvero, e poco importava se questa felicità sarebbe stata ostacolata in futuro. Con Oscar accanto potevo affrontare l’intero mondo.
“Stanno tutti aspettando te di là.” dice, quasi orgoglioso di tutto ciò che sta accadendo.
“Arrivo subito, non ti preoccupare” mi affretto a rispondere.
Ma Oscar, ha la capacità di leggermi dentro, di capire ciò che provo e penso solo con uno sguardo.
“Sembra tutto così strano eh?” mi sussurra all’orecchio, abbracciandomi da dietro.
“Un po’.” ammetto “Stavo pensando a come è cambiato tutto in un anno esatto.”
Sorride.
“Tu odiavi il Natale, e invece, eccoti qua a festeggiarlo insieme a tutti noi.”
“Già, ma non solo questo.”
“Allora cos’altro, amore?” domanda, mantenendo quel suo sorriso beato e baciandomi dolcemente il collo.
“Sono felice ora, Oscar. Lo siamo tutti. Tu, mio padre, Monalize ed Axl. Guardali, guardali come ridono.” rispondo, indicando la sala da pranzo.
La porta era semi aperta, ma bastava per far ammirare la gioia di quel Natale.
I genitori di Oscar stavano abbracciati mentre chiacchieravano allegramente con mio padre, Charlie e la sua nuova ragazza, e in un angolino Axl accarezzava dolcemente il pancione di Monalize, baciandola di tanto in tanto.
“È tutto ciò che potevo desiderare, Oscar.” aggiungo.
“Mi sento quasi tagliato fuori se parli così” scherza lui.
Mi volto lentamente, portando le mani attorno al suo collo, mentre lui avvolge le sue alla mia vita.
“Tu sei la cosa più bella che potesse capitarmi in vita mia, Oscar.” dico, fiera di me stessa. “E poco importa se grazie a tuo zio sei ricco sfondato ora” scherzo.
Ride, e mi irradia con la sua espressione felice.
“Ti amo, Alyson.” dice, dopo esser tornato serio, ma non abbandonando quel suo sorriso.
“Anch’io, Oscar” rispondo felice, mentre con una mano avvicino il suo volto al mio e sfioro le sue labbra con le mie.
È incredibile come il solo contatto con le sue labbra possa provocarmi ancora un brivido alla schiena a farmi assalire dalla voglia di averlo mio, tanto che, quasi senza accorgermene, la mia bocca sta già assaporando la sua in un lungo e passionale bacio.
“Trattieniti” mi sussurra sciogliendo il bacio “abbiamo ospiti per ora” e mi fa l’occhiolino, con espressione ammiccante.
“Torniamo di là, su.” rispondo io, rubandogli un ultimo bacio.
E così, prendendomi per mano, mi riportò in quel momentaneo attimo di felicità, con la consapevolezza che sarebbe rimasto per sempre nel mio cuore.

FINE.

9 commenti:

  1. ADORO!! <3 E' bellissima!Ogni volta che la rileggo mi commuovo!

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  2. Sai che è venuta voglia a me stessa di rileggerla? :3
    comunque sia, ti ringrazio <3

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    1. DI nulla! Ripeto: grazie a te che condividi con noi l e tue meraviglie!

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    2. Ormai mi sento quasi in dovere di farlo, siete diventati così tanto legati a me e a ciò che scrivo che mi sentirei quasi in colpa se non condividessi con voi ciò che scrivo :3

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  3. Questa storia mi conquista l'anima *w* Scrivi una meraviglia *^*

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    1. Ti ringrazio bella :3
      Sono felice che questa storia ti abbia colpito tanto *-*

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  4. Certo che ne scrivi puttanate. Ti prego, non fermarti mai.

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    1. Chiamale pure puttanate, ma si dia il caso che a queste puttanate ci credevo tempo fa, credevo mi avrebbero portata a diventare, si ora lo dico, una scrittrice un giorno! Dunque, se mi fermo, sappi che di certo non è merito tuo.
      Ah si, fatti una scopata di tanto in tanto, magari ti calmi!

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  5. Ciao Jenny! Mai pensato di poetare le tue storie su efp? Sono iscritta da un paio di mesi sul sito e ho letto alcune storie molto belle e mi sono ricordata della tua storia che avevo letto un annetto fa e per trovarti ho fatto i salti mortali non ricordando come si chiamasse la tua pagina su cui avevi postato la storia! Efp è un sito fantastico e credimi molte persone apprezzerebbero le tue storie! Se dovessi prendere in considerazione questa opzione beh fammelo sapere! Chiaramente sarei una tua follower in tutto e per tutto e rileggerei le storie già postate tutte da capo!!! XD un bacioneee! E continua a scrivere :***

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